TIM WALLACE-MURPHY.
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IL CODICE SEGRETO DEI TEMPLARI.
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Parte 1.
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Titolo originale: Cracking the Symbol Code.
Traduzione di Franco Ossola.
2006. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il messaggio nascosto nelle grandi opere architettoniche dell'Ordine, dalle cattedrali di Chartres, Reims e Amiens alla cappella di Rosslyn e a Rennes-le-Chteau.
La vera storia del simbolismo nascosto nell'arte rinascimentale  assai pi affascinante di qualsiasi romanzo. Queste pagine, attraverso la decifrazione dei messaggi segreti celati in
grandi opere architettoniche - come le magnifiche cattedrali di Chartres, Reims e Amiens, la misteriosa cappella di Rosslyn in Scozia, l'enigmatico villaggio di Rennes-le-Chteau - portano alla luce una storia fatta di complotti e intrighi, di poteri corrotti e di valorosi eroismi, di disinformazione, tradimento e cavalleria: una storia "altra" che la Chiesa dell'epoca ha provato in tutti i modi a tenere nascosta. I segreti celati nel simbolismo delle opere d'arte rappresentarono l'unico modo, geniale e prudente, per preservare la verit che letterati, artisti e intellettuali intendevano comunicare alle generazioni future - cio a noi. Una volta interpretati i simboli si pu dunque accedere alle loro conoscenze e alle loro scoperte, ritenute un tempo pericolose eresie.
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Perch i massoni e i Templari sono stati perseguitati dalla Chiesa? Forse perch erano votati a conservare la memoria di verit sgradite?  ancora possibile decifrare i loro messaggi nascosti?
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L'AUTORE.
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Tim Wallace-Murphy  nato in Irlanda e ha studiato medicina allo University College di Dublino. La Newton Compton ha pubblicato Sulle tracce del Santo Graal, scritto in collaborazione con Marilyn Hopkins, Il codice segreto del Graal, con Marilyn Hopkins e Graham Simmans, e Il potere occulto della lancia del destino, con Trevor Ravenscroft.
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Questo lavoro  rispettosamente dedicato a un prezioso fratello in spirito, il celebre studioso provenzale, Guy Jourdan, il magio di Bargemon.
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Indice di questa parte.
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Introduzione.
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PARTE PRIMA. IN PRINCIPIO.
Premessa.
1. Nascita e sviluppo del simbolismo sacro,
2. L'eredit dell'antica gnosi egizia.
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PARTE SECONDA. LA BIBBIA, ORIGINI EGIZIE DEL GIUDAISMO E DUE DISCORDANTI OPINIONI SU GES.
Premessa,
3. La Bibbia e gli israeliti,
4. Due diverse ipotesi sulla vita e sul ministero di Ges.
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PARTE TERZA. IL CRISTIANESIMO DEI PRIMORDI E LO SVILUPPO DEL SUO SIMBOLISMO.
Premessa.
5. San Paolo, la storia della Chiesa delle origini e la nascita del simbolismo cristiano
6. Il consolidamento dell'Europa cristiana e la nascita del simbolismo della Chiesa.
7. Le meraviglie del Gotico.
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PARTE QUARTA. LA CORRENTE SOTTERRANEA RISALE IN SUPERFICIE.
Premessa.
8. La geometria sacra e la langue verte".
9. Le correnti segrete in seno alla Chiesa.
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FINE Indice.
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Introduzione.
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La straordinaria impennata di vendite de Il codice da Vinci di Dan
Brown e lo strepitoso successo conseguito da Il pendolo di Foucault di
Umberto Eco sono la palese dimostrazione di come il grande pubblico
sia affascinato e attratto dall'idea che un messaggio di natura eretica
possa essere stato segretamente codificato nel contesto dell'arte religiosa.
Pur se i due best seller appena citati appartengono alla categoria dei
romanzi di avventura, dalle trame inventate, credo di non sbagliare nell'affermare che la realt del simbolismo nascosto risulta ancora pi intrigante e misteriosa.
Questo libro vuole essere una disamina dell'evoluzione e dell'importanza del simbolismo lungo la tormentata storia dell'esplorazione da parte dell'uomo del mondo dello spirito. Ponendo un'attenzione particolare sullo sviluppo del simbolismo cristiano e investigando al suo interno, si delinea come e perch alcune idee eretiche sono state affidate alla segretezza per metterle al riparo dagli occhi indagatori di una repressiva gerarchia ecclesiastica.
Prima di introdurre il lettore al molteplice livello di interpretazione, atteggiamento con il quale  sempre opportuno accostare questa arcana e misteriosa forma d'arte, vengono anche segnalati alcuni indicatori, in grado di funzionare da campanello d'allarme una volta in presenza di un simbolismo occulto.
L'esperienza diretta degli effetti mistici indotti dal simbolismo sacro non rivela solamente il mondo segreto delle eresie medievali, ma anche la dimensione interiore del soggetto, portandolo a vivere momenti di trasformazione che si attagliano alla perfezione alle necessit e alla comprensione del diretto interessato.
Studi come questo dovrebbero essere immediatamente seguiti - se
possibile - da visite dirette ai luoghi presentati, al fine di vedere quanto descritto in situ coi propri occhi, dal momento che  opportuno che i simboli sacri, invece di essere soltanto spiegati, siano anche e soprattutto sperimentati.
Ci che un simbolo trasmette  qualcosa di fondamentalmente intangibile; esso  latore di un mistero che pu essere intuito, ma non espresso in modo adeguato tramite parole. Un simbolo di questa valenza si pone come momento dincontro fra la materia e lo spirito, il conscio e linconscio, ed  in grado di agire, contemporaneamente, sia come punto fermo sia come catalizzatore trasformante lungo la
strada dellilluminazione spirituale, lautentico obiettivo
della cerca del Santo Graal.


PARTE PRIMA.
IN PRINCIPIO.
 
Premessa.

Il simbolismo accompagna da sempre la storia dell'umanit che dai
remoti tempi dell'era paleolitica fino a oggi  pervasa e connotata da
segreti codici sacri e religiosi. I ritrovamenti archeologici pi antichi,
legati all'attivit dell'uomo, consistono in ossa umane e arnesi in pietra
scheggiata, e anche questi semplici oggetti sembrano possedere un risvolto
spirituale, come viene brillantemente sottolineato da Jacob
Bronowski a proposito del cosiddetto Fanciullo di Taung, un bambino
neandertaliano, da cui, a suo dire, ebbe inizio l'avventura dell'uomo sul
pianeta. Scrive, Bronowski: Il piccolo essere umano  un mosaico,
una via intermedia fra la natura animale e quella
angelica(1). Cos dicendo
punta il dito, forse senza volerlo, sulla differenza essenziale fra
l'uomo e il resto del mondo animale.
In modo per nulla sorprendente, la palese dimensione spirituale dell'uomo
si manifestava sin dagli albori della storia nella sua capacit di
avvertire aspirazioni superiori, di sintetizzare conoscenze e credenze
racchiudendole in simboli. Penso che tutti si rendano conto, chi con
maggiore chi con minore intensit, dell'esistenza di qualcosa di strano
che sembra trascendere il normale, il solito tran tran della nostra quotidiana
battaglia per la vita, o abbiano avvertito il profondo senso di timore
che ci lega al non conosciuto, una specie di sensazione innata e
sottile che fa immaginare un mondo spirituale che tutto pervade, in grado
di informare e controllare quello fenomenico, il mondo visibile in
cui ci muoviamo. Infatti, come osserva sir Kenneth Clark, l'uomo ha da
sempre avvertito la necessit di dare sviluppo a quelle sue qualit dellospirito e del pensiero per poter accostarsi il pi possibile a un'ideale
di perfezione ... cercando di raggiungere questa meta in vari modi, attraverso
i miti, la danza e la musica, il canto, ricorrendo a sistemi filosofici
e all'ordine che ha cercato di imporre al mondo materiale che lo
circonda(2).
John Baldock, eminente autorit inglese in fatto di simbolismo, riecheggia
questo stesso concetto quando dice: Il significato simbolico
contenuto nel mondo dell'immagine, pur essendo unitario, pu presentarsi
sotto forme svariate e diverse: leggende, miti, allegorie, metafore,
analogie. Tutte queste forme contengono, in dosi pi o meno elevate,
un principio originario autentico, che consente di estrinsecare e manifestare
in questo mondo concetti che appartengono a una realt superiore,
diversa(3). Quest'altra diversa realt , ovviamente, quella dello spirito.
Lo scrittore inglese Colin Wilson afferma: Pi la forma di vita  elevata,
maggiore  la capacit di codificare dei significati(4). Wilson prosegue
descrivendo la chiave di tutte le esperienze poetiche, mistiche e
spirituali, che battezza genericamente fattore X, e definendo tale propensione
naturale con queste parole: Quel potere latente in tutti gli esseri
umani, che li spinge ad andare oltre il presente(5). Tuttavia, il vero
significato di questa capacit innata viene riconosciuto e apprezzato solamente
dal 5% di ogni popolazione, quegli individui che lo stesso Wilson
definisce i pochi. Sono sciamani, sacerdoti, maghi, streghe e medium,
leaders naturali che, rendendosi conto di possedere dei poteri spirituali,
cercano di svilupparli per metterli al servizio della comunit in
cui vivono.
Il grande mistero che i pochi investigano e l'assoluta necessit di
descrivere la realt in termini simbolici vengono fotografati in questo
modo nelle parole di Nicolas Berdyaeff: L'autentico significato, l'importanza
e il valore della vita sono determinati dal mistero che le si cela
dietro, da un infinito che non pu in alcun modo essere razionalizzato,
ma che pu essere espresso per il tramite dei miti e dei simboli.

Note.
1. Jacob Bronowski, The Ascent ofMan, Arkush, Little Brown, 1974, p. 31.
2. Kenneth Clark, Civilisation, London, John Murray, 1980, p. 3.
3. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, Shaftesbury, Element Books, 1997, p. 11.
4. Colin Wilson, The Occult, London, Grafton Books, 1979, p. 38 (trad. it. L'Occulto, Roma,
Astrolabio, 1975).
5. Ivi,p. 73.
 
Capitolo 1.
Nascita e sviluppo del simbolismo sacro.

Lo speleologo francese Norbert Casteret amava esplorare le
grotte di Montespan; ma questa intima soddisfazione venne
sopraffatta da un'eccitazione ancora
pi profonda quando un giorno si accorse che le pareti erano ricoperte da disegni
di leoni e cavalli, intuendo al volo di trovarsi al cospetto dell'espressione artistica
dell'uomo preistorico.
Colin Wilson(1).

Una delle scoperte pi straordinarie del XIX secolo  stata quella delle
pitture rupestri, realizzate dall'uomo preistorico, di una grande variet
di animali, rinvenute sulle pareti di alcune grotte in Spagna e nel Sud
della Francia. Appena scoperte, si disse che potevano vantare circa ventimila
anni. La cosa curiosa era che quelle immagini non risultavano dipinte
in spazi facilmente accessibili, aperti all'ingresso della luce naturale,
bens su pareti di camere oscure, collocate in profondit e di difficile,
ardimentoso accesso.
La cura con cui erano state preparate risultava evidente; e infatti sono
stati anche individuati schizzi provvisori e, come dire, prove d'artista.
Le pitture furono, per forza di cose, tracciate alla luce delle torce e si 
potuto constatare che non erano soltanto disegni accurati delle prede
dei cacciatori, ma erano state dipinte in quelle parti delle grotte dove si
registrava la massima esaltazione del fenomeno di risonanza dell'intero
complesso di caverne.
Purtroppo, per proteggerne l'integrit, oggi l'accesso alle grotte da parte
del pubblico  vietato, perch la condensazione provocata dalla respirazione
umana  sufficiente a distruggere i delicati pigmenti colorati
usati per la realizzazione delle pitture. Cos il solo mezzo di cui disponiamo
per prendere atto delle meravigliose realizzazioni artistiche dei
nostri antichi progenitori  quello di osservare delle fotografie, dei disegni
riprodotti e aggiornarci sul dibattito filosofico e artistico che non
 mai cessato da quando le pitture rupestri sono state scoperte.
Stando allo scienziato Jacob Bronowski, queste opere d'arte preistoriche
altro non sono che l'immagine figurata delle idee e dei
pensieri dominanti nella mente di coloro che le realizzarono. In genere, dei cacciatori
ossessionati dalle loro prede, animali che fornivano alla trib sia il
cibo che le pellicce per potersi proteggere e vestire(2). Descritte da molti
studiosi come il primissimo esempio di opere artistiche umane, sin dal
loro ritrovamento hanno innescato un dibattito in merito a che cosa, in
realt, potessero servire. Persino un razionalista convinto
come Bronowski  propenso a ritenerle l'espressione di una
forma di magia, idea
che Colin Wilson condivide, supportato dal confronto dell'arte magica
contemporanea dei Boscimani, che abitano il deserto del Kalahari.
Consapevole di sostenere un'ipotesi probabilmente veritiera,
Bronowski non concede per nuli'altro all'irrazionale, quando tiene a precisare:
In s magia  una parola che non significa nulla. Ci dice semplicemente
che, forse, l'uomo primitivo riteneva di possedere un certo potere,
ma, ci chiediamo, quale, che tipo di potere? Dobbiamo ancora scoprire
quale energia occulta i nostri antichi progenitori cavernicoli pensavano
di poter suscitare affrescando con tanta cura e maestria le pareti
delle loro caverne(3).
Ci detto, Bronowski cambia radicalmente rotta per abbandonare questo
pensiero che alla fine avrebbe potuto condurlo a un'ipotesi plausibile.
Afferma, infatti, che le pitture altro non sarebbero state che una forma
di augurio, il desiderio figurato per il successo delle spedizioni di
caccia. La vera risposta, che lo studioso trascura - o, meglio, ha deciso
di non tenere in conto - ce la offre un'altra serie di pitture rupestri,
quelle rinvenute a Les Trois Frres nella regione francese dell'Arige,
dove si vedono uomini travestiti da animali ed altri che indossano le
classiche vesti degli sciamani.

L'intrinseca natura spirituale delle pitture rupestri.

I nostri antichi antenati paleolitici erano cacciatori-raccoglitori che vivevano
in armonia con la natura. Avevano imparato quando e dove cacciare,
quali frutti e semi raccogliere a seconda del periodo dell'anno, come
fare uso di materiali diversi - come la pietra, la tagliente selce, le ossa
e la pelle degli animali - per aumentare le loro probabilit di sopravvivenza.
Sapevano anche come distinguere i luoghi geografici da considerare
sacri, dove venerare gli spiriti e, per il tramite dei pochi, vale a
dire i leaders naturali e gli sciamani della trib, fortificare i loro innati
poteri spirituali. Quando qualcuno si ammalava, ricorrevano sia ai rimedi
naturali garantiti dalle piante, sia ad altri sistemi terapeutici, quelli
che potremmo classificare come psichedelici, capaci di sollecitare e stimolare
le qualit visionarie dell'individuo. Conoscevano la potenzialit
di alcuni suoni di mutare le disposizioni d'animo, il luogo dove ottenere
il massimo effetto e quali immagini creare per raffigurare ed esaltare la
loro visione spirituale.
Il celebre storico delle religioni, Mircea Eliade, ha scritto:  impossibile
immaginare un momento in cui l'uomo non sognasse, non si abbandonasse
a visioni a occhi aperti, non cadesse in trance, quella condizione
psichica di perdita della coscienza consapevole durante la quale
l'anima viaggia e si spinge oltre(4).
Gli sciamani credevano che il mondo fenomenico avesse radice all'interno
di un'altra realt, il mondo invisibile dello spirito. I riscontri archeologici,
confortati dalle recenti osservazioni fatte presso quelle popolazioni
nomadi di cacciatori-raccoglitori ancora esistenti al mondo,
dimostrano in modo chiaro come sciamani e sacerdoti siano sempre
stati concordi nel ritenere che i luoghi sacri per eccellenza, dove le qualit
visionarie e spirituali trovavano il massimo della loro esaltazione,
fossero le grotte, le fonti e le cime montuose(5). Neconsegue che le rappresentazioni
pittoriche delle grotte paleolitiche sono i pi antichi simboli
sacri che l'uomo abbia mai tracciato.
 I luoghi sacri del Neolitico.

Poich i nostri progenitori dell'Et della Pietra non ci hanno lasciato
nulla di scritto, cercare di definire in modo assoluto e preciso il loro
senso del sacro o le loro pratiche religiose  cosa virtualmente impossibile.
Tuttavia, certi aspetti del loro sistema di credenze, la sua autentica natura
cosmica e l'importanza vitale che aveva per l'uomo primitivo, sono
in qualche modo razionalmente valutabili da un attento esame dei
luoghi sacri dell'era neolitica, sparsi un po' ovunque nel mondo. Ne
prendiamo in considerazione alcuni significativi nel territorio europeo,
non per una particolare affezione verso il Vecchio Continente, ma soltanto
perch sono quelli studiati con maggiore attenzione, meglio documentati
e quindi, per un verso o per un altro, meglio conosciuti dai lettori
di tutto il mondo.
Il paesaggio dell'Europa Occidentale  costellato ovunque da migliaia
di strutture megalitiche di dimensioni e finalit diverse. Dolmen, monoliti
allungati, cerchi di pietre, templi solari e grandi pietre verticali
solitarie che puntano verso l'alto sono ancora oggi muti testimoni di un
antico e complesso sistema di credenze e rituali che data l'arte della
scrittura ad almeno un migliaio di anni fa e forse pi. Anche se non pi
utilizzati a scopi sacri e religiosi da moltissimo tempo, questi siti sembrano
ancora adesso pervasi da un'energia mistica, riscontrabile anche
dai visitatori pi scettici e razionali.
Per la gran parte di queste strutture lo scopo sembra palese: dolmen e
triliti erano luoghi di sepoltura, come, per esempio, il sito
di Newgrange, che presenta la parte interna completamente
istoriata con disegni a
spirale.
Altri luoghi sono chiaramente templi sacri complessi, come Stonehenge
e Avebury. Per alcuni altri, invece, ancora oggi non si  riusciti a
intuire quale potesse essere la loro funzione. Una cosa  indubbia: la
scelta del luogo dove innalzare queste strutture era deliberata, intenzionale.
Questo  dimostrato, per esempio, da Stonehenge dove l'analisi
geologica delle pietre che compongono il complesso ha rivelato che
sono state tagliate a molti chilometri di distanza, nel Galles, e quindi
trasportate, possiamo immaginare con quanta fatica, via acqua e terra
fin sul luogo individuato come sacro. Imprese ancora pi straordinarie
se solo si pensa che gli uomini che innalzarono queste strutture appartenevano
a trib che lottavano quotidianamente per la sopravvivenza,
ma che, evidentemente, dedicavano tempo ed energia alla realizzazione
di questi luoghi, ritenuti di grandissima importanza per la loro vita
spirituale.
La collocazione stessa di tutti questi monumenti religiosi ci pone di
fronte ad almeno un paio di interessanti interrogativi. In primo luogo si
 osservato che la maggior parte di essi risulta allineato con costellazioni
o pianeti. La qual cosa fa immediatamente sorgere la domanda:
perch?, e poi come?. La straordinaria precisione di questi allineamenti
dimostra in modo indubbio che i nostri antenati, presunti primitivi,
possedevano in realt una conoscenza astronomica che non possiamo
neppure immaginare. In seconda battuta, si  scoperto che tutti questi
siti corrispondono a luoghi in cui la forza tellurica terrestre  particolarmente
attiva e si manifesta attraverso quella energia che  indagata
e percepita dall'antica arte della rabdomanzia. Stando a Platone, gli
antichi erano gente semplice che non investigava i fenomeni della natura,
ma accettava le cose per quello che erano. Per questo se un certo
luogo sprigionava un'aurea mistica o un chiaro potere magico, per
esempio un potere curativo, lo veneravano istintivamente, senza porsi
troppe domande. In noi, per, ne nascono almeno un altro paio. Primo:
i nostri antenati erano in grado di distinguere e apprezzare questi luoghi
particolari in virt della loro innata capacit di sentire l'energia tellurica?
Secondo: la mistica coniugazione fra il senso del sacro e le forze
telluriche nasceva soltanto da una mera fortuit?
L'autore e rabdomante inglese Paul Devereux chiama questi posti
luoghi della geografia sacra. Gli antichi Romani esprimevano un concetto
simile riconoscendovi la presenza del genius loci, lo spirito del posto.
Qualcosa che i siti religiosi neolitici manifestano in modo cos potente
da essere ancora tangibile e concreto ai nostri giorni. Non a caso,
molti sensitivi e medium affermano di avvertire un'alterazione della coscienza
quando visitano luoghi come Stonehenge, Avebury, Silbury Hill
o Newgrange. Un'altra domanda ne scaturisce: questa alterazione psichica
 la conseguenza dell'immanenza del genius loci, la forza tellurica
del posto, oppure deriva dalla forte presa simbolica esercitata dalla
struttura stessa? Oppure ancora  una singolare combinazione di questi
due fattori e, magari, di qualche altro aggiuntivo ma indefinibile?

Silbury Hill.

Questo genere di strutture erano senz'altro simboliche, pur avendo noi
perduto la chiave mistica in grado di svelarcene il senso. Prendiamo,
per esempio, il sito di Silbury Hill. Per quello che oggi possiamo constatare,
non  allineato con alcun corpo stellare, mentre rimane misteriosa
la sua correlazione con il vicino sito neolitico di pietre erette di
Avebury.
A Silbury Hill, la struttura risulta scavata all'interno della roccia, e ci
porta a strani paralleli con strutture cronologicamente pi recenti rinvenute
in Egitto. Gli scavi - condotti congiuntamente dai tecnici del Ministero
dell'ambiente e dall'Universit del Galles del Sud - hanno evidenziato
che l'opera venne realizzata esclusivamente a mano e secondo
tre fasi principali.
La prima fase ha visto la creazione di un grande tumulo, il cuore interno,
di circa 40 m di diametro. A questo se ne  poi aggiunto un secondo,
che lo ha in pratica duplicato. Lo scavo per estrarre la pietra di
gesso necessaria all'operazione ha dato origine a un vasto fossato
profondo oltre 6 m. A questo secondo strato ne  poi stato sovrapposto
un terzo, considerato da esperti e archeologi un lavoro di straordinaria
fattura e per la realizzazione del quale sono state stimate pi di quattro
milioni di ore di lavoro. Il gesso estratto dal fossato  poi servito per la
costruzione di un grande terrazzamento a sette gradoni, con tanto di pareti
di contenimento.
Infine, questa struttura piramidale a terrazza  poi stata ricoperta con
terra e vegetazione per dare conformazione finale a quella che a noi
compare come la collina neolitica di Silbury. L'aspetto esterno, quello
che si vede,  quello di una protuberanza conica. All'interno invece, come
detto, si configura una struttura a sette gradoni che sembra replicare
il design esterno della successiva e pi grande piramide a gradoni di
Zoser a Saqqara, in Egitto.
A oggi, nessun studioso  ancora riuscito a spiegare il perch della
struttura a sette gradoni interna e della copertura, e dunque il vero scopo
che port i nostri antenati neolitici a realizzare il gigantesco tumulo
di Silbury Hill giace nel mistero pi fitto, n maggiore chiarezza  stata
fatta sul vicino sito di Avebury, altrettanto spettacolare.

Lo sguardo dell'archeologia
nelle antiche pratiche religiose.

Uno dei primi archeologi a interessarsi del sito di Avebury  stato William
Sukely, che nel 1743 ha definito il posto come il Tempio del Serpente
Alato. A suo dire, il disegno della struttura ricordava quello alchemico
dell'energia sacra, un'immagine voluta dalla casta sacerdotale
per celebrare la sacralit del posto. Un'altra possibilit  riconoscere
nei complessi congiunti di Silbury Hill e Avebury la celebrazione neolitica
della divinit della Madre Terra. Una specie di grandioso, straordinario
inno di gloria e riconoscenza alla Grande Madre. La cosa, in effetti,
ben si allineerebbe con la maggior parte dei simboli ascrivibili a
questa remota era, venuti alla luce nel corso delle investigazioni archeologiche
condotte in Europa e nel vicino Medio Oriente.
L'archeologia ha dimostrato che circa ventimila anni or sono - vale a
dire, grosso modo, al tempo in cui gli ignoti artisti affrescavano le pareti
delle grotte di Altamira, Lescaux, Montespan e quelle dell'Arige -
immagini della grande dea avevano incominciato a diffondersi un po'
in tutta l'Europa, dai Pirenei al lago Baikal, in Siberia. Sono state ritrovate
statuette votive scolpite nell'osso, nella pietra e nell'avorio; piccole
figurine di matrone e grandi madri, molte volte in chiaro stato di gravidanza,
ornate con simboli allusivi come linee, triangoli, cerchi, zigzag,
foglie e spirali(6).
Da quello che siamo riusciti a ricostruire, l'Homo sapiens incominci
a moltiplicarsi fruttuosamente in Europa al termine dell'ultima era glaciale,
quando i ghiacci, che fino a quel momento avevano ricoperto il
continente con uno spesso strato, avevano incominciato a sciogliersi e
a ritirarsi. In questo frangente, gruppi di uomini non avevano esitato a
mettersi sulle piste dei grandi branchi di animali commestibili dirigendosi
verso est, mentre altri erano rimasti nelle fertili vallate
della Dordogna, del Vzre e dell'Arige, nell'attuale Francia. Corrisponde a
questo momento la realizzazione delle statuette della dea e delle pitture
rupestri sulle pareti delle grotte, nelle vaste regioni percorse da rocce
calcaree.
Le figurine, come detto, rappresentavano una divinit femminile,
sempre nuda e chiaramente incinta, come se il grande mistero del femminino
si concentrasse soltanto in quello altrettanto grandioso della fertilit,
della gravidanza e della nascita. Alcuni di questi manufatti erano
colorati con l'ocra rossa, evidente richiamo al sangue, che  fonte della
vita. Certi esemplari di queste statuette sembrano essere stati modellati
per essere infissi nel terreno, anche se ci  ignoto(7) per quale finalit rituale.
Un esempio unico e particolare di queste statuine raffiguranti la Madre
Terra  venuto alla luce a Laussel, Dordogna, in Francia, un sito non distante
dal complesso di grotte di Lascaux. La figurina  ricavata in un
pezzo di roccia calcarea, lavorata con arnesi di silice. Nella mano destra
trattiene un corno di bisonte, che ricorda il crescente lunare. Su questo
oggetto compaiono tredici punti, simbolo dei tredici giorni della luna
crescente e dei tredici mesi lunari che compongono l'anno. La
mano sinistra  atteggiata a indicare il ventre, gonfio della gravidanza(8). Il professor
Joseph Campbell, una riconosciuta autorit nel campo della mitologia,
intreccia un vivido collegamento fra le fasi lunari e il mistero
della nascita, quando scrive:
Le fasi della Luna al tempo dell'uomo dell'Et della Pietra erano le stesse di oggi,
dell'uomo moderno, e la stessa cosa vale per la durata della gravidanza.  possibile
che la prima osservazione che innest nella mente dell'uomo primitivo il
principio di una mitologia legata al mistero che pervade le cose terrene e celesti,
riguardasse il collegamento esistente fra fattori analoghi, ma appartenenti a ordini
diversi: il misterioso manifestarsi nel cielo della luna crescente e l'altrettanto misterioso
formarsi del feto nel ventre femminile nel periodo della gravidanza(9).
Non sembra difficile classificare questo genere di creazioni - come,
d'altra parte la maggior parte dei musei che ne conserva una tende da
sempre a fare - etichettandole come statue di donna o, altrettanto
sbrigativamente, come simbolo di fertilit, definizioni che non sono
d'altronde scorrette. Peccato che la ristrettezza di queste definizioni
manchi di cogliere il cuore del problema. Come studiosi attenti del calibro
di Baring e Cashford evidenziano, in realt in queste statuine si
coglie anche un aspetto di ordine spirituale, in quanto la manifestazione
del mistero della nascita non  soltanto la dimostrazione di come la
vita si concretizza nel mondo, ma qualcosa di pi, che va oltre, ossia il
non manifesto che si palesa e diventa manifesto, come l'invisibile e lo
spirituale che informando la materia si fanno sensibili e tangibili. Questo
 anche il motivo per cui tali figurine sono state identificate in deit,
portatrici di vita, alimento e al tempo stesso principio rigenerante dell'esistenza
stessa.
Poi dal Paleolitico si transit nel Neolitico quando il progresso dell'umanit
registr un balzo decisivo abbracciando due momenti fondamentali:
la coltivazione delle piante e la domesticazione degli animali,
due conquiste che permisero di dare corso alla fondazione delle citt e,
da l, far nascere la civilt cos come la intendiamo e la conosciamo.
Sulla base di queste titaniche affermazioni, l'uomo  poi andato incontro
all'invenzione che ne ha completamente trasfigurato l'esistenza,
consentendogli non solo di tenere conto del passato, ma di cogliere
l'importanza del suo progredire come essere pensante, senziente, sensibile
e sociale, mi riferisco - ma l'avrete gi intuito - alla invenzione
della scrittura.

Le prime memorie storiche.

Grazie alle testimonianze scritte possiamo ora apprendere in forma diretta
dalla voce dei nostri antenati come vivevano ed erano organizzati,
quali erano le loro gerarchie sociali, riuscendo anche a intravedere quali
potevano essere le credenze religiose e le aspirazioni spirituali. In
questo momento - con il sorgere delle civilt babilonese ed egizia -
non  soltanto il sistema sociale umano a svilupparsi con grande slancio,
andando incontro a una grandiosa complessificazione, ma anche
l'altrettanto articolato sistema delle convinzioni religiose. La religione
inizia a definire ritualistiche, cerimoniali, pratiche e credenze che vengono
meticolosamente registrate, consentendoci, con una valutazione
comparata, di confrontare i diversi sistemi e le differenti culture. E il risultato
 - almeno per i cristiani devoti - a dir poco sorprendente nel
momento in cui si prende nozione di una continuit quasi straordinaria
con le cerimonie, i riti e il simbolismo ancora in auge oggi. Ecco, concordando,
che cosa scrivono Baring e Cashford:
Fra i labirintici percorsi delle grotte del Paleolitico al labirinto del pavimento
centrale della cattedrale di Chartres esiste un distacco temporale di circa 25 mila
anni, tuttavia questo sembra non avere alcuna importanza per l'identit simbolica
che, in pratica, azzerando il tempo, li rende coevi nello spirito. Gli uccelli in volo
delle tombe dell'isola di Malta si agganciano simbolicamente... alle colombe della
dea sumera Inanna, dell'egizia Iside, della greca Afrodite, alla colomba candida
dello Spirito Santo(10).
Dunque, col nascere delle grandi civilt del passato -
Babilonia, Sumer, Egitto - assistiamo non solo a un
progressivo sviluppo sociale, organizzativo
e legislativo, ma anche alla raffigurazione, con graffiti,
sculture in pietra e tavolette di argilla, delle immagini di divinit, di e
dee, e di cose e oggetti intesi come simboli carichi di un profondo significato
spirituale, quali per esempio l'albero della vita e il serpente,
rappresentazione del dono divino della sapienza o della sacra gnosi.

L'avvento del politeismo.

La nascita e lo sviluppo della civilt  il preannuncio della fine del
monopolio religioso della Grande Dea, la Madre Terra, che viene ora
raggiunta nel pantheon celeste da altre divinit, come dal consorte, dallospasimante e dal figlio. Presso tutte le emergenti civilt - indipendentemente
dal momento e dal luogo - viene grandemente venerato un
corpo di credenze che riconoscono l'origine divina del prezioso dono
dell'agricoltura, che ha permesso all'umanit di incamminarsi lungo la
strada della civilt. E, attenzione, questo riconoscimento, questo processo,
non si  fermato o limitato alle grandi civilt di cui si  detto, ma
ha interessato e interessa tutti i popoli e le culture.
Molte sono le mitologie in cui si parla dell'origine misteriosa e divina
dell'agricoltura e dell'artigianato(11). In particolare, il professor Campbell
illustra quelle degli Indiani del Nord America e dei popoli della Polinesia,
presso i quali si riconosce, senza mezzi termini, la natura divina
dell'agricoltura, vista come un munifico dono degli di. Poich  assolutamente
provato che fra questi due diversi gruppi umani non sono
mai esistiti contatti di sorta, la rassomiglianza di queste loro convinzioni
religiose  a dir poco sorprendente. Tuttavia, si tratta di qualcosa perfettamente
in linea con ci che raccontano anche i miti di tutte le altre
antiche civilt, che non esitano a sostenere la scaturigine superiore di
molte delle abilit e delle capacit espresse dall'uomo.
Il profeta persiano Zaratustra - il fondatore dello Zoroastrismo - ammetteva
di aver avuto la conoscenza delle tecniche agricole per bont
divina dal dio Sole, Ahura Mazda. In Egitto tocca al dio Osiride - giudice
dell'oltretomba e contemporaneamente fratello e sposo di Iside, la
dea della fertilit - il merito di aver insegnato al popolo come coltivare
il prezioso grano; il dio greco del vino e della fertilit Dioniso gira in
lungo e in largo per tutta la Grecia e nelle isole per far conoscere la
pianta della vite. Analoghe radici vengono anche riconosciute alle leggi,
ai principi normativi che hanno contribuito in modo determinate all'imporsi
della civilt. Gli esempi pi tipici sono quelli di Mos, che
conduce il suo popolo fuori dalla terra d'Egitto, affrancandolo dalla
lunga schiavit e riceve le Tavole della Legge sul Monte
Sinai; Hammurrabi, il re di Babilonia che unifica le leggi
della sua gente e quelle
dei precedenti Sumeri e dice di essere stato ispirato in questa azione di
sintesi dal dio Shamash in persona; Numa Pompilio, il secondo leggendario
re di Roma, che rivela di incontrarsi regolarmente con la divina
ninfa Egeria per ricevere da lei ispirazione nel definire le istituzioni e le
ritualistiche della religione praticata dal suo popolo(12).

La scintilla della consapevolezza.

Il plurisfaccettato problema relativo a un'accurata ricostruzione della
straordinaria storia dei nostri antichi progenitori  ulteriormente complicato
dalla nostra riluttanza - o, se si preferisce, non volont - di ammettere
che l'uomo stesso faceva parte integrale del processo evolutivo.
Qualcosa che non si limitava a esprimersi soltanto sul piano biologico,
ma anche dell'intelletto e della coscienza. L'antropologo e
teologo gesuita Pierre Teilhard de Chardin identifica questo
processo di graduale
evoluzione della mente e delle sue qualit con un atto creativo continuo,
scaturito come risultato dell'incessante accumularsi delle funzioni della
coscienza e del pensiero, elemento che costituisce la chiave di volta per
poter comprendere non solo l'autentico percorso lungo il quale si  instradata
la civilt dell'uomo, ma anche per poterne conoscere il futuro.
Lo psicologo Julian Jaynes afferma che nell'era neolitica la coscienza
umana era cos saldamente interfacciata col divino che l'uomo interloquiva
e obbediva ai comandi dei celesti che letteralmente udiva,
nello stesso modo in cui gli schizofrenici sentono altre voci. Jaynes descrive
la conquista della consapevolezza come una discesa da questa
condizione di compartecipazione col divino, un processo che passo dopo
passo ci ha consentito di approdare all'attuale grado di indipendenza
e complessit di pensiero scientifico(13). Questa discesa divina della
consapevolezza - le cui tracce restano nella differenziazione fra i due
lobi del nostro cervello - esercita anche una forte influenza nella comprensione
del simbolismo sacro. Tuttavia, come ho gi detto, per tentare
di comprendere realmente quali erano le concezioni spirituali dei nostri
antenati bisogna superare determinati problemi.
 sempre difficile sradicare dalla mente le idee precostituite, quelle
credenze che si sono stratificate nel corso dei millenni e che, inevitabilmente,
esercitano una forza che porta a distorcere la vera comprensione
di molti concetti legati alla rappresentazione simbolica, specie se abbiamo
a che fare con immagini che hanno anticipato di molto la cultura
cristiana. Prendiamo, per fare un esempio concreto, il simbolo del serpente,
che presso la tradizione babilonese e sumera era la raffigurazione
della saggezza o del dono divino della conoscenza sacra, la gnosi.
Due serpenti avvinghiati attorno a un bastone costituivano il simbolo
della dea sumera Ningizzida, ma erano anche il caduceo, emblema inconfondibile
del dio greco Hermes, il messaggero degli di.
Anche un altro dio greco, Asclepio patrono dell'arte medica, esibiva
questo segno distintivo(14).
Ma oltre duemila anni di cultura cristiana hanno completamente snaturato
questo simbolo, imprimendo nelle nostre coscienze l'idea che il
serpente possegga una valenza negativa e rappresenti il diavolo o il
peccato originale. Ebbene, convincimenti come questo devono essere
immediatamente messi da parte, se vogliamo cogliere la vera essenza
delle antiche conoscenze. Senza parlare, poi, di tutto quel bagaglio di
convinzioni errate che il cristianesimo in genere si porta dietro, vale a
dire, in primo luogo, il pensiero di essere una religione originale, che
non ha avuto alcun precedente.
Una prova lampante che non lo , n avrebbe potuto esserlo,  costituita
dai tanti attributi che nella Sumeria del 3500 a.C. venivano riconosciuti
alla dea Inanna. A seconda dei casi, veniva detta Vergine Regina
dei Cieli, Luce del Mondo, Stella del Mattino, Stella della Sera, Colei
che perdona i peccati, tutti attributi che nella liturgia della Chiesa di
Roma vengono recitati, salmodiando, nelle litanie dedicate alla Beata
Vergine Maria, la madre di Cristo. A Inanna, poi, erano sacri i simboli
del crescente lunare e della stella della sera, l'astro che noi chiamiamo
Venere, gli stessi della Vergine Maria(15).
Identica fraseologia e stesso simbolismo contraddistinguevano anche
un'altra divinit importante, la sumera Ishtar, i cui grandiosi templi, innalzati
in luoghi sopraelevati, erano decorati con la stella a cinque punte
e con delle rosette. Ishtar aveva un figlio destinato ogni anno a morire.
In autunno il giovane Tammuz discendeva agli inferi, ma solo per risalire
in superficie, nella gloria pi piena, per riportare sulla Terra il rinnovellare
della vita col sopraggiungere della primavera. Tammuz era
conosciuto come il figlio della vedova, un termine che  risuonato
lungo i millenni, trasmettendosi dalla Sumeria alla civilt dell'Egitto
faraonico e ancora oggi carico di simbolici significati, specie nell'ambito
della Fratellanza massonica. La figura del giovane Tammuz  una
delle prime immagini di un dio che affronta una morte sacrificale per
poi rinascere e ritornare alla vita; un essere radioso che raffigura l'aspetto
vitale del percorso spirituale, vale a dire la morte e la conclusione
delle cose terrene del mondo temporale, e la successiva rinascita nel
mondo dello spirito, una caratteristica essenziale in tutti i cammini d'iniziazione.
Dunque, nelle antichissime tavolette incise di Sumeria e Babilonia,
gi apprezziamo con chiarezza concetti di natura spirituale che hanno
attraversato i secoli intatti e incorrotti, espressi in forme sintetiche e
simboliche, capaci di esercitare una grande influenza in tutte le civilt
successive, da quella egizia, a quella biblica del giudaismo e, tramite
queste, il cristianesimo, in tutte le sue mille sfaccettature.
 Note.
1. Colin Wilson, The Occult, London. Grafton Books, 1979, p. 38 (trad. it. L'Occulto, Roma,
Astrolabio, 1975).
2. Jacob Bronowski, The Ascent ofMan, Arkush, Little Brown, 1974, p. 31.
3. Ivi, p. 54.
4. Mircea Eliade, Shamanism, Princeton, Princeton University Press, 2004, p. 19.
5. Paul Devereux, Places of Power, London, Blandford, 1990, p. 11.
6. Anne Baring - Jules Cashford, The Myth of th Goddess, London, Penguin, 1993,
7. Ivi, p. 6.
8. Ibid.
9. Joseph Campbell, The Way of Animal Powers, London, Times Books, 1984, p. 69.
10. Anne Baring - Jules Cashford, The Myth of th Goddess, cit., p. 42.
11. Trevor Ravenscroft - Tim Wallace-Murphy, The Mark of th Beast, London, Sphere Books,
1990, p. 43 (trad. it. Il potere occulto della lancia del destino, Roma, Newton & Compton, 2003).
12. Ivi, p. 44.
13. Julian Jaynes, The Origin of Consciousness in th Breakdown ofthe Bicameral Mind, London,
Penguin, 1993, pp. 83-94 (trad. it. Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza,
Milano, Adelphi, 1994).
14. Anne Baring - Jules Cashford, The Myth of th Goddess, cit., p. 43.
15. Ivi, pp. 176,177.


Capitolo 2.
L'eredit dell'antica gnosi egizia.

La stupefacente civilt dell'antico Egitto ci ha lasciato in eredit una
massiccia quantit di testi scritti e di testimonianze architettoniche e archeologiche,
che sono risultati molto influenti nei confronti delle tre
grandi religioni rivelate del mondo, vale a dire giudaismo, cristianesimo
e islamismo. Assai singolarmente, la civilt egizia sembra essere
sorta quasi d'incanto, gi plasmata, come se non fosse stata preannunciata
da fasi propedeutiche e di gestazione, di cui, infatti, non si trova
traccia nelle pur abbondanti testimonianze scritte e archeologiche. Nei
cosiddetti Testi delle Piramidi - che sono le pi antiche testimonianze
di letteratura esoterica che conosciamo - si parla con insistenza di Tep
Zepi, il Primo Tempo, quello del leggendario dio Osiride, quando la
terra d'Egitto era governata dagli di in sembianze d'uomini, donatori
della conoscenza sacra e della complessa e profonda conoscenza di astronomia.
Due, per lo meno, gli interrogativi spontanei: da dove scaturiva, in
quell'Egitto preistorico, una conoscenza del firmamento cos scrupolosa
e precisa? Secondo: quando si registr il Primo Tempo e dove?
A rispondere alla prima domanda ci prova l'autore John Anthony West,
quando scrive:
Non c' aspetto della conoscenza degli antichi Egizi che non sembri essere nato
gi completo sin dall'origine, dal suo primo manifestarsi. Le tecniche scientifiche,
artistiche e architettoniche, cos come il sistema scritturale dei geroglifici non mostrano
quasi alcun segno di sviluppo, al punto che molte delle conquiste delle primissime
dinastie faraoniche raggiunsero livelli cos alti da non potere essere superati
n eguagliati dalle dinastie successive... La risposta  facile facile e ovvia, ha
il solo difetto di non essere per niente gradita all'establishment della scienza ufficiale,
ma  importante farla lo stesso conoscere. La civilt egizia non si  mai sviluppata
perch, in verit, si tratta di un lascito(1) [il corsivo  mio].
Se West  nel giusto, da dove derivava una simile civilt precedente?
L'assenza pressoch totale di qualsivoglia segno di evoluzione
della civilt egizia ci porta all'inevitabile conclusione che queste conoscenze
si svilupparono altrove, oppure che facevano parte di una civilt scomparsa
o del tutto sconosciuta, fiorita da qualche parte all'interno dell'Egitto
stesso.
Quest'ultima ipotesi non  peregrina come potrebbe sembrare a prima
vista, poich in Egitto esistono grandi aree completamente sepolte dalle
sabbie del deserto e altre in cui  altrettanto impossibile compiere
esplorazioni archeologiche in quanto completamente occupate dalle
grandi citt come il Cairo. A oggi, comunque, una delle ipotesi accreditate
con maggiore consistenza per cercare di giustificare l'origine di
questi sofisticati livelli di conoscenza  la teoria della razza dinastica
proposta per la prima volta da William Matthew Flinders Petrie, un
tempo professore emerito di Egittologia presso l'University College di
Londra e oggi quasi venerato come il padre della moderna ricerca sull'antico
Egitto.

Indizi archeologici sulle origini della civilt egizia.

Flinders Petrie e James Quibell realizzarono scavi archeologici nel sito
di Nakada nel biennio 1893-94, esaminando oltre 2000 sepolture del
periodo pre-dinastico. Le ceramiche e gli artefatti venuti alla luce si potevano
distinguere nettamente come provenienti da due diversi periodi,
battezzati da Petrie come Nakada I e Nakada II(2). Nelle tombe
di Nakada II, Petrie rinvenne frammenti di ceramiche di
evidente matrice mesopotamica(3),
mentre in tutti gli altri scavi effettuati nella Valle del Nilo
in siti antecedenti questo periodo manufatti di origine straniera non
erano mai stati rinvenuti(4). Nel rapporto di Petrie si cita anche il ritrovamento,
sempre nelle tombe di Nakada II, di pietre di lapislazzuli, l'unica
occasione, fra tutti i siti del periodo pre-dinastico fino a quel momento
esplorati, in cui questa preziosa pietra dura era stata rintracciata.
Si trattava di un materiale molto ricercato, ma gi in uso presso la civilt
mesopotamica molto prima della datazione delle tombe egizie di
Nakada II.
Questi non erano i soli segnali di un'inattesa influenza mesopotamica
nella civilt egiziana del tempo, ve n'erano alcuni altri come, per esempio,
la mazza dalla caratteristica forma a pera, l'uso dei sigilli cilindrici,
l'improvviso apparire di costruzioni realizzate in mattoni, la stessa
scrittura geroglifica, forse evolutasi, secondo una trasformazione ancora
tutta da verificare, da una radice babilonese(5). L'egittologo inglese
Douglas Derry, uno degli allievi prediletti del grande Petrie, si esprime
in modo alquanto esplicito a proposito di questo subitaneo balzo in
avanti della civilt egizia. Nel 1956 ebbe a scrivere:
Un'ipotesi molto suggestiva  quella di immaginare la presenza di una razza dominante,
scarsa in numero, ma molto pi intelligente di quella che costituiva la
popolazione locale; una razza che diede all'Egitto la conoscenza di come costruire
con la pietra, di come scolpire, dipingere, e, soprattutto, scrivere. Ecco in qualche
modo giustificato l'improvviso scatto in avanti della civilt egizia pre-dinastica,
tuffatasi con grandioso slancio in quella straordinaria del Regno Antico(6).
L'egittologo e orientalista olandese Henry Frankfort definisce la presenza
nell'Egitto pre-dinastico dei sigilli cilindrici come la prova pi
clamorosa ed evidente del certo contatto avvenuto fra la Mesopotamia
e l'Egitto(7). Tuttavia, anche l'inattesa comparsa di un consistente corpo
di prove che attestino uno scambio e un contatto culturale fra queste
due grandi civilt, poco o nulla riesce a rivelarci in merito al tramite
grazie al quale queste influenze esotiche poterono raggiungere la terra
del Nilo.
Arthur Weighall, gi sovrintendente capo delle antichit per nome del
governo egiziano tra il 1905 e il 1914, nel 1908 aveva esplorato la regione
egizia del wadi Abbad, nella parte orientale del deserto. Questo
grande wadi, che collega la citt di Edfu nella Valle del Nilo con il porto
di Mersa Alam sul Mar Rosso, conservava il tempio di Kanais, dedicato
al dio Amun-Re, realizzato per volere del faraone Seti I (XIX dinastia,
ca. 932 a.C.), padre di Ramesse il Grande. Nel corso degli scavi,
Weighall rintracci e riprese dei graffiti incisi sulle pareti del canyon
formato dal wadi, in cui si potevano scorgere chiaramente delle strane
imbarcazioni, dalla caratteristica alta prua. L'anno seguente lo studioso
diede alle stampe le sue annotazioni(8).
All'inizio del 1936, l'etnologo ed esploratore tedesco Hans Winkler si
dedic invece alla perlustrazione del vicino wadi Hammamat e anche
qui aveva avuto modo di notare delle raffigurazioni, incise sulla roccia,
in tutto e per tutto analoghe a quelle evidenziate da Weighall. Quando
Winkler pubblic il frutto delle sue ricerche(9) sugger che i disegni fossero
stati realizzati da gente di mare in spedizione militare che, approdata
sulle coste occidentali del Mar Rosso, si era poi spinta a piedi lungo
la strada del deserto fino a raggiungere
la Valle del Nilo(10). David
Rohl ha perlustrato ambedue i percorsi segnati dal wadi, estendendo
nel 1997 la sua ricerca lungo il wadi Barramiya. Anche qui, Rohl ha
rintracciato graffiti in cui compaiono le navi dalla prora rialzata e ha
quindi proposto di tenere in conto l'ipotesi dell'esistenza di una connessione
diretta fra le genti di mare che lasciarono testimonianza di s
sulle pareti rocciose dei tre wadi e i ritrovamenti della necropoli di
Nakada II effettuati da Petrie e dal suo team
di archeologi(11).

I devoti del dio Horus.

Le ricerche di Rohl facevano parte di un'indagine a pi ampio respiro
tesa a raccogliere prove in merito ai Shemsa-Hor, i seguaci devoti del
dio Horus, che egli ipotizza come immediati progenitori dei primissimi
faraoni(12). I pi antichi riferimenti ai fedeli di Horus si trovano nei Testi
delle Piramidi(13) e questa citazione costituisce anche il primo riferimento
storico assodato della trasmissione di una conoscenza ritenuta sacra
giunta fino ai nostri giorni.
I seguaci o devoti del dio Horus erano una setta o categoria di sacerdoti
iniziati il cui compito era quello di preservare, esaltare e trasmettere
un formidabile corpus di conoscenze dai maestri agli apprendisti allievi,
in una catena che doveva investire una generazione dopo l'altra.
Stando alle pi antiche leggende egizie, questa misteriosa tradizione
sarebbe sorta al tempo dei Neteru, la favolosa era in cui gli di erano
i signori dell'Egitto, il tempo immediatamente precedente quello delle
prime dinastie faraoniche. Questi iniziati non erano dei faraoni, ma uomini
illuminati dal grande potere, membri dei pochi, che venivano
appositamente selezionati per entrare a fare parte di un'accademia di
eletti nella citt sacra di Heliopolis, presso Giza, quando la terra del Nilostava ancora vivendo la sua, pur gi gloriosa, preistoria(14).
Georges Goyon, egittologo reale al tempo di re Farouk, ha detto: Il
sito di Giza venne prescelto dagli antichi sacerdoti-astronomi a causa di
qualche motivazione scientifica e religiosa(15). Peccato che Goyon non
si sia spinto oltre e non ci abbia rivelato quali possano essere state queste
ragioni.

Gli astronomi dell'antico Egitto.

Gli studiosi del mondo classico che posseggono una conoscenza diretta
della civilt egizia, sono tutti colpiti e impressionati dall'altissimo livello
di conoscenze e saggezza posseduto dalle caste sacerdotali di
Menfi e Heliopolis. Gli antichi Greci mostravano un reverente rispetto
per le loro avanzate conoscenze astronomiche(16) e anche Aristotele non
pu fare a meno di scrivere: ...essi hanno effettuato osservazioni sin
dai tempi pi antichi ed  da queste che hanno derivato una salda conoscenza
delle cose delle stelle(17). Ancora nel V secolo d.C. il neoplatonico
Proclo Diadoco scriveva: Grazie all'osservazione celeste si  visto
come le stelle ruotino attorno ai poli dello zodiaco in ragione di un grado
nell'arco di un secolo, movendo verso Oriente, come gi Tolomeo e
Ipparco avevano detto... anche grazie agli insegnamenti sulle stelle fisse
che gli Egizi avevano dispensato a Platone...(18).
Gli autori moderni ed egittologi, Robert Bauvai e Graham Hancock
scrivono: I sacerdoti di Heliopolis erano molto addentro ai misteri del
firmamento e una delle loro occupazioni principali era proprio quella di
osservare le stelle e annotare i diversi movimenti del Sole e della Luna,
dei pianeti e degli altri corpi celesti(19). Un altro noto autore, il gi citato
John Anthony West, ha sintetizzato il pensiero del grande studioso
del XX secolo della spiritualit dell'antico Egitto, Schwaller de Lubicz,
quando puntualizza che la scienza, la medicina, la matematica e l'astronomia
degli Egizi avevano raggiunto un livello di specializzazione cos
sofisticato da sorprendere ancora oggi chi le studia e che ogni loro
sapere si fondava su una completa e approfondita conoscenza delle leggi
dell'universo(20). Secondo Schwaller de Lubicz  grazie a questa forma
di conoscenza, ispirata e superiore, di mitologia, simbologia, iconografia
e perfette proporzioni geometriche delle loro architetture che gli
Egizi sarebbero stati in grado, come dire, di incapsulare la loro conoscenza
delle strutture fondamentali del creato(21).

La gnosi.

La sofisticata e, valutando oggi, quasi incredibile conoscenza iniziatica
- gnosi - che i sacerdoti egizi detenevano, custodivano e continuamente
approfondivano veniva trasmessa di generazione in generazione dai
maestri ai discepoli nell'ambito dei segreti dei templi. Nessuno si sognava
di utilizzare queste conoscenze a proprio vantaggio, n i sacerdoti
n, tanto meno, i faraoni, anche se ovviamente queste categorie sociali
godevano di ampi privilegi.
Le conoscenze sacre in settori come l'astronomia, l'agricoltura, l'architettura,
l'edilizia, la medicina, la matematica, l'arte della navigazione
e la metallurgia venivano utilizzate da preti, faraoni e aristocratici esclusivamente
al servizio della comunit.
Ben sostenuta da una gnosi ispirata dal divino e, soprattutto, ben protetta
dagli inaccessibili deserti che la circondavano da ogni lato, la civilt
egizia riusc a sviluppare un alto livello di sofisticazione, stabilit
e complessit, mai pi eguagliata nella sua strabiliante brillantezza. Nei
Testi delle Piramidi, in quelli di Edfu e nel Libro dei Morti, come sulle
pareti dei templi e nei tanti papiri, si  conservato un vasto corpus di conoscenze
esoteriche, percorso da un dualismo che viene ben sintetizzato
da Bauvai e Hancock, quando scrivono: Il linguaggio utilizzato in
questi testi  esotico e rispecchia il pensiero dualistico che sembra stare
nel cuore della societ egiziana e che  forse stato il potente motore
che le consent di approdare a cos straordinarie
conquiste(22). I testi di
Edfu, in particolare, fanno insistente riferimento alla sapienza dei saggi,
enfatizzando continuamente il concetto che per l'establishment
egizio ci che pi di ogni altra cosa contava era la conoscenza(23).
Secondo Schwaller de Lubicz, il modo in cui gli antichi Egizi cercavano
di penetrare il mistero dell'universo e di comprendere la collocazione
dell'uomo al suo interno, era completamente diverso da quello abbracciato
dall'umanit moderna(24). Questo modo sacro di conoscere il
creato non poteva in alcun modo essere trasmesso per il tramite del linguaggio,
ma soltanto attraverso il mito e il simbolismo(25). Robert e Deborah
Lawlor - gli autori che hanno tradotto in lingua inglese tutta l'opera
di Schwaller de Lubicz - affermano che il simbolismo era il mezzo
pi usato per ricordare e trasmettere una precisa conoscenza
supernaturale, ottenuta anche per mezzo di visioni intuitive,
per Schwaller de Lubicz l'aspetto fondamentale del modo di
conoscere in atto presso gli
Egizi(26).
Schwaller de Lubicz inizi a mettere insieme il suo ponderoso lavoro di
ricerca sul simbolismo partendo dal principio che esistono due diversi livelli
e modi per avvicinare la lettura e l'interpretazione dei testi religiosi
egiziani: quello essoterico e quello esoterico. Il modo autentico, profondo,
 quello esoterico che si riesce a svelare soltanto con l'interpretazione
dei geroglifici e con lo studio attento dei sacri testi storici e religiosi.
Questa versione serviva anche per trasmettere significati e messaggi nascosti
che Schwaller de Lubicz definisce come interpretazione simbolica(27).
Poich questa sorgente segreta  stata negletta e dimenticata per secoli,
il solo modo in cui  stata, in un modo o nell'altro, tramandata,  col
tramite delle grandi religioni monoteistiche, giudaismo, cristianesimo e
islamismo, tutte imbevute di una forte radice egizia(28).

La scienza della simbologia.

Ancora oggi simboli e geroglifici echeggiano risposte assai pi ricche e
complesse che non quelle offerte dalla loro mera traduzione, per quanto
corretta e perfetta essa possa risultare, e anche indipendentemente
dalla loro pi o meno ben riuscita fattura. Essi rievocano qualcosa di
aggiuntivo che sembra fondarsi su una profonda integrazione di corpo,
mente e spirito, un insieme che neppure la psicologia odierna sembra
capace di sintetizzare. Coloro che si sono dedicati allo studio delle
sculture, dei dipinti, delle meravigliose vetrate delle cattedrali dei costruttori
medievali o si sono immersi nella civilt egizia credo che abbiano
potuto rendersene conto direttamente. Due scrittori francesi di
esoterismo, Pauwels e Bergier, commentano proprio questo aspetto
dell'antico simbolismo riconoscendo la profondit della conoscenza
iniziatica di coloro che ne facevano uso. Scrivono:
Essi... scolpivano nella pietra il loro messaggio esoterico. Segni, del tutto incomprensibili
per quegli uomini la cui consapevolezza non era ancora andata incontro
a mutamenti... Questi iniziati non si volgevano alle cose segrete per amore
della segretezza, ma soltanto perch le loro scoperte delle leggi dell'energia, della
materia e della mente umana avvenivano su un diverso piano di coscienza e per
questo motivo non potevano essere comunicate e trasmesse(29).
Gli iniziati dell'antico Egitto non erano i soli che ricorrevano al simbolismo
in questo modo. Il simbolismo  una forma di comunicazione
efficace e istintiva che saggi e illuminati di tutto il mondo delle antiche
religioni usavano sin dalla notte dei tempi. Da parte loro, gli Egizi non
restringevano l'uso della simbologia soltanto alle cose religiose e della
conoscenza - al tempo in pratica sinonimi o, quanto meno, differenti
aspetti di una medesima realt - ma vi ricorrevano anche per rinforzare
l'origine divina, il potere e la linea genealogica dei faraoni. Le raffigurazioni
classiche dei sovrani d'Egitto li presentano con sul capo la duplice
corona dell'Alto e del Basso Egitto. A corredo del copricapo - come
anche sulle maschere funerarie - stavano poi, ben distinti e visibili,
altri due simboli: le teste di un falco e di un cobra.
L'incarnazione del faraone come corpo vivente del dio Horus. era simbolicamente
indicata dalla testa del falco, mentre quella del cobra aveva
due accezioni simboliche: la prima a segnalare la sede della saggezza
e la seconda il lignaggio divino. Vi erano anche altri simboli
che indicavano l'impronta celeste, divina, della genealogia
del sovrano e degli
alti sacerdoti, simboli forti trasformatisi poco alla volta nel tempo
ed ereditati in tempi medievali dalle famiglie aristocratiche per accreditarsi,
anche in questo caso, una progenie e un'origine divina.

Il simbolismo sacro degli Egizi.

I templi egizi ridondavano di simboli e geroglifici che celebravano la
saggezza, il potere e il dominio sul mondo da parte dei grandi faraoni.
Grandiosi obelischi - tutti riccamente decorati e sormontati, sulla cima,
da una pietra a piramide detta ben-ben - venivano eretti in coppie, a costeggiare
le grandi strade che conducevano ai luoghi di culto pi importanti.
La pietra ben-ben, la sommit a piramide degli obelischi, rappresentava
il punto di quiete dell'uccello sacro, la Fenice, il leggendario
essere che rinasceva dalle sue stesse ceneri dopo essere morto nel
fuoco, icona simbolica della morte e della rinascita spirituali.
Al tempo del faraone Thutmosi III (1476-1422 a.C.) questa forma di
simbolismo incominci a trasformarsi e si trasmise mutando forma dalla
religione egizia al giudaismo biblico e attraverso la diffusione della
Fratellanza massonica  giunta fino ai nostri giorni. Nel grande cortile
all'aperto che fronteggiava il meraviglioso tempio di Kamak al simbolismo
della coppia di obelischi and a sostituirsi quello di una coppia di
colonne, la cui funzione era diventata puramente simbolica, in quanto a
esse non faceva capo alcuna funzione architettonica. L'antropologo inglese
David Rohl sostiene rappresentassero i due regni
dell'Egitto(30) e
descrive le loro iscrizioni con queste parole. La colonna collocata
verso est presentava tre steli che andavano a confluire in un
grande fiore stilizzato con petali pendenti. Se, compiendo un balzo
temporale, ci proiettiamo nel simbolo araldico della monarchia medievale
francese non stentiamo a riconoscere immediatamente il celebre
fleur-de-lys(31).
I gigli non nascevano spontaneamente in Egitto e, comunque, non era
certo agevole coltivarli in quei luoghi. Lo erano lo stesso per esplicito
desiderio dei sovrani e venivano curati per la loro qualit di modificare
l'umore della persona, una volta ingeriti. Il loro consumo era una prerogativa
del faraone e per questo anche il fiore del giglio divenne presto
un altro simbolo della dinastia regale. E poich la sacra gnosi veniva
impartita agli iniziandi quando si trovavano in una condizione alterata
di coscienza, il giglio si trasform anche in icona della saggezza,
allo stesso modo dei due appena citati pilastri. Col tempo, essi vennero
associati in modo indissolubile alla discendenza regale della Casa d'Egitto
e da quel momento in avanti due pilastri liberamente eretti
presero a significare il duplice attributo del faraone: i doni divini della potenza
e della sapienza, travalicando il senso culturale e religioso che i
costruttori gli avevano attribuito in origine.

Quel che ci resta del simbolismo egizio.

In un lavoro sintetico come questo, sono pressoch costretto a ricordare
solamente gli aspetti pi evidenti della simbologia religiosa quotidiana
dell'antico Egitto, parte integrante della vita di quel popolo. I
simboli sono cos tanti da perderne il conto. Tuttavia ve ne sono alcuni
che non solo hanno brillantemente superato il baratro del tempo, ma
giunti fino a noi hanno subito trasformazioni e adattamenti a opera di
altri credi religiosi e sono in auge tuttora all'interno della vita quotidiana
del nostro moderno mondo occidentale.
Secondo alcuni, il simbolo pi importante degli Egizi era la cosiddetta
croce della vita, l'ankh, una croce a bracci della stessa lunghezza
sormontata in cima da un ovale.
Da Babilonia ci  arrivata invece la stella a cinque punte, usata per decorare
i templi di Ishtar e Inanna, trovata anche in abbondanza nelle
sepolture egizie. Ma qui il simbolo predominante era l'occhio di Horus,
la raffigurazione dell'occhio perso dal dio in battaglia contro il dio malvagio
Seth (detto per inciso, l'occhio gli era stato poi riappiccicato dal
dio Thot). Questo potentissimo occhio che tutto vede veniva dipinto a
sgargianti colori sulla prua delle navi egizie e anche indossato dalla
gente comune come talismano di protezione. Sebbene trasformato,
l'occhio che tutto vede,  giunto fino a noi: all'interno di un
triangolo, raffigurato persino nelle banconote americane di un dollaro e
nella tradizione del simbolismo cristiano.
Il culto della maternit e della sapienza era trasmesso tramite una vasta
variet di simboli legati alla dea Iside e al figlio Horus bambino,
nella classica immagine della dea seduta che lo tiene amorevolmente in
braccio, mentre il piccolo le succhia un capezzolo, evidente
anteprima di una delle icone tradizionali della Chiesa cristiana: la Madonna
col Bambino di un'infinit di opere artistiche (come a dire: niente di
nuovo, ancora una volta, sotto il sole).
Abbiamo gi parlato del serpente attorcigliato attorno a un bastone,
simbolo della discesa dall'alto della conoscenza sacra, la gnosi; un
aspetto, questo, rappresentato anche dal fiore del giglio. Ma troviamo un
altro simbolo che si riferisce ancora alla conoscenza divina, qualcosa
che a sua volta l'Egitto ha ereditato direttamente dalla ancor pi antica
cultura neolitica. La Camera del Re all'interno della Grande Piramide
venne realizzata appositamente per ottenere la massima risonanza (vibra
e risuona come una campana quando qualcuno l'attraversa) e lo stesso
accadeva per i sacri templi, costruiti per ottenere la massima risposta a
livello vibrazionale, e ci ha fatto pensare ad alcuni ricercatori che questo
accorgimento servisse per trarre energia dal suono. Ma queste pratiche
erano gi cosa comune all'interno delle grotte di Lascaux o
Altamira, nelle tombe di Newgrange e di Maes Howe, anticipazione di ci che
sarebbe poi seguito nell'Europa cristiana del Medioevo. Certe divinit
erano adornate con delle corna sul capo e a certi animali erano riconosciuti
compiti e poteri di natura divina, come per esempio Upuaut, la
volpe del deserto, descritto come colui che apre la via. Molti principi
divenuti poi parte integrante di altri sistemi religiosi organizzati sono di
chiara matrice egizia, per esempio il giudizio da parte di Osiride dell'anima,
che veniva valutata sulla base di principi che formeranno le fondamenta
per i Dieci Comandamenti della tradizione giudaico-cristiana.
La ridondante galleria di simboli rappresentativi delle
divinit, i Neters, crea non poca confusione nella nostra
mente di uomini moderni. Il
solo paragone fattibile oggi con il pantheon degli antichi Egizi  quello
che ci riporta alla religione ind, dove una miriade di deit diverse altro
non , in verit, che la rappresentazione della moltitudine di aspetti di
un solo dio, che  uno e uno soltanto. Schwaller de Lubicz affronta la
situazione del pantheon egizio con queste parole:
Lo studio dei testi dimostra chiaramente che sin dall'Antico Regno la fede degli
Egizi  rivolta verso un unico e solo dio, eterno e innominabile; colui che  il Neter
dei Neter, senza limiti e assolutamente inarrivabile, inconoscibile. Parallela a
questa visione unitaria, esisteva per un variopinto pantheon composto da una
grande quantit di Neters o principi... Questi Neters sono comuni a diversi sistemi
teologici, venutisi a creare in diversi
frangenti e luoghi(32).
E cos, a dispetto dell'apparente pletora di divinit, sappiamo che esse
erano soltanto diverse sfaccettature di un solo grande dio. Per questo non
 affatto azzardato affermare che la culla del monoteismo fu l'Egitto.

Colui che apre la via.

Nell'inverno del 1979, un lavoratore arabo impegnato presso la piramide
di Unas, nel sito di Saqqara, venne improvvisamente attratto dalla
silhouette di una volpe del deserto che si stagliava contro la luce del
sole nascente. Il piccolo animale mostrava un comportamento alquanto
strano: si muoveva di scatto e poi si arrestava di colpo, ma quel che pi
sembrava singolare era che osservava l'uomo quasi volesse aspettarlo
per accompagnarlo da qualche parte. A un tratto scomparve, andandosi
a infilare in una fenditura che si apriva sulla facciata settentrionale della
piramide. Attratto, l'uomo aveva seguito il percorso della volpe ed
era riuscito a scovare un tunnel di ingresso che lo aveva condotto in una
grande camera all'interno della piramide(33). Una volta sollevata la torcia
che si era portato appresso per fare luce, era rimasto sbigottito per la
meraviglia: davanti ai suoi occhi si dispiegavano le pareti di una camera,
splendidamente dipinte in colori sgargianti di turchese e oro, tutte ricoperte
di disegni e scritture geroglifici(34). Pi avanti stanze e scritture
come queste vennero ritrovate anche in altri siti. L'insieme di queste
opere  stato battezzato col titolo di Testi delle Piramidi(35) e a oggi consiste
di oltre 4000 versi di inni sacri e formule magiche.
Il primo studioso a prenderne atto in loco fu il professor
Gaston Maspero, direttore del dipartimento delle antichit egizie. Proprio come la
piccola e misteriosa volpe del deserto che aveva indicato la via al manovale
egizio per penetrare nella piramide, cos i Testi delle Piramidi
hanno svolto un ruolo importante nell'aprire la via, dal momento che
hanno consentito non solo di approdare a una profonda conoscenza delle
credenze religiose e spirituali degli Egizi al tempo del faraone Unas,
ma anche di comprendere la profondit che la conoscenza sacra
o gnosi aveva raggiunto in quel remoto passato, quando cio
quei testi erano stati composti e scritti.
Stando al professor Maspero, molti di essi sarebbero la versione scritta
di tradizioni pi antiche, risalenti al passato preistorico della civilt
egizia(36), precedenti di almeno due millenni i fatti narrati nel Libro biblico
dell'Esodo e gli scritti del Nuovo Testamento di qualcosa come
3400 anni(37). Il professor Edwards del British Museum di Londra afferma
in modo categorico: Certamente i Testi delle Piramidi non sono un
prodotto della V o della VI dinastia, ma qualcosa di assai pi antico; per
questo non ci dobbiamo sorprendere nel ritrovare riferimenti a cose e
consuetudini ormai in disuso gi al tempo
del faraone Unas...(38).
Dunque due autentiche autorit dell'egittologia dichiarano con certezza
che i cosiddetti Testi delle Piramidi costituiscono la pi antica raccolta
di scritti religiosi mai venuta alla luce. Tuttavia, malgrado questa
loro straordinaria importanza,  stato solamente nel 1969 che Raymond
Faulkner, professore di egizio antico allo University College di Londra,
ha pubblicato e reso noto ci che per la maggior parte degli studiosi 
assodato, vale a dire che i Testi delle Piramidi formano la pi venerabile
e vetusta raccolta di letteratura religiosa egizia finora scoperta(39).
Ne consegue, pertanto, che le scritture geroglifiche istoriate con turchesi
e dorature dell'interno della piramide di Saqqara risultano essere il
pi antico insieme scritto di conoscenza sacra o, se si
preferisce, di saggezza esoterica che oggi si conosca.  per
questo che si pu serenamente
affermare che il simbolismo egizio abbraccia ogni cosa, perch
non soltanto ha avuto l'energia di mantenersi saldo e di arrivare fino a
noi, ma trova la sua radice pi profonda in un tempo molto lontano. Il
pensiero egizio - come ben sanno gli studiosi, anche se i pi tradizionalisti
nicchiano nel riconoscerlo - influenza ancora adesso il nostro
modo di pensare in quanto  in esso che hanno affondato le proprie basi
le grandi religioni del nostro tempo. Senza ombra di dubbio  al simbolismo
del popolo della terra del Nilo che deve il suo carattere etnico
e spirituale preminente la civilt giudaica, quella che a buon diritto deve
considerarsi la prima e pi diretta antenata sia di quella cristiana che
di quella islamica.
 Note.
1. John Anthony West, The Serpent in th Sky, London, HarperCollins, 1979, p. 1 (trad. it. Il serpente
nel cielo, Milano, Armenia, 1981).
2. David M. Rohl, Legend: th Genesis of Civilsation, London, Century, 1998, p. 310.
3. M. Rice, Egypt's Making: The Origins of Ancient Egypt 5000-2000 B.C., London, Routledge,
1990, p. 33.
4. H. J. Kantor, The Relative Chronology of Egypt and its Foreign Correlations Before th Late
Bronze Age, in Chronologies in Old World Archaeology, p. 6.
5. David Rohl, Legend: th Genesis of Civilisation, cit., p. 6.
6. Douglas E. Derry, The Dynastic Race in Egypt, pp. 80-85.
7. H. Frankfort, Kingship ofthe Gods, Chicago, University of Chicago Press, 1948, p. 104.
8. A. E. P. Weighall, Travels in th Upper Egyptian Desert, London, 1909.
9. H. Winkler, Rock Drawings of Southern Upper Egypt, London, 1938-39.
10. David Rohl, Legend: th Genesis of Civilisation, cit., p. 274.
11. Ivi,p. 316.
12. Ivi, p. 265.
13. Robert Bauval - Graham Hancock, Keeper of Genesis, London, W. Heinemann, 1996, p. 203
(trad. it. Custode della Genesi, Milano, Corbaccio, 1997).
14. Ivi, p. 193.
15. Georges Goyon, Le Secret des Batisseurs des Grandes Pyramides: Kheops, Paris, Pygmalion,
1991.
16. Robert Bauvai - Graham Hancock, Keeper of Genesis, cit., p. 154.
17. Aristotele, De Caelo.
18. Proclo Diadoco, Commentario al Timeo.
19. Robert Bauvai - Graham Hancock, Keeper of Genesis, cit., p. 154.
20. Colin Wilson, Front Atlantis to th Sphinx, London, Virgin Books, 1997, p. 21.
21. Ren A. Schwaller de Lubicz, Le Tempie de l'Homme, Paris, Dervy Livres, 1977; citato anche
da Robert e Deborah Lawlor nell'introduzione all'opera di Schwaller de Lubicz, Symbol and
th Symbolic, Rochester, Inner Tradition, 1978 (trad. it. Il Tempio dell'Uomo, Roma, Mediterranee,
2002).
22. Robert Bauvai - Graham Hancock, Keeper of Genesis, cit., p. 228.
23. E. A. E. Reymond, Mythical Origins ofthe Egyptian Tempie, London, Barnes & Noble, 1969,
p. 273.
24. Andre Van den Broeck, Al-Kemi, Great Barrington, Lindisfarne Press, 1987.
25. Colin Wilson, From Atlantis to th Sphinx, cit., p. 32.
26. Robert e Deborah Lawlor nell'introduzione all'opera di Schwaller de Lubicz, Symbol and th
Symbolic, cit., p. 9.
27. Ren A. Schwaller De Lubicz, Sacred Science, London, HarperCollins, 1982, p. 120.
28. Colin Wilson, From Atlantis to th Sphinx, cit., p. 14.
29. Louis Pauwels - Jacques Bergier, The Dawn of Magic, London, Gibbs & Phillips, 1963, p.
247 (trad. it. Il mattino dei Maghi, Milano, Mondadori, 1964).
30. David Rohl, Legend: th Genesis of Civilisation, cit., p. 381.
31. Ibid.
32. Ren A. Schwaller De Lubicz, Sacred Science, cit., p. 83.
33. Colin Wilson, From Atlantis to th Sphinx, cit., p. 81.
34. Robert Bauvai - Adrian Gilbert, The Orion Mystery, London, W. Heinemann, 1994, p. 58
(trad. it. Il mistero di Orione, Milano, Corbaccio, 1997).
35. I. E. S. Edwards, The Pyramids of Egypt, London, Penguin, 1986, p. 150.
36. Robert Bauval - Adrian Gilbert, The Orion Mystery, cit., p. 63.
37. Ibid.
38. I. E. S. Edwards, The Pyramids of Egypt, cit., p. 151.
39. Robert O. Faulkner, The Ancient Egyptian Pyramid Texts, London, Aris & Philips, 1993, p. V.


PARTE SECONDA
LA BIBBIA, ORIGINI EGIZIE DEL GIUDAISMO
E DUE DISCORDANTI OPINIONI SU GES.
 
Premessa.

Milioni di fedeli appartenenti alle tre grandi religioni rivelate monoteistiche
del mondo credono fermamente che la Bibbia non sia soltanto
il libro ispirato pi importante mai stato scritto, ma anche - chi con pi
convinzione, chi con meno - che si tratti di un'accurata trascrizione dei
fatti storici che sono stati alla base della nascita della loro fede. Che si
tratti di ebrei, cristiani o mussulmani, tutti fanno sempre finta di non ricordare
la matrice egizia del giudaismo e dimenticano l'esistenza di almeno
due versioni ben diverse riguardanti la figura e la vita di Ges. La
fede in cui credono - anche se in modo piuttosto traballante sotto il profilo
della genesi storica - non ha solo smosso milioni di individui, ma 
anche stata la causa di conflitti continui, per non dire perenni, mai sopiti.
E pensare che, se solo le si esamina con il giusto distacco, queste tre
religioni hanno pi punti in comune che in disaccordo e, ammesso che
lo facciano, si differenziano semplicemente nella facciata esteriore,
quella ritualistica. D'altra parte, esse hanno preso vigore dallo stesso
ceppo e, per quanto attraverso forme diverse di simbolismo letterario,
non predicano che lo stesso messaggio di pace, fratellanza e armonia,
principi che sono veramente difficili da ritrovare, a un primo sguardo,
nei rapporti che questi tre movimenti religiosi hanno avuto fra loro negli
ultimi duemila anni.
 
Capitolo 3.
La Bibbia e gli israeliti.

 stato ampiamente appurato che le leggi ebraiche proibivano in modo
tassativo l'uso di immagini scolpite. Basterebbe questo divieto
per dedurre che il simbolismo giudaico fosse pressoch inesistente, eppure
nulla sarebbe pi lontano dalla verit di una simile convinzione.
La continuit fra il simbolismo egizio e quello di Israele dei primi suoi
tempi  indubbia e questo  un fatto importante, in quanto avrebbe costituito
la base fondamentale di tutta la successiva iconografia cristiana.
Senza poi pensare al simbolismo letterario - presente sotto forma di allegorie
e parabole - scelto come un mezzo di eccellenza per la trasmissione
dell'insegnamento spirituale da parte degli antichi redattori del
testo biblico.
Si dice che siano non meno di quattro i livelli di lettura che si possono
applicare alla Bibbia, cos come sono numerosi i livelli di interpretazione
e approfondimento di un simbolo visivo. A prima vista, questi piani
interpretativi potrebbero essere pensati come qualcosa di scollegato, di
distaccato l'uno dall'altro, ma non  cos. Il bello  che sono, come dire,
tutti contemporaneamente presenti, racchiusi, come scatole cinesi,
l'uno nell'altro. Il primo approccio col simbolo ha una valenza meramente
esterna, superficiale e non mostra un significato pi profondo e
nascosto(1).
Penetrando il secondo livello, si va oltre, grazie anche alla nostra sempre
pi raffinata conoscenza introspettiva del simbolo. Il testo incomincia
a essere letto non soltanto con gli occhi ma con la mediazione di
una percezione che esula dai sensi, capace di affrancarlo dal dominio e
dalla servit dello spazio e del tempo. Approdati al terzo livello di interpretazione
si deve procedere con grande cautela, perch, purtroppo,
si corre sovente il rischio di informare di noi, delle nostre aspettative e
in ragione della nostra sensibilit, il significato autentico del simbolo,
attribuendogli un senso personale, che scaturisce dalla formidabile stimolazione
cui va incontro la mente in questi frangenti. Invece la mente
deve aprirsi e restare in questa condizione, per consentire alla valenza
interiore del simbolo di dare il via a quel lavorio psicologico che lo
mette in correlazione sul piano dello spirito con l'idea e l'immagine
che vuole rappresentare, fino a condurlo all'interno della nostra personale
esperienza di vita. A questo livello il simbolo acquisisce una speciale
rilevanza per il soggetto che diventa pi consapevole di s e sviluppa
una relazione intima e trascendentale con il resto del creato. Tuttavia,
anche in questo momento si corre un rischio potenziale, vale a dire
quello di far virare la propria accresciuta consapevolezza in un senso
troppo personale ed egoistico, invece di assumere questa nuova crescita
come un valore positivo, capace di permettere altri e ulteriori proficui
sviluppi spirituali(2).
Lo scrittore inglese John Baldock descrive il quarto stadio di approccio,
quello meditativo, con queste parole:
Al quarto livello, quello anagogico... l'importanza che prima veniva ascritta all'aspetto
fisico e materiale del simbolo scompare, per fondersi in una nuova, inedita
forma di conoscenza... il simbolo stesso si dissolve e ci che rappresenta incomincia
a occupare in modo totale e assoluto la mente della persona. Dalla visione
personale ci si eleva cos a un'altra che va ben oltre la comprensione della mente
razionale;  una condizione in cui sembra pi corretto dire che invece di pensare
 il pensiero stesso che entra in noi e ci permea. Questo  lo stadio in cui si innescano
la contemplazione o la meditazione(3).
Se si applica questo meccanismo al simbolismo biblico, al primo livello,
il simbolo viene inteso letteralmente e al testo si attribuisce il significato
di ci che racconta, ossia un dato fatto storico. Al secondo stadio
di approccio, quello allegorico, ciascun elemento che compone il
testo pu essere visto e interpretato come qualcosa d'altro. Al terzo stadio,
quello morale, il testo sembra offrire a chi legge una particolare valenza,
come fosse applicabile alla sua situazione di persona. Questo  il
livello che si pu descrivere come personale. L'ultimo, il quarto, infine,
 quello anagogico o mistico.
Riuscire a leggere e interpretare le letture sacre ai livelli pi alti dimostra
la conquistata capacit di attribuire alle parole tutti gli infiniti significati
che esse hanno, un'operazione che, gioco forza, va oltre la
comprensione di una persona normale.
Inevitabilmente, tutti gli studi biblici non possono non essere influenzati,
a volte anche in modo pittoresco, dal background religioso di chi li
compie. Per esempio, il parere di molti ferventi cristiani  decisamente
alterato dalla ferrea convinzione di partenza che questa incoerente e disomogenea
raccolta di testi  la parola divina scesa in Terra. Con ci
facendo bellamente finta di non ricordare che la Bibbia  stata scritta da
esseri umani, uomini fallibili, uomini imbevuti delle proprie convinzioni
religiose, sociali e politiche; senza scordare, infine, che nel migliore
dei casi si  sempre trattato di redattori che scrivevano di eventi accaduti
molti secoli - per non dire millenni - prima di loro.
Il vero grandioso miracolo della Bibbia - nonostante gli attacchi subiti
e la palese distorsione di molti eventi storici narrati - consiste nel fatto
che continua a esercitare un impatto spirituale profondissimo sulle
anime. Per questo  bene avvicinarla come si fa con i miti e le leggende,
senza dare eccessivo peso alle connotazioni storiche, bens con l'atteggiamento
di chi vi voglia ricercare una sorgente spirituale vivissima.
Perch, dopo tutto e malgrado le tante imperfezioni, le Sacre Scritture
continuano a restare un punto di riferimento altamente spirituale
per tutta l'umanit, lungo il corso della sua storia, compresa quella attuale.

Chi ha scritto la Bibbia?

La Bibbia, cos come la conosciamo, incominci a essere scritta attorno
al VI secolo a.C., quando il popolo ebraico viveva la cattivit babilonese.
I sacerdoti e i saggi ebrei del tempo ben sapevano che privi di un
tempio e di una nazione correvano il rischio di vedere il popolo estinguersi,
completamente assorbito dalle genti straniere che lo avevano
conquistato e deportato. Per contrastare questa nefanda possibilit, essi
si erano rivolti a Dio. In cambio ricevettero la Torah e altri testi sacri e
attorno a questi primitivi nuclei diedero vita a una forma di giudaismo,
avulso da limitazioni territoriali e fondato in particolar modo sulla
compassione e l'insegnamento, la religione e lo studio(4). Alla fine, la dura
e travagliata avventura dell'esilio si rivel una nota positiva, perch
non solo mut completamente la pratica religiosa ebraica, conservando
l'identit nazionale del popolo per sempre, ma ebbe anche la forza di
trasformare il mondo.
Ricavandolo dalle tradizioni e dagli scritti antichi, gli Ebrei crearono
dunque quel formidabile capolavoro letterario che  l'Antico Testamento.
Alla base di questi testi ci sono la legge, la tradizione leggendaria
del popolo ebraico, il Libro del Deuteronomio - venuto alla luce
appena prima della caduta di Gerusalemme - e le tradizioni orali di impronta
mistica, soprattutto quelle relative ai profeti e al profondo senso
spirituale della loro filosofia. Essi proiettarono la loro visione non soltanto
nel futuro, ma si volsero anche all'indietro, ricreando a volte ex
novo storie e racconti del loro glorioso passato. Questo ci porta a un'inevitabile,
eppure sorprendente, osservazione, vale a dire che alcune
delle grandi figure della storia biblica - come, per esempio, Saul, Davide,
Salomone(5), Elia e Giosu - vissero senza avere il benefico conforto
di avere le Sacre Scritture come guida a cui ispirarsi. Ci che indirizz
e fortemente influenz i re, giudici e profeti di Israele dei primi secoli
fu senz'altro l'eredit iniziatica dell'Egitto, da quel momento incorporata
nelle nascenti scritture, elaborate in forma scritta durante la cattivit
babilonese.
Occorsero ben quattro secoli per completare il grande lavoro e cos all'alba
del II secolo a.C. la Bibbia gi consisteva di tre parti importanti:
la Torah, o Pentateuco, i Neviim, o Libri dei Profeti ed i Ketuvim o Libri
Sapienziali. Con l'eccezione dei Libri di Daniele, Ezra e Geremia,
scritti in aramaico, tutti vennero redatti in ebraico(6).
Sia lo studioso dei rotoli del Mar Morto, John Allegro, che il noto biblista
professor Morton Smith sono concordi nel ritenere che gli Ebrei
da Babilonia importarono in patria una consistente eredit esoterica e
religiosa, che and a mescolarsi nella religione biblica cos come ci 
nota oggi(7).
Quale che sia la verit su questo aspetto,  comunque indubbio che gli
Ebrei non solo seppero difendere e mantenere viva la loro tradizione
iniziatica religiosa, ma la riversarono nei loro nuovi testi sacri, redatti
al tempo dell'esilio a Babilonia. Le visioni mistiche dei grandi profeti
vennero esaltate, cos come il ruolo dei grandi sovrani come Davide e
Salomone, visti nella pienezza della loro sapiente virt; mentre prendeva
sempre pi forma il concetto di una santit destinata ad accrescersi
gradualmente e a pervadere ogni aspetto della vita sociale e religiosa
del popolo israelita. Malgrado il contesto politico all'interno del quale
le Scritture vennero redatte, molti aspetti riguardanti le origini dei padri
fondatori del popolo di Israele si sono egualmente salvati dalla revisione
dei censori, giungendo integri fino a noi, cosa che ci ha permesso di
farci un'idea abbastanza chiara delle radici etniche di Israele e dell'origine
del loro monoteismo.

Abramo e Sara avevano origini egizie?

Nella Bibbia si legge che il patriarca Abramo era nativo della citt di
Ur dei Caldei, una sorta di escamotage inventato dagli scribi ebraici per
depistare il lettore dalle sue autentiche origini.
Tuttavia, gli stessi scribi si tradiscono da soli, perch nel racconto di
Abramo e della sua famiglia ci sono aspetti e particolari evidenti che si
riferiscono alla sua appartenenza altolocata. Ecco come Abramo descrive
la moglie: ...inoltre, ella  proprio mia sorella, figliola di mio
padre, ma non figliola di mia madre, ed  diventata mia moglie(8). Ovviamente
questa unione incestuosa non viene commentata pi di tanto,
e invece per noi riveste una notevole importanza, perch
questo genere di matrimoni fra consanguinei era tipico delle famiglie reali egiziane.
Ne nasce una logica questione: Abramo apparteneva alla famiglia
del faraone? Quasi certamente s e questo, tra l'altro, spiegherebbe anche
quanto scrive lo studioso biblico del XII secolo, il rabbino Solomon
Isaacs: Indubbiamente, la schiatta di Abramo doveva appartenere a
un alto lignaggio(9), contraddicendo, pertanto, la convinzione solita che
egli fosse un pastore nomade e confermando il suo altolocato status sociale.
Il nome originale del grande patriarca, Abramo(10), pu rendersi nella
forma padre esaltato, che era uno degli appellativi rituali con cui venivano
regolarmente chiamati i sovrani d'Egitto. In modo pi preciso,
si trattava di Ab-ra-am, che in egiziano significava il padre della casa
di Ra. Senza dimenticare, poi, la singolare mutazione dei due nomi -
quello di Abramo e di Sara, la moglie (da Abraham a Abram, da Sarah
a Sarai) riportata nella Bibbia(11), cosa che non fa altro che confermare la
matrice egizia(12) di Abramo. Nella Genesi(13) Abramo viene detto padre
di una moltitudine di nazioni. Sarah, il nome della moglie, era un titolo che gli Egizi davano alle principesse; mentre Agar, la sua serva, non
solo era egiziana, ma di nobile origine, forse una delle tante figlie del
faraone avute con le sue concubine(14). In aggiunta, anche Ismaele, il figlio
di Abramo, si sarebbe sposato con una donna egizia(15).
Lo strano collegamento - citato nelle Scritture(16) - fra Sara e il faraone
che non viene nominato  stato oggetto di dissertazioni sul fronte
del giudaismo e su quello islamico. Sia il Talmud(17) babilonese che il
Corano(18) sollevano non pochi dubbi sulla paternit di Isacco, alludendo
che forse il vero genitore non era Abramo bens lo stesso faraone. Detto
questo, nel considerare quella che ci viene indicata come l'ineffabile
parola di Dio, fondamento della creazione del popolo ebraico, sorgono
per lo meno due interrogativi fondamentali: Abramo veniva da
Ur dei Caldei, oppure era egiziano? Secondo: il popolo di Israele discendeva
proprio da Abramo oppure da una schiatta generata dal faraone
d'Egitto?
Queste idee contrastanti e sconcertanti, che sembrano contraddire gli
insegnamenti basati sulle Scritture, trovano d'altra parte piena giustificazione
nelle inequivocabili affermazioni del Libro della Genesi,
ulteriormente rinforzate e ribadite dalle parole del sacerdote Melchisedec, il
re della giustizia, quando dice: Benedetto sia Abramo dall'iddio Altissimo,
padrone dei cieli e della terra!(19). Sia Melchisedec, il re-sacerdote
di Gerusalemme, che Abramo, il padre capostipite del popolo ebraico,
usano ripetutamente lo stesso modo di dire per descrivere la divinit,
l'iddio Altissimo(20), una descrizione che, niente affatto sorprendentemente
alla luce di quanto appena detto, rispondeva a uno dei modi pi
diffusi e comuni di appellare il dio supremo del vasto pantheon egizio.
Il fervido incontro fra Abramo e il faraone d'Egitto segna l'avvio di
uno scambio culturale ricchissimo di idee, concetti spirituali ed esperienze
diverse che vengono a stabilirsi fra il popolo di Israele e il popolo della terra d'Egitto, evento che porter progressivamente alla nascita
della nazione di Israele.
Molti studiosi di fama mondiale, fra cui su tutti Sigmund Freud(21) e
Ernst Sellin(22) hanno scritto con rara intuizione a proposito della influenza
egiziana sulla religione giudaica. Vale anche ricordare che fu
proprio Abramo a stabilire per s e per tutta la sua discendenza la pratica
egiziana della circoncisione, spacciandola per un preciso volere dell'Altissimo(23).
La circoncisione, una pratica piuttosto inusuale presso altre
genti, era invece comune presso la famiglia reale faraonica, il ramo
ereditario del clero e presso l'aristocrazia e la nobilt d'Egitto sin a partire
dal 4000 a.C.(24).
Una delle vicende pi note della storia di Abramo  la promessa, su
volere di Dio, di sacrificargli il profetizzato e tanto atteso figlio Isacco
sul Monte Moriah(25). Ma nel momento topico, mentre Abramo, obbediente,
prepara l'uccisione sacrificale del figlio, Dio invia un angelo ad
arrestare il macabro rituale. Il Dio di Israele, una volta preso atto della
assoluta fedelt di Abramo, dimostra di non voler compiacersi di un sacrificio
cruento, non desidera vedere scorrere inutilmente il sangue di
un innocente. In cambio di questa straordinaria prova di fedelt e rispetto,
Abramo riceve la seguente promessa: ...tutte le nazioni della
terra saranno benedette nella tua progenie, perch tu hai obbedito alla
mia voce(26). Da questo momento in poi nella millenaria storia di Israele
il sacrificio umano di qualsiasi genere, in specie quello dei bambini,
diviene un abominio agli occhi dell'Altissimo.
 Chi era veramente Mos?

La storia del neonato Mos, salvato dalle acque del Nilo dentro a un
cestino di vimini grazie all'intervento provvidenziale della figlia del faraone
che decide di adottarlo(27),  l'inizio di una serie incredibile di avvenimenti
che sfoceranno nel celebre esodo che porter il popolo di
Israele fuori dall'Egitto. Implicito in tutto questo  il sottinteso concetto
che in quel momento il popolo di Israele era gi un'entit etnica a s
stante, distinta, una nazione a religione monoteistica che aveva stretto
un patto, berit, con il Dio di Abramo. Questa convinzione, questo sentimento,
 molto radicato nella coscienza di giudei, cristiani e islamici e
presso tutti coloro che sono cresciuti, religiosamente parlando, in ambiti
influenzati da queste dottrine. Tuttavia, se solo diamo retta alle affermazioni
di importanti e noti studiosi, sembra che nulla in tutto questo si
accosti alla verit.
Freud - che non  soltanto il padre della psicanalisi(28), ma anche un notevole,
profondo studioso delle Scritture - dichiara di non riuscire a rintracciare
il termine ebreo in un tempo anteriore alla cattivit babilonese.
Come gi si  detto, le Scritture prima di essere trascritte erano
leggende tramandate oralmente. Allo stesso modo, i Libri dei Re e delle
Cronache non vennero formulati in testo scritto che sette secoli dopo
la loro ideazione.
Due studiosi biblici moderni, Messod e Roger Sabbah, hanno pubblicato
un libro, dal titolo Les Secrets de l'Exode in cui descrivono, con
grande ricchezza di dettagli, le chiare origini egizie del popolo ebraico.
Asseriscono in modo categorico che non esiste alcuna comprovata testimonianza
che all'epoca di Mos gi esistesse una nazione o una trib
ebraica cos come ci viene descritta nelle Scritture(29). Inoltre, i due autori
pongono questo inquietante interrogativo: Come pu essere scomparso
completamente da tutte le cronache storiche egiziane il nome di
un popolo cos fortemente intriso della cultura e della tradizione della
terra del Nilo? Pi di 200 anni di ricerche nei siti archeologici del deserto,
delle necropoli, delle citt e dei templi non hanno fatto emergere
anche un solo riferimento!(30).
Per coloro che credono in modo cieco alla storicit della Bibbia il fatto
non conforme  uno soltanto, ma importante: malgrado le lunghe, voluminose
e continue descrizioni scritturali in cui si parla e si riparla del
soggiorno, pi o meno coatto, degli Ebrei in terra d'Egitto, non se ne trova
neppure una pallida traccia, ovunque si cerchi una prova. Per di pi, la
parola Ebrei, intesa come etnia  popolo, non compare in nessuna fonte,
salvo che in quella biblica, prima dell'esilio babilonese. Il solo riferimento
indipendente ed esterno alla nazione di Israele, insediatasi attorno
al 1207 a.C. in Egitto,  quello che si trova su una stele, dove il faraone
Memephtah ricorda di averla sottomessa: Israele  distrutta, la sua progenie
sterminata.... In altre parole, la conferma dell'esistenza della gente
ebraica arriva da una testimonianza che data almeno due secoli dopo
rispetto alla datazione derivabile dal racconto dell'esodo dall'Egitto(31).

Faraone o trovatello?

Quando si studiano i fatti che portarono all'esodo dall'Egitto, le radici
egizie dell'etnia e i fondamenti della religione del giudaismo biblico
si fanno ancora pi evidenti. Fino a tutto il XVIII secolo e all'inizio di
quello successivo, si  creduto che i racconti biblici fossero la narrazione
di fatti storici realmente accaduti. Con la nascita di un'attenta scuola
critica, questo concetto  andato incontro a mutamenti radicali e decisivi.
All'inizio del XX secolo un celebre studioso biblico, il professor
Karl Abrahams, ha pubblicato un articolo che ha fatto scalpore, ipotizzando
che il faraone Akhenaton possa essere stato Mos(32).
Un'idea, questa, ulteriormente rafforzata dall'opera di Freud intitolata
Mos e il monoteismo, uscita appena prima dello scoppio della seconda
guerra mondiale. Freud dimostra che la storia della nascita di Mos, cos
come narrata nell'Antico Testamento, si basava in buona parte su una
mescolanza di una precedente leggenda sumerica relativa al re Sargon
(2800 a.C) e su un'altra storia legata alla nascita del dio egizio Horus,
ambedue salvati dalle acque dopo essere stati riposti all'interno di una
cesta di vimini affidata al corso di un fiume per metterli in salvo. Freud
afferma che la storia delle umili origini di Mos  un falso, un mero artificio,
architettato durante il periodo della cattivit babilonese, per distrarre
dal fatto che il primo grande leader israelita fosse stato in realt
un egiziano, addirittura un membro della schiatta faraonica. Sempre
Freud giunge a concludere che il nome Mos non vuol dire salvato
dalle acque, bens si tratterebbe della parola egizia Mos che significava
bambino, neonato.
Karl Abrahams e Sigmund Freud non sono state certo le prime illustri
personalit a sostenere, con cognizione di causa, le origini egizie di
Mos. La stessa affermazione era gi stata fatta e ripetuta, nel corso dei
secoli, da molti altri autori precedenti, a cominciare dal
primo, Manetone, storico e sacerdote egizio del I secolo a.C.;
dallo storico ebraico del
I secolo d.C. Filone di Alessandria; dall'altro esimio coevo storico
ebraico Giuseppe Flavio e dal martire Giustino, uno dei primi santi padri
della Chiesa, vissuto nel II secolo d.C.
Ad Abrahams e Freud si  poi aggiunto l'odierno scrittore inglese Robert
Feather, il quale ha dichiarato: Un'analisi attenta e dettagliata della
Torah, del Talmud e della Midrash mi ha portato a concludere che
non solo Mos era nato e cresciuto come un egiziano, ma era, in verit,
un principe d'Egitto, uno dei figli della casa reale del faraone(33).
Nella vivace controversia relativa alla datazione dell'esodo, Freud,
Abrahams e l'odierno autore Maurice Cotterell(34) concordano nel dire
che coincise con il tempo di regno del faraone Akhenaton. Da parte sua
Freud giunge a concludere che il personaggio storico che pi tardi sarebbe
stato conosciuto come Mos era un ufficiale dell'entourage di
Akhenaton, di nome Thutmosi, che secondo alcuni egittologi sarebbe
stato il fratello pi anziano del faraone(35). Conclusioni che sono state ulteriormente
raffinate e soprattutto rinforzate dallo studioso islamico
Ahmed Osman, il quale, grazie a un'osservazione acuta e meticolosa di
fatti e indicazioni, sostiene che il candidato all'identificazione con Mos
non sarebbe tanto il Thutmosi proposto da Freud, quanto piuttosto il
soggetto indicato dal professor Abrahams, vale a dire lo stesso faraone
Akhenaton(36). Quel particolare personaggio che aveva inutilmente provato
a riportare l'Egitto nel solco di una religiosit non corrotta e monoteista,
abolendo quella gigantesca panoplia di divinit per rimpiazzarle
con un solo dio, imponendo un monoteismo immediatamente
contestato da tutti. Il suo radicale, quanto improvviso e improvvido,
mutamento di rotta col passaggio alla sola venerazione del dio
Aten aveva in pratica esautorato il grande Amun, con
conseguenze sociali ed
economiche terribili per tutto il paese; e dal grande caos era nata la ribellione.
Questa situazione quanto meno traumatica aveva provocato
una lunga guerra civile che si era conclusa con la deposizione
di Akhenaton, che da quel momento in avanti sembra sparire senza lasciare
traccia.

Culto di Aten o giudaismo?

 proprio Freud a descrivere le notevoli assonanze esistenti fra il culto
del dio Aten e il giudaismo. A suo dire Mos fu semplicemente il tramite
di trasmissione della nuova religione di Aten, senza modificarla,
al popolo degli Ebrei. Anche a costo di perdere per strada una buona
fetta dei suoi ammiratori e lettori ebrei, Freud continua dicendo che anche
la preghiera pi amata dagli Israeliti Schema Yisrael Adonai
Elohenu Adonai Echod (Ascolta, Israele, il Signore Dio Tuo  il solo Dio), in
realt non  qualcosa di originale ma deriva da una preghiera pi antica
e pressoch identica, una copia esatta dell'invocazione al dio Aten.
Freud puntualizza che, in traduzione, la lettera dell'alfabeto ebraico
d  una traslitterazione della lettera egizia t e che, parimenti, la e
si trasforma in o, cos che una volta trascritta in demotico egiziano, la
preghiera suonerebbe cos: Ascolta, Israele, il tuo dio Aten  il solo e
unico Dio(37). Circa la bellezza di due millenni prima che Freud desse
alle stampe il suo lavoro, il prete e storico egiziano Manetone aveva
scritto che Mos aveva svolto alcune incombenze sacerdotali in terra
d'Egitto(38). La stessa cosa aveva fatto Akhenaton, che aveva vestito i
panni di primo gran sacerdote del nuovo tempio del dio nella citt di
Amarna.
Sotto la guida di Mos gli Ebrei assimilarono di certo una particolare
pratica religiosa e sociale in atto presso il popolo del Nilo. Si trattava
del concetto di sacerdozio ereditario, fondato sui membri della trib di
Levi, una sorta di diramazione della casta sacerdotale egizia, gli autentici
guardiani e custodi della conoscenza sacra ed esoterica. In pratica,
la casta dai privilegi ereditari dei Leviti non era altro che la replica in
quanto a diritti, opzioni e privilegi, di quella dei sacerdoti egizi del culto
di Aten. Una casta sacerdotale ereditaria che si trasmetteva di padre
in figlio nel segno della pi piena continuit, di generazione in generazione,
ancora pi marcatamente di quanto avvenisse in Egitto. Ma ritroviamo
un altro aspetto chiarificatore del collegamento fra Egitto ed
Israele quando si puntano i riflettori sul corpus delle leggi del popolo
ebraico.

I Dieci Comandamenti.

Le leggi mosaiche, come sappiamo, trovano un saldo fondamento nelle
tavole dei Dieci Comandamenti. Ma, viene da chiederci, da dove derivavano?
Stando al testo biblico, Mos li ricevette sul Monte Sinai direttamente
dalla mano di Dio. Nelle Scritture esistono due versioni diverse
dei Dieci Comandamenti; una la troviamo nel Libro del Deuteronomio,
dove si legge:
Io sono l'Eterno, l'iddio tuo, che ti ho tratto fuori dal paese d'Egitto, dalla casa
di schiavit. Non avere altri di nel mio cospetto. Non ti fare scultura alcuna n
immagine alcuna delle cose che sono lass nel cielo o quaggi sulla terra o nelle
acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a quelle cose e non servir loro,perch
io l'Eterno, il tuo Dio, sono un Dio geloso che punisco l'iniquit dei padri sopra i
figlioli fino alla terza e alla quarta generazione(39) [il corsivo  mio].
Queste parole intrecciano un saldissimo legame fra il giudaismo e il
culto del dio Aten, perch - se diamo retta al professor Flinders Petrie -
la pi evidente differenza fra Aten e il resto degli di egizi era che pur
non essendo il dio supremo, Aten era lo stesso l'unico e il solo. Anche
Petrie annota che: Il dio Aten  il solo esempio di divinit gelosa fra il
ricchissimo pantheon egiziano [il corsivo  mio], la sua venerazione
escludeva quella di tutte le altre e questo si chiama monoteismo, universalit(40).
I gi citati studiosi israeliani Messod e Roger Sabbah, aggiungono che
il culto del dio Aten abol completamente le immagini e i simulacri di
tutti gli antichi di, proponendo il rivoluzionario concetto di un dio solo e unico, un'entit astratta, invisibile, trascendentale, onnipotente e
che tutto conosce. Questo concetto unico e presumibilmente nuovo si
attagliava inoltre all'idea di un dio creatore dell'universo, secondo una
sintonia pressoch perfetta con l'antica
credenza egiziana(41).
La norma che vieta la realizzazione di immagini scolpite delle divinit,
che compare nel Deuteronomio a proposito dei Dieci Comandamenti,
trova una perfetta replica nel codice morale dei cultori di Aten.
Nell'egizio Libro dei Morti si elencano le attestazioni che l'anima del
defunto  tenuto a dichiarare una volta giunta nell'aldil presso la corte
del supremo Osiride(42), eccole:
Non ho mai detto il falso contro qualcuno;
non ho mai impoverito alcuno dei miei compagni;
non ho mai ucciso(43).
Nel racconto dell'Esodo fra i Dieci Comandamenti leggiamo:
Non uccidere.
Non rubare.
Non attestare il falso contro il tuo prossimo(44).
Poich il giudaismo afferma per tradizione che i Dieci Comandamenti
erano una rivelazione dedicata a pochi eletti, il confronto appena evidenziato
sembra ancor di pi confermare l'ipotesi che la religione
ebraica altro non sia stata in origine che un'emanazione evolutiva del
culto del dio Aten. Se poi confrontiamo il Salmo numero 104 dell'Antico
Testamento con l'inno ad Aten scritto da Akhenaton, il nesso di
collegamento fra i due movimenti religiosi sembra assolutamente certo.
Oh Signore, quante sono le tue opere!
Tutte le hai realizzate nella pienezza della tua saggezza:
la terra  colma delle tue ricchezze(45).
Pur con il beneficio della traduzione, un passaggio sospettosamente
simile si trova proprio nell'inno ad Aten del faraone Akhenaton:
Quanto grandi e numerose sono le tue opere,
tenute segrete e nascoste prima del nostro venire;
oh unico e solo Dio, il cui potere nessun altro possiede
Tu, che hai creato la Terra
Secondo il tuo proprio desiderio(46).

La somiglianza della terminologia sacra.

Le parole che indicano arca e cesta sono pressoch identiche in egizio
ed ebraico. Lo studioso di lingue semitiche del XIX secolo Antoine Fabre
d'Olivet ha scritto in merito: Se si considera il lessico ebraico usato
nel Sepher (i rotoli scritturali della Torah), si intuisce che si tratta di
una derivazione della lingua egizia(47).
L'arca, che veniva usata nella citt santa di Amama come mezzo simbolico
grazie al quale trasferire la potenza del dio Aten, era anche utilizzata
dagli Ebrei dell'esodo per conservare e trasferire oggetti sacri
legati alla rivelazione divina, come le tavole di pietra sulle quali erano
stati scolpiti i Dieci Comandamenti. Nel corso della progressiva occupazione
della Terra Promessa, l'Arca trov temporaneo rifugio nel sito
di Shiloh, all'interno di un santuario presidiato e custodito dai figli della
trib di Levi. Nelle Scritture si legge che la consacrazione di questi
sacerdoti risale al periodo egiziano.
Altre prove chiare dell'immanenza di spunti di religiosit egizia nel
cuore di quella giudaica sono le dieci Sephirot, dette anche attributi di
Dio, della Cabala e della tradizione mistica: corona, saggezza, intelligenza,
piet, potere, bellezza, vittoria, gloria, fondazione e regalit.
Queste, secondo gli autori ebraici, i fratelli Sabbah, altro non erano che
le qualit che venivano attribuite al faraone(48). Come Akhenaton sacrificava
animali sugli altari di Amama, cos faceva Mos. Amama viene
descritta come la citt santa e si racconta che Akhenaton abbandon la
sacra terra di Kamak per la Terra Santa del dio, unico e solo, Amama. Il
modo di dire Terra Santa  tipico sia degli Ebrei che dei Cristiani(49). Gli
antichi Egizi erano soliti scolpire ritualmente i testi sacri all'ingresso
dei loro templi, una tradizione ereditata pienamente dagli Ebrei con i
mezzuzot, estratti delle Scritture che ancora oggi si possono trovare
scolpiti e incisi accanto alle porte di ingresso delle case di osservanti
ortodossi(50).
L'evidenza che il giudaismo postesodo fosse imbevuto, sia a livello
folcloristico che spirituale, di innesti egizi  stata ormai riconosciuta da
molti esperti e studiosi, ma, stranamente, non ha trovato riscontro presso
l'opinione pubblica pi generalizzata. Per questo, oggi che l'Islam
accusa l'Occidente e lo Stato di Israele di aggressione, sarebbe ora che
queste tre grandi religioni rivelate riconoscessero le loro comuni origini
egizie, poste a base di tutti i loro credo e che, in questa dimensione,
riconoscessero finalmente come tutti i fedeli siano fratelli e non nemici
e accaniti rivali.

Un simbolismo perpetuato.

Queste dirette colleganze fra la tradizione, le usanze, i riti e le pratiche
religiose egiziane e l'attivit di Mos e dei suoi diretti seguaci non costituiscono
solamente prova delle origini mediate dall'Egitto della religione
ebraica, ma ne sono anche in alcuni casi un simbolo. Volendo,
possiamo continuare a elencare questi momenti di comunione. Uno dei
pi tipici  quello dell'immagine dei due grandi pilastri o colonne che
si ergevano libere e sole davanti al tempio di Kamak, simbolo dell'unione
fra l'umanit e i cieli, la divinit. Nel Libro dell'Esodo questo
particolare simbolismo va incontro a una trasformazione interessante:
passa dall'aspetto architettonico a quello meramente letterario, atto a
celebrare la vibrante e appassionata vicenda della fuga degli Ebrei dalla
terra del Nilo. Quando le Scritture descrivono questa partenza i toni
sono epici, Mos conduce la sua gente al di fuori d'Egitto:
E l'Eterno andava davanti a loro: di giorno, in una colonna di nuvola per guidarli
per il loro cammino; e di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli, onde potessero
camminare notte e giorno. La colonna di nuvola non si ritirava mai di davanti
al popolo di giorno, N la colonna di fuoco di notte(51).
A questo simbolismo vivissimo si ricorreva anche per significare la
presenza concreta di Dio nel tabernacolo:
E come Mos era entrato nella tenda, la colonna di nuvola scendeva, si fermava
all'ingresso della tenda, e l'Eterno parlava con Mos. Tutto il popolo vedeva la
colonna di nuvola ferma all'ingresso della tenda e tutto il popolo si alzava e ciascuno
si prostrava all'ingresso della propria tenda. Or l'Eterno parlava con Mos
faccia a faccia, come un uomo parla col proprio amico(52).
In altro passo scritturale il salmista scrive che Dio si volgeva loro attraverso
una colonna di nuvola(53), una forma letteraria andatasi poco
a poco a trasformarsi nel tempo per arrivare a indicare l'autentica sorgente
della rivelazione, vale a dire il trono stesso della saggezza divina(54).
Con questo annodando, di nuovo, un ulteriore profondo legame fra
il concetto egizio di gratitudine verso il dio per la sua saggezza divina e
la mai spenta importanza attribuita alla tradizione sapienziale dai primi
Ebrei che vedevano nella sapienza un'entit divina separata da quello che era il Dio di Israele. Nei testi apocrifi leggiamo di Dio: Ho stabilito
la mia dimora nei luoghi alti e il mio trono sta su una colonna di
nuvola(55).
L'antichissimo dono della gnosi, la sapienza sacra, era tanto importante
nel contesto della dottrina mosaica quanto lo era presso coloro che
erano venuti prima di lui, i sacerdoti egizi. Lo studioso dei rotoli del
Mar Morto, il professor John Allegro, afferma che l'autore de La Sapienza
di re Salomone identifica la sapienza con i pilastri(56): Essa divenne
una colonna di nuvola di giorno ed un'alta lingua di fuoco di notte(57).
Nel Libro dei Proverbi si parla della sapienza come colei che collabora
con Dio nell'atto della creazione: La sapienza ha fabbricato la
sua casa, ha lavorato le sue colonne, in numero di sette(58). Essa viene
anche descritta come la sposa di Dio, una definizione davvero singolare,
che ha fatto nascere non pochi problemi in tutti coloro che ritengono
che il giudaismo costituisca una religione totalmente monoteistica,
scevra da influssi esterni, come quelli di origine egizia. Nei secoli,
mano a mano che la dottrina veniva rielaborata, la Sapienza  andata incontro
a una radicale trasformazione, diventando, per comodit di interpretazione,
anch'essa una creatura di Dio(59).
Anche il progetto e la realizzazione del grandioso Tempio di Gerusalemme
voluto da re Salomone si attagliano alla perfezione a quelli tipici
riscontrabili nei modelli egizi, canaaniti e siriani(60). Il complesso consisteva
in tre grandi spazi a forma quadrata via via sempre pi sacri nella
tradizione iniziatica e culminanti in un ultimo ricettacolo relativamente
ristretto, una stanza nota come il sacro luogo, il cosiddetto
santo dei santi, dove veniva conservata l'Arca
dell'Alleanza(61). Malgrado
la diffida a non realizzare immagini scolpite e simulacri, nel tempio
si potevano osservare dei cherubini alti dieci cubiti(62), ma
anche palme e fiori, ancora una volta simboli ereditati dalla
terra del Nilo. Fedele
alla consuetudine egizia, al cospetto del Tempio, davanti all'ingresso,
si ergevano due alte colonne, dette Jachin e Boaz(63).
E Dio diede a Salomone sapienza, una grandissima intelligenza e una mente vasta
come la rena che sta sulla riva del mare. E la sapienza di Salomone super la
sapienza di tutti gli Orientali e tutta la sapienza degli Egiziani(64).
Insomma, sono le stesse Scritture a correlare la saggezza di Salomone
a quella d'Egitto e a riferire che il re anelava soltanto alla sapienza(65). La
grande importanza attribuita al dono divino della saggezza sacra  stata
elaborata con maggiore attenzione nel testo considerato apocrifo La Sapienza
di Salomone. Un successivo padre della prima cristianit, Eusebio
di Cesarea, cita il filosofo ebreo Aristobulo (ca. 160 a.C.) a conforto
del racconto biblico relativo alla saggezza di re Salomone: Uno dei
nostri grandi antenati, il re Salomone [il presunto autore del Libro dei
Proverbi] dice in modo chiaro e inequivocabile che la sapienza esisteva
prima dei cieli e della terra, la qual cosa concorda con ci che  stato
detto [dai filosofi greci](66).
L'antica tradizione sapienziale, dunque, transit secondo una catena
ininterrotta dall'Egitto all'interno di quella dottrina e quell'insieme di
credenze che avrebbero sostenuto il popolo eletto di Israele, un messaggio
profondamente radicato nelle scritture ispirate, redatte durante
la cattivit babilonese. I nuovi testi comprendevano la legge e la tradizione
della sapienza sacra, narrate nel contesto di una matrice di stampo
profetico, miti e racconti che offrivano una visione un po' immaginifica
dei fatti storici. Nei Libri di Esodo, Numeri, Levitico e Deuteronomio
veniva elencata un'infinita serie di precetti, saldamente collegati
ai dettami dei Dieci Comandamenti, nel frattempo rielaborati in un
corpus legislativo sanzionatorio che contemplava 613 precetti o comandamenti
minori detti mitzvot del Pentateuco(67).
E cos, tramite questo processo di codificazione e rielaborazione delle
Scritture, il giudaismo ebbe a trasformarsi in un codice fortemente legalizzato,
in grado di influenzare in modo fortissimo il comportamento
quotidiano e personale della gente. Da quel momento in avanti il vero
compito di un ebreo sarebbe stato quello di osservare la Torah e la legge,
per comportarsi come un uomo retto. In questa dimensione acquisisce
sempre pi rilievo l'immagine dello Zaddik, il Giusto, un uomo
che, per la sua rettitudine, nella tradizione mistica della cabala viene
detto il Pilastro(68). Infatti, stando a quanto dice il profeta Ezechiele, il
giusto  colui che non si fa carico dei peccati altrui. Egli non morir:
L'anima che pecca  quella che morr. Il figliolo non porter l'iniquit
del padre e il padre non porter l'iniquit del figlio(69).
Nel Sepher-al-Zohar sta scritto che No era un uomo giusto e di esso si
dice: Il giusto  il fondamento del mondo e su di esso poggia la Terra,
perch egli  il pilastro che sostiene il mondo. Dunque No era anche
detto il Pilastro, a indicare che si trattava di un uomo giusto, colui che
incorpora il Patto, l'Arca di Pace dell'umanit(70). E cos, progressivamente,
la dottrina giudaica prese a focalizzarsi sempre di pi sul contenuto
della Torah secondo il volere di Dio, con il peccatore che risponde
dei propri peccati e ne viene punito, senza conseguenze per gli altri.
 Note.
1. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, Shaftesbury, Element Books, 1997,p. 12.
2. Ivi. pp. 12-14.
3. Ivi, p. 14.
4. L. Epstein, The Judaism, p. 83.
5. Robin Lane Fox, The Unauthorised Version, London, Penguin, 1991, p, 53.
6. Dan Cohn-Sherbok, A Concise Encyclopaedia of Judaism, London, Oneworld, 1998,pp. 43,44.
7. Norman Cantor, The Sacred Chain, London. HarperCollins, 1995, p. 29.
8. Genesi 20,12.
9. Rachi, Pentateuque selon Rachi: la Genese, Paris, Samuel et Odette Levy, 1993, p. 251.
10. Genesi 11: 27.
11. Ivi, 11,29.
12. Ivi, 17: 5; 17: 15.
13. Ivi, 17: 4.
14. Sepher Hajashar, capitolo 26.
15. Genesi 21: 21.
16. Ivi, 12: 15.
17. Avete visto quel vecchio e quella vecchia che hanno trovato un orfanello in strada e ora lo
chiamano figlio?, dal Talmud babilonese.
18. Il Corano, sura 21,72; anche citato da Osman Ahmed, Out ofEgypt, London, Century, 1998,
19. Genesi 14: 19.
20. Il termine viene usato da tutti e due i personaggi in Genesi 14: 19.
21. Sigmund Freud, Mos ed il monoteismo, Torino, Boringhieri, 1972.
22. Ernst Sellin, Moses and His Significame for Israelite-Jewish History, Leipzig 1922.
23. Genesi 17: 10.
24. Ivi, 22: 2.
25. Ivi, 22: 18.
26. Ibid.
27. Esodo 2: 1-10.
28. Sigmund Freud, Mos e il monoteismo, cit.
29. Messod e Roger Sabbah, Les Secrets de l'Exode, Paris, Godefroy, 2000.
30. Ivid.
31. Ivi, p. 6; vedi anche S. Freud, Mos e il monoteismo, cit.
32. Dalla rivista Imago, n. 1,1912, pp. 346, 347.
33. Robert Feather, The Copper Scroll Decoded, London, Thorsons Books, 1999, p. 34 cui si aggiunge
la conferma di Joseph Popper-Linkeus in Der Sohn des Konigs von Egypten. Phantasieen
eines Realisten, Cari Resiner. 1899.
34. Maurice Cotterell, The Tutenkhamun Prophecies, London, Headline, 1999, p. 335 (trad. it. Le
profezie di Tutankhamon, Milano, Corbaccio, 2000).
35. Sigmund Freud, Mos e il monoteismo, cit.
36. Ahmed Osman, Moses Pharaoh ofEgypt, London, Paladin Books, 1991.
37. Sigmund Freud, Mos e il monoteismo, cit.
38. Citato da Robert Feather, The Copper Scroti Decoded, cit., p. 36.
39. Deuteronomio 5: 6-9.
40. Flinders Petrie, The Religion of Ancient Egypt, London, R. A. Kessinger Publishing Group
Company, edizione originale 1908, ristampa 2003.
41. Messod e Roger Sabbah, Les Secrets de l'Exode, cit., p. 99.
42. Osman Ahmed, Moses Pharaoh of Egypt, cit., pp. 172,173.
43. R. Faulkner, The Ancient Egyptian Book ot th Dead, London, British Museum Press, 1972,
p. 29.
44. Esodo 20: 13,15-16.
45. Salmo 104, versetto 24.
46. Geddes - Grosset, Ancient Egypt Myth and History, New Lanark, Geddes & Grosset Ltd.,
1997,p. 268.
47. Antoine Fabre d'Olivet, La Langue Hbraique Restitue, Paris, L'Age de l'Homme, 1990.
48. Messod e Roger Sabbah, Les Secrets de l'Exode, cit.
49. Ibid.
50. Ibid.
51. Esodo 13: 21-22.
52. Ivi, 33: 9-11.
53. Salmo 99, versetto 7.
54. J. M. Allegro, The Dead Sea Scrolls and th Christian Myth, London, Abacus, 1981, p. 173.
55. Ecclesiaste 24: 4.
56. J. M. Allegro, The Dead Sea Scrolls and th Christian Myth, cit., p. 174.
57. Im Sapienza di re Salomone 10: 17.
58. Proverbi 9: 1.
59. K. A. Armstrong, History ofGod, London, Mandarin, 1994, p. 82.
60. D. Ussishkin, King Solomon's Palace, in Biblical Archaeologist, n. 35,1973.
61. I Re 6: 19.
62. Ivi, 6: 26.
63. 2 Cronache 3: 15-17.
64. I Re 4: 29-20.
65. 2 Cronache 1,10.
66. Aristobulo, frammento 5 (citato da Eusebio nell'opera Preparatio Evangelica, 13,12,11).
67. K. A. Armstrong, History ofGod, cit., p. 79.
68. Robert Eisenman, James th Brother of Jesus, London, Faber and Faber, 1997, p. 133.
69. Ezechiele 18: 17-21.
70. Zohar 59b alla voce Noah.


Capitolo 4.
Due diverse ipotesi sulla vita
e sul ministero di Ges.

La maggior parte dei cristiani che sono stati educati in Europa, nelle
Americhe e in tutti quegli altri paesi del mondo in cui il cristianesimo ha
attecchito, sono stati ammaliati dalle prodigiose storie narrate nei Vangeli.
Come diretta conseguenza, la cristianit ha esercitato una notevole
e profonda influenza sullo sviluppo della cultura occidentale, toccando
in modo sensibile milioni e milioni di persone. L'impronta religiosa ha
lasciato il segno nel paesaggio con la nascita di veri gioielli architettonici
come le grandi cattedrali di Canterbury, Chartres e Notre-Dame a Parigi;
la Basilica di San Pietro a Roma e una miriade di altre chiese e templi,
sparsi in ogni angolo del mondo e capaci di esercitare un'attrazione
a dir poco straordinaria. Nel campo della musica ci ha lasciato in eredit
il canto gregoriano, le carole, gli oratori recitati e cantati e le messe cantate
che ancora oggi costituiscono una formidabile sorgente ispirativa.
Inoltre, i teologi, i poeti e i mistici dei primi secoli della cristianit hanno
offerto un contributo incalcolabile alla vita sociale e intellettuale.
Tuttavia, pur basandosi su un concetto ecumenico di pace, anche il
cristianesimo ha lasciato dietro di s una scia di terrore, istituzionalizzato
nell'Inquisizione, secoli e secoli di persecuzioni, guerre e brutalit,
oltre a due millenni di antisemitismo, culminato nel secolo scorso
nel clima politico che ha originato l'Olocausto. Come pu essersi verificato
tutto questo? Per cercare di comprendere, proviamo a rileggere la
storia di Ges come ce la raccontano i Vangeli e quindi a confrontare
fra loro questa figura e quell'altra figura di Ges, ossia quella che ci 
stata tramandata dalla Storia.

Il racconto evangelico della vita di Ges.

Il cristiano credente classico  stato educato nella convinzione che al
tempo di Ges, quando i Vangeli vennero scritti, Israele fosse una nazione
in pace, dedita alla pastorizia e guidata a livello religioso da due
forti gruppi di opinione i Sadducei e i Farisei, con qualche lieve intromissione
dei poco citati Samaritani. Era il tempo di regno del re Erode,
un idumeo crudele e vizioso, non un ebreo, che era stato imposto agli
Israeliti dai suoi dominatori e alleati, i Romani.
 negli ultimi tempi del suo regno che nasce un piccolo che diventer
Ges di Nazareth, nato dall'unione della Vergine Maria e di un modesto
falegname, un certo Giuseppe. Il Vangelo di Luca racconta che
Giuseppe e Maria - ormai alle ultime battute della gravidanza - debbono
spostarsi dalla natia Nazareth a Betlemme per assolvere ai compiti
del censimento voluto dai Romani(1). Il Vangelo precisa anche che Giuseppe
non era che il padre putativo di Ges, perch il bimbo aveva una
natura divina, essendo stato concepito da Dio nel ventre della giovane
Maria, la sua sposa, per opera dello Spirito Santo, disceso con la sua
grazia su di lei(2). E cos Ges invece di venire al mondo come tutti gli altri
bambini della Terra, pur nascendo in una grotta dentro una mangiatoia(3),
era ben lungi dall'essere un neonato qualunque, essendo il Dio incarnato.
In altre parole, Dio che si era fatto carne umana. In aggiunta,
stando all'insegnamento della Chiesa di Roma, Maria, malgrado il parto,
aveva conservato la sua verginit e dopo non aveva pi avuto figli.
Per significare l'importanza di questa nascita celeste, alcuni sovrani,
eredi dei celebri iniziati persiani dell'Ordine dei Magi, fattisi guidare da
una stella che apriva loro la strada del cammino, avevano fatto visita alla
grotta della Nativit offrendo al bambin Ges i doni di oro, incenso e
mirra(4). Immediatamente dopo, un angelo inviato dal cielo li aveva avvertiti
che il re Erode, geloso e spaventato da quella nascita, aveva deciso
di eliminare il neonato perch gli era stato profetizzato che sarebbe
diventato il nuovo re dei Giudei(5). E infatti Erode non aveva tardato a
emettere un proclama di morte per tutti i bambini maschi nati di recente
nella citt di Betlemme, dando il via a una carneficina passata alla storia
come strage degli innocenti(6). Per mettere in salvo il piccolo Ges,
Giuseppe e Maria sono costretti a riparare in Egitto(7). Solo dopo qualche
tempo essi possono fare ritorno alla natia Nazareth e i Vangeli riportano
il celebre episodio di Ges che, appena dodicenne, confonde con i suoi
ragionamenti i dottori del Tempio, manifestando una saggezza straordinaria
e fuori dal comune per un giovane imberbe(8).
Non si racconta praticamente nulla della fanciullezza e dell'adolescenza
di Ges. Quando la storia della sua vita riprende, egli  gi un
uomo fatto, un predicatore religioso che vediamo in compagnia del cugino
Giovanni il Battista, la cui unica funzione nel racconto evangelico
sembra essere quella di annunciare al mondo la venuta dell'uomo di
Nazareth. Giovanni ha incominciato a battezzare la gente con l'acqua
per rimuovere e condonare i peccati ed  lui che battezza anche Ges.
Nel corso della breve cerimonia, dal cielo discende una candida colomba
e si odono le seguenti parole celesti: Questo  il mio diletto figliolo nel quale mi sono compiaciuto(9).
Tutti e quattro i Vangeli canonici offrono un resoconto della vita di
Ges mettendo in risalto tutti gli aspetti, viene da dire, magici dei miracoli
e delle imprese straordinarie che egli compie per tutta la durata del
suo ministero in Terra Santa. Nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca si ricorda
sovente la frase che Ges ama usare in tante occasioni: Ama il
prossimo tuo come te stesso(10).
Questa raccomandazione, impartita col tono di un comandamento di
vita, diventa il cardine del cristianesimo ed  cos importante da essere
citata pi volte anche nelle altre scritture canoniche(11). ed  vitale ancora
oggi. I Vangeli ricordano anche le numerose dispute ingaggiate da Ges
con i Farisei, saggi conoscitori della legge ebraica, che tentano in tutti i
modi di incastrarlo accusandolo di blasfemia. Per questo nei Vangeli i
Farisei non sono visti di buon occhio e, tutto sommato, rimediano sempre
delle pessime figure.
I seguaci pi stretti di Ges sono chiamati per nome e uno di loro, Pietro,
viene invitato a diventare la loro guida, una volta che il sacrificio di
Ges si sia compiuto, con queste parole:
Io ti dar le chiavi del Regno dei Cieli e tutto quello che avrai legato sulla terra
sar legato nei cieli; e tutto ci che avrai sciolto in terra sar sciolto nei cieli(12).
L'ingresso trionfale di Ges a Gerusalemme di qualche tempo dopo
viene narrato da tutti e quattro i Vangeli; Ges  accolto in modo estasiato
dal popolo che lo acclama Re dei Giudei. Questo accade appena
prima della cacciata dei mercanti dal cortile del Tempio, dove Ges si
scaglia con ira contro i cambiavalute, creando cos un vero e proprio
pandemonio pubblico(13).
Nel corso dell'Ultima Cena tenuta da Ges con gli apostoli - cos mirabilmente
dipinta dal genio di Leonardo da Vinci - il figlio di Dio istituisce
il sacramento dell'eucarestia con queste parole:
Or mentre mangiavano Ges prese del pane e, fatta la benedizione, lo ruppe, e
dandolo ai suoi discepoli disse: Prendete, mangiate, questo  il mio corpo. Poi,
preso un calice e reso grazie, lo diede loro dicendo: Bevetene tutti, perch questo
 il mio sangue. Il sangue del patto, il quale  sparso per molti per la remissione
dei peccati(14).
Nella successione drammatica dei fatti evangelici della vita di Ges a
questa cena segue il suo arresto da parte delle guardie del Tempio e un
rapido processo notturno al cospetto della suprema corte religiosa di
Israele, il Sinedri(15). Dopo, Ges viene spedito dal procuratore romano
Ponzio Pilato affinch lo giudichi, ma questi non ne riscontra la colpevolezza
e lo ritiene un uomo innocente. Pilato offre al volere del popolo
l'eventualit di graziare Ges, lasciandolo andare libero, ma nei Vangeli
si ricorda come Ges anelasse al sacrificio e, tenuto anche conto dell'insistenza
con cui la gente lo voleva vedere condannato, Pilato compie
il semplice gesto di lavarsi le mani in merito a quell'affare e lascia che il
profeta venga condannato a morte, alla crocifissione(16). Dopo la morte,
trascorsi tre giorni, Ges resuscita. La Chiesa insegna che era il figlio di
Dio e quindi privo di peccato, era un uomo innocente, sacrificatosi per la
remissione dei nostri peccati e che, grazie a questo suo sacrificio, anche
all'umanit si sono aperte le porte della vita eterna nei cieli.
Questa storia bellissima e tragica  diventata la base fondante del cristianesimo,
alimentando la fede cristiana lungo tutti i secoli trascorsi
dai terribili fatti consumatisi sul Golgota, il colle della Crocifissione. Il
complesso sistema di credenze scaturito da questi racconti  stato nel
tempo elaborato dalla Madre Chiesa di Roma. Nei primi secoli della
cristianit, erta a custodia e difesa della autenticit della tradizione eristica,
venne a imporsi l'idea che essendo Ges il figlio di Dio ed essendo
nato da una vergine senza la macchia del peccato originale, non sarebbe
mai stato neppure sfiorato da cattivi pensieri, preservandosi vergine
e celibe senza fatica e, ovviamente, restando scapolo, senza mai
sposarsi. Lo scopo della sua vita sarebbe stato quello di annunciare una
nuova alleanza fra l'uomo e Dio, insegnandoci a vivere secondo il
suo volere, per poi sacrificarsi sulla croce del Golgota per redimerci dai
nostri peccati.
Si pu dire che tutta la cultura occidentale si sia poi articolata sugli
aspetti drammatici e crudeli, sebbene redentivi, di questa storia. Presentati
come momenti autenticamente verificabili col filtro della storia,
arricchiti da un profondo nucleo di spiritualit, la Chiesa ha fatto degli
insegnamenti di Ges Cristo un corpo religioso assolutamente unico, la
base su cui poggiare la vera fede. La nuova casta sacerdotale della religione
cristiana non impieg molto a concretizzare un forte potere
temporale ricavandone grandiose ricchezze e un'influenza politica
straordinaria, annunciando al mondo la pretesa di essere l'unica e assoluta
autorit per tutti coloro che ne abbracciavano il credo, fossero povera
gente, preti, sacerdoti, nobili, cavalieri o sovrani.
Negli ultimi due secoli, per, le storie evangeliche e il possente edificio
dogmatico e di credenze religiose derivatone, sono stati sovente
non solo messi in discussione ma anche descritti come una sorta di mitologia
cristiana, a volte addirittura bollati come superstizione primitiva,
quando non definiti oppio dei popoli. Infine, negli ultimi sessantanni
sono venuti alla luce alcuni documenti inquietanti che hanno
gettato altro scetticismo sull'autentica natura e rispondenza al vero dei
racconti evangelici. Si tratta, soprattutto, di antichissimi ma affidabili
rotoli di scritture, i quali, soprattutto se analizzati e studiati in congruit
con le opere degli storici coevi a Ges, sembrano indirizzarci verso una
storia decisamente diversa da quella tradizionale.

L'Israele biblico al tempo di Ges.

I Vangeli non compaiono in un contesto vuoto, come calati dall'alto
all'improvviso, ma si inseriscono in un ambito culturale che ha gi dato
origine a svariate storie e narrazioni, cronache e commentari che li
precedono, compresi alcuni altri vangeli poi non riconosciuti e rotoli di
scritture ispirate, coevi al periodo della loro redazione. Da tutti questi
documenti veniamo a sapere che attorno al 63 a.C. la Giudea era diventata
vassallo dell'impero romano, a seguito dell'azione militare di Roma,
intervenuta per sedare una violenta guerra civile scoppiata tra i Farisei
e gli allora reggitori della nazione, vale a dire Ircano e
Ariostobulo(17). L'idumeo Erode il Grande era salito al potere nel 43 a.C. e Roma
ne aveva ratificato la presa di comando quattro anni dopo. Secondo il
geografo greco Strabone, Erode era cos superiore a tutti i sovrani che
lo avevano preceduto, specie nell'abilit di trattare con i Romani e con
coloro che gli amministravano lo stato, da meritarsi il titolo di re(18).
Dapprincipio, Erode si era rivelato un sovrano valido, pieno di risorse
e iniziative, costruttore prolifico, efficiente amministratore e abile politicante,
capace di portare un po' di ordine nelle regioni poste sotto il
suo potere. Come idumeo non del tutto fedele al verbo del giudaismo,
aveva s riportato a nuovo fulgore il Tempio di Gerusalemme, ma aveva
anche fatto ripristinare molti antichi templi in rovina, consacrati alle
divinit pagane, tra cui almeno tre dedicati ad Augusto, l'imperatore romano(19) e uno al dio siriano Baal. Aveva anche
fondato il tempio di Berito a Tiro(20), contribuendo in modo
decisivo anche al restauro del tempio
apollineo della Pizia nell'isola di Rodi(21).
Re Erode  uno dei personaggi meglio caratterizzati da parte delle fonti
storiche del tempo. Astuto e sospettoso, non si fidava di
nessuno, tanto meno dei suoi diretti famigliali che temeva potessero usurpargli il trono
e che aveva fatto regolarmente eliminare poco alla volta(22). In proposito,
su di lui, l'imperatore Augusto si era espresso in questi termini:
Preferirei essere un maiale del suo porcile che uno dei suoi figli(23). Sul
finire della vita, Erode divent sempre pi crudele e violento, assumendo
atteggiamenti che fecero scordare a tutti quanto di buono aveva fatto
negli anni iniziali di regno. Fra i tanti fatti di sangue da lui scatenati,
aveva destato grande impressione l'uccisione del rabbi Mattia e dei suoi
seguaci, rei, a suoi avviso, di aver fatto deporre il simbolo dell'aquila
imperiale con la quale Erode aveva voluto profanare il Tempio(24). Il racconto
evangelico della cosiddetta strage degli innocenti forse gli rende
un torto(25). Esistono, infatti, non pochi dubbi sull'autenticit di questo
episodio, derivato in particolare dalle incongruenze legate alle diverse
narrazioni evangeliche relative alla nascita di Ges. Il fatto, poi, che il
preciso e attento Giuseppe Flavio, nella sua lunga litania di misfatti attribuiti
a Erode, non faccia menzione di questa crudelt, sembra aggiungere
ulteriore sospetto alla sua veridicit storica. Lo stesso accade nella
letteratura talmudica del periodo. Queste prove, quanto mai pesanti, portano
a una sola conclusione: quasi certamente la strage degli innocenti
non avvenne mai ed  probabile che si tratti di una falsificazione.
Tuttavia, come si verifica sovente rispetto alle apparenti discrepanze
dei racconti evangelici, il resoconto di questo fatto di sangue  latore di
un profondo messaggio di natura spirituale. Se lo si interpreta a livello
simbolico, esso raffigura l'eterna dualit fra il potere temporale e l'ambizione
da una parte e l'aspirazione, l'anelito verso l'illuminazione e la
crescita spirituale dall'altra. Volendo, potrebbe anche essere inteso come
la costante e continua battaglia che i devoti di qualsiasi fede sostengono
per difendere il credo a cui si sono affidati, con la sottomissione dell'ego
personale e della propria identit spirituale alla legge e al volere del Dio.

Le numerose sette all'epoca della costruzione
del secondo Tempio.

L'idea che la parte religiosa del popolo ebraico fosse semplicemente
divisa in due sole sette, i Farisei e i Sadducei,  grandemente sbagliata e
deliberatamente fuorviante. Lo storico ebraico Giuseppe Flavio parla,
fra le tante, di almeno quattro sette, forti e ben distinte, all'interno della
Giudea del I secolo: gli Esseni, i Sadducei, i Farisei e quelli della quarta
filosofia(26).
Gli Esseni erano i discendenti diretti e spirituali dei sacerdoti zadokiti
del ma'madot, vale a dire le famiglie ereditarie dell'alto
sacerdozio, ritiratesi in luoghi selvaggi per protestare
contro l'involgarimento del Tempio
da parte di Antioco e per la nomina da parte dei Maccabei di un
grande sacerdote non appartenente alla casta degli
zadokiti(27). Gli Esseni
condividevano i beni, vivevano in modo molto austero e rigido, conservavano
la purezza del rito, credevano nell'immortalit dell'anima e, come
loro precetto fondamentale, erano quasi maniacali nella preservazione
della tradizione di vita secondo la Torah, vale a dire vivere nel pieno
rispetto della legge di Dio. Giuseppe li descrive in questi termini: Sono
superiori a tutti gli altri uomini nella virt e anche nella giustizia...(28).
I Sadducei provenivano soprattutto dalla classe borghese dei proprietari
terrieri e collaboravano volentieri con i dominatori di Roma. Anche
se non credevano nell'immortalit dell'anima, insistevano per il rispetto
della legge, che andava seguita cos come era stata scritta, senza alcuna
eccezione n deviazione(29). La storica degli Ebrei, Isadore Epstein,
rende chiara la diversa posizione di Sadducei e Farisei nei confronti dei
Romani, quando scrive:
I Farisei volevano che tutti gli affari di stato venissero svolti nel pi rigoroso rispetto
delle indicazioni della Torah, senza alcuna concessione ad altro. I Sadducei,
da parte loro, erano invece dell'idea che fosse certamente molto importante tenere
la Torah come base costitutiva dello stato, ma con un occhio di riguardo alla possibilit
che questo consentisse di mandare avanti e sostenere un governo, il quale, a
seconda delle condizioni e dei momenti, avrebbe anche potuto scendere a patti, diciamo
cos, meno spirituali, facendo dell'espediente politico e dell'interesse economico
gli arbitri finali e ultimi della gestione governativa nazionale(30).
Tenendo a mente l'accanimento con cui i Vangeli si scagliano sovente
contro i Farisei,  interessante invece notare come la Epstein sostenga
che, al lato pratico, essi alla fine fossero la sola setta in grado di stare al
passo con le esigenze imposte dai tempi. Erano liberali nell'interpretazione
della Legge e delle tradizioni a essa associate e cercavano, per
quanto possibile, di adattarle e modificarle in relazione alle necessit
della gente e del popolo che, anche per questo, non li vedeva affatto di
cattivo occhio. I loro avversari, su tutto e per tutto, erano i Sadducei.
Dunque, lungi dall'essere quei personaggi pedanti e ottusi che ci vengono
presentati nei Vangeli, erano i Farisei a contrapporsi al legalismo
anacronistico e dittatoriale dei Sadducei, ponendosi come un necessario
bilanciamento nei confronti della bendisposta sudditanza verso i dominatori
Romani che invece veniva manifestata da questa ultra conservativa,
ma potente e ricca, classe sacerdotale(31).
Come detto, Giuseppe menziona anche i seguaci della quarta filosofia,
una setta che descrive come strenua difenditrice della libert e
sempre pronta, per questo, a fomentare nella nazione rivolte contro i
Romani(32). Questa setta era composta dagli Zeloti e dai Sicari, continuamente
opposti ai Kittim, come erano detti i conquistatori di Roma.
Si trattava, dunque, di ardenti patrioti, ma anche di devoti religiosi, che
combinavano il rispetto della Torah con un intenso amore per la loro
patria, per la quale si dicevano pronti a sacrificare
la vita(33). In realt -
malgrado quanto scritto nei testi evangelici e insegnato genericamente
dalla Chiesa - il giudaismo al tempo di Ges era costituito da almeno
ventiquattro sette e partiti politici e religiosi, che non erano affatto considerati
eretici, bens parte integrante del vasto e complesso movimento
sociale e religioso della nazione(34). A complicare le cose, un qualsiasi
ebreo devoto aveva la libert di sedersi ai piedi di uno dei tanti maestri
di uno dei tanti gruppi religiosi, pur senza ufficialmente appartenervi, e
starlo ad ascoltare, al fine di migliorare il proprio sviluppo spirituale e
accrescere la propria conoscenza.
Oltre a tutti questi gruppi prevalenti, autentici protagonisti del fermento
religioso di Israele verso la fine dell'ultimo secolo del periodo
detto del secondo Tempio, esisteva anche una forte spinta di giudaismo,
come dire, carismatico che aveva radici in Galilea(35) e vi erano numerosi
adepti eredi della tradizione mistica d'Egitto. Una di queste sette
- i Santi dei Santi - era diventata il fulcro delle fantasie visionarie di
mistici che professavano di poter ascendere al palazzo superno di Dio e
avvicinare il suo trono celeste nei cieli, e aveva molti devoti che tramite
l'applicazione di speciali discipline si preparavano a questa ascesa
mistica(36). Una delle speculazioni mistiche citate nel Talmud si focalizzava
sul concetto di maaseh bereshith (l'opera della Creazione), descritta
nel primo capitolo della Genesi. Un'altra faceva fulcro sull'immagine
del maaseh merkabah (il carro divino), cos come presentato
nella visione del profeta Ezechiele. In quel tempo, queste discipline
mistiche erano attentamente protette ed era tassativamente proibito
esporle in pubblico, essendo oggetto di interesse per pochi iniziati e discepoli
scelti, nella pi schietta tradizione dell'iniziazione religiosa
egizia.
Esisteva anche la tradizione dell'Ascesa della Cabala, cos detta perch
contemplava l'ascesa attraverso gradini via via superiori dell'illuminazione
gnostica - la salita ai Cieli Alti - una variazione della tradizione
della merkabah, meglio conosciuta come Hekaloth, altra
variante di misticismo(37). La stessa cabala - vale a dire la
tradizione derivata dall'insegnamento
di Aronne - rappresentava la principale e pi seguita
tradizione mistica ebraica e veniva trasmessa oralmente. Una delle idee
portanti era quella dello Zaddik, il Giusto(38), una chiara eco dell'uomo
giusto di cui si  detto a proposito di Ezechiele(39).
Il giudaismo, un tempo come oggi, era una religione che concedeva
ampio spazio all'analisi e allo studio, dove ogni possibile interpretazione
della legge veniva avanzata e proposta, esaminata nel dettaglio e
quindi soppesata con attenzione nella sua applicazione nella vita di
ogni giorno. Questa particolare cultura della discussione e del dibattito
ha dato origine all'antico aforisma che dice: Quando incontri due
ebrei, puoi star certo che trovi anche tre opinioni diverse. Nello stato
teocratico della Giudea, la Torah non era soltanto la Legge di Dio, ma
anche la legge della terra ed era pressoch impossibile fare un'affermazione
religiosa che non avesse anche un risvolto di ordine politico.
Questa complicazione rese alquanto difficoltoso - per non dire impossibile
- ai Romani imporre qualsiasi costrizione politica agli Ebrei sottomessi
senza che questi la intendessero anche come una limitazione o
un'ingerenza sul piano religioso. In questo clima, con oltre ventiquattro
sette tutte latrici di messaggi sociali, politici e religiosi differenti, in un
paese per di pi occupato militarmente dalle forze dell'impero, le potenzialit
per la deflagrazione di qualche disastro erano altissime.
Alla morte di re Erode, il regno venne diviso tra i figli, i cui governi nel
tempo andarono sovente a incrociarsi con momenti di salita al potere di
procuratori romani pi o meno corrotti. Anche per questo, i fermenti nazionalistici
e religiosi portavano spesso a veri e propri scontri di estrema
violenza fra le parti. Nei resoconti talmudici del tempo, la ribellione pi
intensa viene ricordata come la guerra di Varrone. Questo procuratore,
per riuscire a sedare la rivolta, era stato costretto a schierare le sue legioni
in campo aperto, a distruggere le cittadine di Emmaus e Sephoris,
facendone prigionieri gli abitanti(40). Dopo di che, forte della immancabile
efficienza punitiva dei Romani, aveva mandato a morte con la pena
della crocifissione oltre 2000 ribelli(41). Questa sollevazione e le molte altre
che erano seguite, costituivano il chiaro segno dell'intolleranza del
popolo ebraico al giogo romano. E cos quando sia i sovrani della stirpe
di Erode che i Romani, loro dominatori, decisero di aggravare ancor di
pi le gi pesanti gabelle, la miscela esplosiva di fervore religioso e politico
aveva raggiunto il suo acme. Questa, in breve sintesi, la turbolenta
realt che faceva da sfondo al tempo della nascita, della vita e del ministero
di Cristo. Insomma, un quadro decisamente diverso da quello
che ci viene solitamente indicato, tutto fatto di delicati paesaggi e di atmosfere
serene e placide, come descritte nei Vangeli.
Robert Eisenman, il grande studioso biblico dei rotoli del Mar Morto
nonch direttore del Centro studi delle origini giudaico-cristiane dell'Universit
della California, sostiene che le descrizioni evangeliche di
un'artefatta realt dove felici pescatori della Galilea gettano sereni le
loro reti da pesca, dove gli stessi soldati e ufficiali romani sono descritti
come persone per bene, quasi dei santi, e dove le reazioni del popolo
ebraico risultano immancabilmente edulcorate, troverebbero la loro
motivazione nel fatto che questi racconti erano stati scritti dopo la caduta
di Gerusalemme, quando la nazione era completamente soggiogata
dai conquistatori romani(42). Anche Giuseppe Flavio - che, ricordiamolo,
scriveva sotto il diretto patronato romano - afferma che questi testi
sono afflitti da due grandi difetti: Da una parte l'esaltazione della
romanit e dei suoi rappresentanti; dall'altra, lo svilimento degli Ebrei;
adulazione e deviazioni che, in pratica, prendevano il posto dell'autentica
realt storica(43). A complicare ulteriormente le cose, sappiamo che
i Vangeli furono redatti parecchio tempo dopo la distruzione di Gerusalemme
del 70 d.C. da parte dei Romani. All'epoca, la dottrina e la mitologia
cristiana si erano gi ampiamente sviluppate, al punto da generare,
come logica conseguenza, la figura del Salvatore Divino delle
storie evangeliche, vale a dire qualcosa di alquanto diverso dall'autentica
vicenda di vita del Cristo(44).
Il censimento imposto da Roma, che viene citato come causa del viaggio
di Maria e Giuseppe da Nazareth a Betlemme, avvenne probabilmente
quando Quirino era il governatore romano della provincia della
Siria. La cosa fa nascere un problema, in quanto, stando alle testimonianze
romane e alle cronache di Giuseppe Flavio, pare che Quirino assumesse
la reggenza della Siria nell'anno 6 d.C., dieci anni dopo la
morte del re Erode. I Vangeli, al contrario, affermano che al tempo della
nascita di Ges, Erode era ancora il sovrano della Giudea. Quando
per riscontriamo le notizie storiche che riguardano questo personaggio,
veniamo a scoprire che sotto il suo regno non venne mai convocato
un censimento. Inoltre, Nazareth era una cittadina della Galilea, un
regno indipendente che all'epoca non stava sotto il dominio di Roma(45).
Il concetto di nascita virginale dimostra poi quanto i Vangeli siano
certamente debitori a una buona dose di fantasiose interpretazioni, cos
forti da sovrastare persino la realt dei fatti.
Le prime documentazioni cristiane di cui disponiamo, le Lettere di
san Paolo, furono scritte circa una quindicina di anni dopo la morte di
Ges, ma in esse non si parla mai di una nascita virginale. N, questa
immagine, compare nel testo di Marco, redatto circa vent'anni dopo la
Crocifissione. Nessuna scrittura della tradizione ebraica, leggenda o
storia, relativa all'avvento di un Messia, mette in risalto l'idea della nascita
del bimbo dal ventre di una vergine, anche se troviamo non pochi
precedenti di questo concetto nei mondi pagani di Grecia e Roma.
Quando Ges incominci a diventare sempre pi popolare anche presto
le vaste schiere delle congregazioni e delle comunit dei Gentili, anche
lui, come tutte le altre precedenti divinit, aveva dovuto misurarsi
con le attese popolari per fare s che la sua parola religiosa venisse facilmente
compresa e accettata. Ecco perch, fra le altre cose, i Vangeli
- scritti proprio in questa era storica - presero come modello le antiche
leggende sulle unioni di fanciulle vergini con di pagani. Dall'unione
di Giove con la bella Danae era nato il semidio Perseo. La venerazione
e il culto di Iside e del figlioletto Horus, un altro esempio di nascita virginale,
si erano ampiamente diffusi in tutta l'area del Mediteraneo
orientale(46). Nel mito greco,  la vergine Persefone a dare alla luce il dio
Dioniso in una grotta(47). Il dio persiano Mitra, il cui culto era molto popolare
all'interno dell'impero romano al tempo di Ges, era anch'egli
nato da una dea e dentro una grotta. Per aggiungere sospetto a sospetto,
la sua data di nascita era stata stabilita il giorno 25 dicembre, lo stesso
giorno assunto dai cristiani come giorno natale di Ges Cristo.
La stessa situazione si riscontra in merito all'episodio della visita dei
re Magi, i tre saggi dei Vangeli. Secondo i rotoli del Mar Morto e il
professor Hugh Schonfield, studioso illustre delle origini della cristianit,
si tratterebbe di una leggenda antichissima, ben precedente la nascita
di Ges. In aggiunta, Schonfield afferma che gi in quello stesso
secolo era stata sfruttata, ma non in relazione alla nascita di Ges, bens
di suo cugino, Giovanni il Battista(48). Ma legata alla nascita del Battista,
se diamo retta ai testi mandeani, scopriamo anche un'altra singolare
coincidenza: Zaccaria, il padre di Giovanni, viene avvisato da un angelo
che il re Erode ha in progetto di uccidere il bambino e cos l'uomo
 costretto a far fuggire moglie e neonato, facendoli rifugiare in un luogo
lontano e sicuro(49).

Giovanni il Battista e Ges.

Quando spostiamo l'attenzione sulla figura di Giovanni il Battista e
sulle sue relazioni con Ges, ci accorgiamo subito di come gli storici
moderni siano ancora pi pronti degli stessi evangelisti a colmare le
tante lacune che si aprono nella sua storia. Paul Johnson,
storico cattolico romano, afferma che l'esempio degli Esseni aveva fatto sbocciare
un gran numero di movimenti battesimali nella valle del Giordano, al
punto che, in pratica, tutta l'area compresa fra il lago di Genezaret (Mar
di Tiberiade) e il Mar Morto pullulava di personaggi eccentrici, visionari
e profeti, imbevuti delle dottrine essene. Johnson ritiene che il Battista
fosse anch'egli un aderente alla setta essena, la cui missione sarebbe
stata quella di dare origine a una lite nell'lite nel cuore di Israele(50),
cos che la nazione intera potesse purificarsi per diventare luce fra
i Gentili. Dapprincipio, la posizione di Giovanni era assai ben allineata
nel solco della tradizione giudaica profetica e mistica, per quanto
non pochi dei suoi seguaci fossero convinti che si trattava della reincarnazione
del profeta Elia(51).
Un altro rinomato studioso biblico, il professor John Dominic
Crossan, dopo aver attentamente analizzato i testi fondamentali e le opere di
Giuseppe Flavio, afferma che il battesimo praticato da Giovanni non
era un gesto rituale finalizzato alla remissione dei peccati, quanto piuttosto
una purificazione esterna e fisica, simbolo di quella interiore e
spirituale che si stava poco a poco diffondendo presso i suoi seguaci(52).
La storica Joan Taylor approfondisce ancor pi questo concetto, quando
annota:
La gente che decideva di diventare seguace del Battista lo faceva spinta dal desiderio
di apprendere come potersi purificare realmente, sia esternamente che interiormente.
Una volta inoltrati nella conoscenza di ci che, secondo la concezione
di Giovanni, era giusto, essi erano pronti per l'immersione... Ma non tutti potevano
diventare autentici discepoli. Una volta ricevuto il battesimo, tramite l'immersione
del corpo in acqua, gli aspiranti discepoli dovevano accettare ciecamente il
suo insegnamento e soltanto dopo questo atto di fede potevano effettivamente essere
considerati suoi seguaci diretti e accettati(53).
Certo, la Santa Madre Chiesa ha sempre negato che Giovanni fosse latore
di un suo proprio insegnamento. Ma, in contrasto a questo, alcuni
autori odierni sostengono addirittura una soluzione opposta, vale a dire
che il vero maestro fosse Giovanni e che Ges fosse cresciuto alla sua
dottrina. La qual cosa porta inevitabilmente alla conclusione che gli insegnamenti
di Ges, lungi dall'essere originali e suoi, facevano invece
parte di un nutrito corpus di conoscenze dottrinarie che venivano trasmesse
dal maestro agli allievi secondo la pi antica e classica delle tradizioni.
Non c' da stupirsi che la Chiesa abbia sempre negato qualsiasi forma
di rapporto maestro-discepolo fra Giovanni e Ges, perch avrebbe
compromesso l'idea di gerarchia imposta, ed  probabile che proprio
per questo le notizie relative alla loro frequentazione siano state misurate
col contagocce. Esisteva, infatti, il serio pericolo che la figura di
Ges, lontana dall'essere perfetta quale avrebbe dovuto essere invece
quella del figlio di Dio, sarebbe apparsa come profondamente umana,
anch'egli soggetto alla tentazione e al peccato, al punto da dover essere
rigenerato dalla celebrazione battesimale, un concetto difficile da accettare
dall'establishment ecclesiastico di Roma. In questa dimensione
Ges, nient'altro che un pio ebreo coinvolto come tanti nello studio
della Torah, non aveva esitato a diventare un discepolo del Battista, avvertendo
la necessit di mondarsi dai peccati prima di ricevere il battesimo.
Per questo  del tutto impossibile immaginare avesse l'ardire di
definirsi divino: per lui, come per tutti i pii ebrei del tempo, un'affermazione
simile sarebbe stata la blasfemia pi terribile e imperdonabile.
L'autore A. N. Wilson  giunto alla seguente conclusione: Ges sarebbe
stato un hasid galileo, un sant'uomo, un taumaturgo della tradizione
profetica, e ci lo induce ad affermare: Sono costretto ad ammettere
come impossibile l'eventualit che un sant'uomo della Galilea vissuto
nel I secolo abbia potuto, a un certo momento della sua vita, dichiararsi
apertamente divino, seconda persona della Trinit, perch si tratta di
una cosa assolutamente inaccettabile, n credibile, da parte di un ebreo
convinto monoteista(54).
I Vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca secondo una
moderna corrente di studi, si fonderebbero in gran parte su un
testo precedente conosciuto
come manoscritto Q. Ampio  il consenso degli studiosi in
merito allo stile e al contenuto di questo documento, al punto da arrivare
a definirne persino una ricreazione virtuale, quanto mai attenta. Il
professore Burton L. Mack, emerito studioso del Nuovo Testamento
presso la Scuola di teologia di Claremont, in California, afferma:
La cosa pi importante  che gli autori del testo noto come Q non pensavano a
Ges come a un Messia o a un Cristo, n intendevano i suoi insegnamenti come
qualcosa di diverso o contrario alla corrente religiosa tradizionale del giudaismo.
Per loro la Crocifissione non aveva nulla di divino, n era stato un atto salvifico.
Neppure credevano che Ges fosse risorto e tornato in vita vincendo la morte per
la salvezza del mondo. Semplicemente, gli attribuivano delle qualit profetiche e
degli insegnamenti, attenendosi ai quali era possibile vivere in giustizia e grazia,
anche in quel periodo storico molto tribolato. Di conseguenza, non ebbero mai l'idea
di rendere venerabile il suo nome o di onorarlo alla stregua di un dio - cosa
che per loro, come per tutti i pii ebrei, costituiva gravissimo peccato di bestemmia
anche soltanto pensarlo - n celebrarono mai la sua memoria con inni, preghiere o
rituali a lui dedicati(55).
Studi attenti e obiettivi del giudaismo del periodo storico del Secondo
Tempio rivelano a priori la palese impossibilit della dottrina eristica e
della sua divinit. Ges era nato, cresciuto ed educato come un ebreo e
tutti coloro che lo seguivano erano, come lui, ferventi e devoti ebrei. La
dottrina di un dio che si fa uomo era completamente opposta al concetto
che gli Ebrei avevano di Dio e qualunque ebreo che avesse anche solo
azzardato un'ipotesi simile sarebbe stato condannato a morte come il
peggiore dei blasfemi. Ne consegue che la deificazione di Ges deve essere
stata qualcosa di non ebraico, imposto dai Gentili, da fonti esterne
ed eretiche alla tradizione ebraica. Prove di questo asserto emergono dal
fatto che il concetto di deificazione di Ges non venne accettato dai primi
apostoli e da tutti coloro che credevano che egli fosse il Messia. Questo
conferma che l'idea di divinit fu qualcosa imposto dal di fuori del
giudaismo, scaturito da una fonte aliena, diversa, qualcosa che lo stesso
Ges, in quanto ebreo convinto, non poteva condividere(56). Viceversa, in
modo diametralmente opposto, il concetto di deificazione di un essere
umano era molto comune fra i pagani di Grecia e Roma antiche.

Gli insegnamenti di Ges.

Salvo che in rare eccezioni,  doveroso dire che sia i Vangeli sinottici
che gli Atti degli Apostoli rivelano assai pi le idee e i fondamenti teologici
di chi li scrisse che non gli insegnamenti di Ges. Tuttavia, le poche
eccezioni sono molto interessanti, soprattutto quando sono in diretto
urto con l'insegnamento della Chiesa di Roma. La scrittrice e storica
della religione, la ex suora Karen Armstrong, commenta una pagina degli
Atti con queste osservazioni: Certamente gli apostoli di Ges non
pensavano di essere stati i fondatori di una nuova religione, non lo sospettavano
neppure. Essi continuavano a vivere come ebrei di stretta osservanza
e come tali ogni giorno si recavano al tempio per una preghiera(57).
In aggiunta Aristide, uno dei primi apologeti della cristianit, sottolinea
che la religiosit dei primi cristiani di Gerusalemme era ancora
pi marcatamente monoteistica di quella degli stessi Ebrei. Ci che
Ges insegnava non era immaginato dagli apostoli e dai discepoli che lo
seguivano come le fondamenta di una nuova religione o una deviazione
dal giudaismo canonico; tanto  vero che, in pratica, la sola differenza
che esisteva fra loro e la corrente principale del pensiero religioso ebraico,
che si manifestava nelle tante sette dominanti, consisteva nel fatto
che essi accettavano l'interpretazione che Ges dava della Legge, convinti
in questo dalla certezza che si trattasse di un autentico Messia.
L'appellativo Ges di Nazareth  volutamente studiato, un falso nome,
perch a quel tempo la citt di Nazareth non esisteva neppure.
Il suo vero titolo era Ges il Nazareno, a indicare la sua appartenenza a
una setta derivata dal ramo principale di quella essena. La natura chiaramente
iniziatica e gnostica della dottrina di Ges compare evidente in
un passo del Vangelo di Tommaso, scoperto nel 1945 fra i rotoli della
biblioteca di Nag-Hamadi, in Egitto. In questo testo,
considerato apocrifico, si legge: Chi berr dalla mia bocca
diventer come me e io diventer
lui e tutte le cose nascoste gli saranno rivelate(58). Ges, come
maestro di sapienza e moralit, incominci la sua opera iniziando i primi
discepoli fra la comunit nazorea. L'accettazione prevedeva una forma
di battesimo, simile a quello del suo predecessore Giovanni. Prove
in questo senso sono state rintracciate dal professor Morton Smith in alcuni
frammenti del Vangelo segreto di Marco, da lui rinvenuto nella biblioteca
del monastero di Mar Saba, in Israele(59). Secondo il suo parere,
questo documento potrebbe corrispondere a quello che in origine era
conosciuto come il Vangelo degli Ebrei.
Possiamo accettare come veritieri soltanto quegli insegnamenti di Ges
riportati nel Nuovo Testamento che sono autenticati dagli scritti apocrifi
o validati dalle dottrine portate avanti da suo fratello e successore,
Giacomo il Giusto. Altre fonti possono essere plausibili a patto che non
siano state contaminate da infiltrazioni di stampo romano o rientrino
nella concezione di fondo della corrente principale della religiosit
ebraica.
Quando a Ges si attribuiscono le seguenti parole: Non andate fra i
Gentili e non entrate in alcuna citt dei Samaritani, ma andate piuttosto
alle pecore perdute della casa di Israele(60), ci troviamo di fronte a un
pensiero perfettamente allineato con quello degli Esseni e questo deve
vieppi convincerci che le sue parole vanno interpretate e valutate al
meglio. Ne consegue che altre sue parole, come per esempio: Andate
dunque e ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo(61) debbono essere rigettate come una
sovrapposizione, una falsificazione, perch contrarie al
principio esseno che vietava di predicare ai Gentili. Inoltre,
l'uso della formula nel
nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non venne adottata
che molto dopo, nel momento in cui la teologia cristiana aveva incominciato
a muovere i primi passi, mentre all'epoca di Ges sarebbe stata
considerata una sorta di bestemmia da un religioso ortodosso. Gli
Ebrei riconoscevano un solo dio, il grande Dio e Signore di Israele.
Un periodo particolarmente cruciale da prendere in esame  quello che
inizia dall'ingresso di Ges a Gerusalemme e termina con la sua Crocifissione
una settimana dopo. Lo scenario, appositamente architettato,
di questo suo arrivo trionfale nella citt di Davide una settimana prima
della Pasqua(62), costituiva per i Romani un segnale chiarissimo che le
probabilit di qualche sommossa sarebbero aumentate. Questo ci viene
pienamente attestato da quanto almeno un Vangelo ricorda, vale a dire
che Ges venne poi crocifisso accompagnato dalla scritta Sia benedetto
il re di Israele(63), una definizione che agli occhi degli occupanti non
poteva suonare che come una forte provocazione alla ribellione. Il contesto
 una specie di riproposizione di ci che era accaduto due secoli
prima, quando il condottiero Simone Maccabeo era entrato trionfalmente
nella capitale fra il tripudio generale ed era stato accolto con acclamazioni
e lo sventolare di fronde di palma, prima di andarsi a purificare
al Tempio(64). Inutile ricordare che il latente messaggio di rivolta era
poi stato amplificato ulteriormente dal gesto perentorio di Ges, quando
aveva rovesciato con violenza e ira i banchi dei cambiavalute nel cortile
del Tempio(65). Tutto questo proprio nella settimana pasquale, quando
Gerusalemme straripava di gente, dove Sadducei, Farisei,
Zeloti, Hassidim si mescolavano fra mille altre sette, specie
quelle dei fondamentalisti
apocalittici pi di tutti repressi e arrabbiati, pi di tutti imbevuti di
nazionalismo spinto e fervore religioso. Indubbiamente, Gerusalemme
nei giorni precedenti la Pasqua doveva essere un crogiolo pericoloso di
tensioni religiose, politiche e sociali pronte a deflagrare da un momento
all'altro e agli occhi dei Romani l'arrivo clamoroso di Ges non poteva
che apparire come la classica miccia che innesca l'esplosione.

Ponzio Pilato.

Il procuratore romano di quel tempo era tutto meno che la persona
adatta a fronteggiare una situazione potenzialmente cos esplosiva. Erano
all'ordine del giorno i pettegolezzi del popolino che riguardavano la
sua moralit dubbia, le accuse di corruzione, di angherie e prepotenze,
di violenze e ruberie che Pilato lasciava si consumassero ai danni della
gente senza che si celebrasse uno straccio di processo(66). Egli aveva debilitato
fortemente il potere del Sinedrio sottraendogli la giurisdizione
in materia religiosa, accollandogli inoltre il non gradito incarico di mettere
agli arresti chiunque fosse sospettato di tramare contro Roma, per
poi tradurlo al cospetto di un tribunale romano per essere giudicato.
Agendo secondo questa direttiva, erano state le guardie del Sinedrio ad
arrestare Ges, per poi presentarlo a Pilato(67).
Non ci fu alcun processo notturno nel Sinedrio per accusare Ges di
blasfemia, in quanto in quel tempo la cosa non sarebbe stata legale; non
ci fu neppure la comparsa al cospetto di Erode, come segnalano i Vangeli,
ma, fatto decisamente pi importante, non si registr alcuna ingerenza
o prevaricazione da parte di Pilato a danno del presunto sobillatore
anti romano. Provate a immaginare: quanto poteva interessare a Pilato
la vita di un singolo ribelle, quando solo qualche tempo prima un
suo predecessore ne aveva messo a morte, con la pena della crocifissione,
pi di 2000? Il vero fatto inspiegabile  che Ges venne messo in
croce dai Romani con l'accusa di sedizione, di aver fomentato la rivolta.
Di certo non venne giudicato dal Sinedrio per blasfemia, poich i
suoi insegnamenti erano in linea con quelli della tradizione giudaica
(senza scordare che la pena che i Romani comminavano per il reato di
sedizione, ammutinamento e ribellione era appunto la crocifissione,
mentre presso gli Ebrei, cos come era precisato nelle scritture, chi era
riconosciuto colpevole di blasfemia veniva condannato a morte per lapidazione).
Ges venne processato sommariamente e condannato da
Ponzio Pilato per evitare l'insorgere di una nuova rivolta(68).

Il vero successore di Ges.

Quando si arriva a discutere su chi successe a Ges, dopo la sua morte,
nei panni di leader fra gli apostoli troviamo alcuni cenni nel Nuovo
Testamento, tuttavia le indicazioni pi interessanti si riscontrano in alcune
opere dei primi padri della Chiesa e, in particolare, in brani contenuti
nei Vangeli apocrifi. Non accettato dalla Chiesa di Roma, il Vangelo di Tommaso rimase pressoch sconosciuto per oltre 1500 anni, quando
ne venne scoperta una copia fra i documenti della biblioteca
di Nag-Hamadi, in Egitto, nel 1945. Vi troviamo le seguenti
affermazioni:
I discepoli dissero a Ges:
Sappiamo che ci lascerai.
Chi sar il tuo successore?.
E Ges disse loro:
Ovunque voi siate, dovete riferirvi
a Giacomo il Giusto
grazie al quale cielo e terra si sono congiunti(69).
La frase finale  una replica perfetta di quella che compare nell'Antico
Testamento in riferimento a No, del quale sta scritto: Il Giusto sta
al fondamento del Mondo. Un altro riferimento alla scelta fatta da Ges
in merito al suo successore si trova nel testo detto Ricognizioni dello
pseudo-Clemente(70). Mentre nelle parole di Epifanio - un altro padre
della Chiesa e storico di valore - Giacomo viene descritto come il primo
degli uomini a cui il Signore affid il suo trono
sulla Terra(71). San
Clemente di Alessandria (ca. 150-ca.215 d.C.) parla invece di un'elezione
di Giacomo per volere degli altri apostoli e non su diretta indicazione
del Cristo. A ogni buon conto, da tutto questo si deduce con chiarezza
che l'erede di Ges era Giacomo e non Pietro. Persino nel Nuovo
Testamento lo si evince, quando si parla di Giacomo come del primo
vescovo di Gerusalemme(72). Il bibliologo Robert Eisenman porta queste
osservazioni alla loro logica conseguenza quando scrive:
...fu Giacomo il vero erede e successore del suo ben pi noto fratello Ges; egli divenne
il leader riconosciuto di quel movimento ancora in essere che noi oggi riconosciamo
come il primo cristianesimo. Il compito, quindi, non tocc quel personaggio
ellenizzato che conosciamo attraverso il nome greco di Pietro, la roccia,
il pilastro della Chiesa romana(73).
Il falso venutosi a creare con l'indicazione della figura di Pietro come
primo erede diretto di Ges e fondatore della sua religione, costrinse la
Chiesa a emarginare Giacomo, il fratello di Ges, che gli apostoli chiamavano
Giacomo il Minore. Infatti, a dispetto del dogma secondo cui
la Madonna sarebbe rimasta eternamente vergine nella carne, la giovane
donna ebbe ben quattro figli maschi - ricordati anche nei Vangeli:
Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda Tommaso - e un numero imprecisato
di figlie femmine(74). Questo fatto piuttosto imbarazzante spiegherebbe
il motivo della scelta di Ges, che opta per un congiunto per la
trasmissione della sua eredit: chi avrebbe, meglio di un fratello, riportato
con fedelt i suoi insegnamenti? La scelta di un fratello era perfetta
e Giacomo, per di pi, era considerato un uomo giusto.
Un altro motivo di grave imbarazzo per i teologi cristiani ebbe a presentarsi
col principio del II secolo, quando la Chiesa - che si dice guidata
dalla mano e dal volere divino - stabil che Maria, la madre di Ges,
si era mantenuta vergine, che Ges era stato il suo unico figlio e che
non si era mai sposato. La presenza testimoniata di fratelli e sorelle di
Ges non era il solo grande scoglio che i teologi cristiani dovevano superare,
ce n'era un altro legato alla presunta condizione di celibato di
Ges. La tradizione di quei tempi imponeva che tutti gli uomini maturi
e specialmente i rabbi mettessero su famiglia. Le rare eccezioni erano
ricordate con precisione. Una, ad esempio, era proprio Giacomo, il fratello
di Ges, che i primi padri cristiani descrivono come un nazoreo,
vale a dire una persona dedicata alla santit sin da quando ancora era
nel ventre della madre e dunque autorizzato a non contrarre
matrimonio e avere prole(75). Il teologo domenicano, esperto
studioso dei rotoli del
Mar Morto, padre Jerome Murphy-O'Connor, professore di Teologia
neotestamentale alla Scuola Biblica di Gerusalemme, nel corso di una
trasmissione radiofonica alla BBC ha detto: San Paolo era certamente
sposato... Il matrimonio non era motivo di discussione per gli Ebrei osservanti,
ed ecco perch nei secoli trascorsi se ne trovavano cos pochi
non sposati ed ecco perch... Paolo... dovette essere sposato, dal momento
che si trattava di un obbligo sociale il cui adempimento non era
in discussione, ma ovvio [il corsivo  mio](76).
Lo stesso ragionamento fatto da padre Murphy-O'Connor nei confronti
di Paolo  applicabile alla condizione di Ges. Inoltre, nella sua qualit
di rabbi, Ges era anche soggetto alle 613 ristrettezze imposte dalla
Legge, cosa che lo costringeva a prendere moglie. Ma, ancora pi importante,
essendo un discendente della casa di Davide, incombeva su di
lui la necessit di mettere al mondo un erede che potesse dare continuit
alla stirpe.

Il matrimonio di Ges.

Nel Nuovo Testamento non si dice mai che Ges non era sposato e, se
fosse stato cos, la cosa, in quei tempi, avrebbe provocato non pochi
commenti. Tuttavia nei Vangeli qua e l si trovano delle velate allusioni
alla sua condizione di sposo e anche cenni a proposito della possibile
identit della moglie. A. N. Wilson prova a suggerire: La storia delle
nozze di Cana, altro non  che la descrizione camuffata delle nozze di
Ges(77). Lo studioso musulmano, professor Fida Hassnain, aggiunge:
A un certo punto sorge la questione su chi sia l'ospite e chi la sposa. Ritengo che
l'ospite possa essere Maria, dal momento che  lei che d ordine di procurare il vino
per gli invitati, a cui Ges prontamente obbedisce. Viene da chiedersi se si tratti
del matrimonio di Ges con Maria Maddalena e perch, se s, i testi evangelici
lo abbiano voluto nascondere sotto mentite spoglie... Credo che Maria Maddalena
si comportasse come la sposa di Ges, perch lui l'aveva presa come tale(78).
Nel Vangelo di Giovanni sta scritto:
Tre giorni dopo si fecero delle nozze in Cana di Galilea e c'era la madre di Ges.
E Ges pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. E venuto a mancare il vino,
la madre di Ges gli disse: Non han pi vino. E Ges le disse: Che v' fra
me e te, oh donna? L'ora mia non  ancora venuta. Sua madre disse ai servitori:
Fate tutto quel che vi dir(79).
La storia procede con il miracolo della trasformazione dell'acqua in
vino, che Ges d ordine ai servi di portare in tavola. In quel tempo, la
legge ebraica permetteva soltanto allo sposo o alla madre di impartire
ordini ai servitori per apprestare quanto necessario al banchetto(80), ne
consegue che doveva trattarsi per forza del matrimonio di Ges. Pi oltre,
leggiamo di altri fatti che, visti e intesi nella logica sociale del tempo,
ci svelano l'autentico rapporto esistente fra Ges il Nazareno, e
Maria Maddalena:
Come dunque Marta ebbe udito che Ges veniva, gli and incontro, ma Maria
stava seduta in casa... E detto questo, se ne and, e chiam di nascosto Maria, sua
sorella, dicendole: Il maestro  qui e ti chiama. Ed ella udito questo si alz in
fretta e venne a lui(81).
La Maria dell'episodio  quella di Betania, meglio conosciuta come
Maria Maddalena, che qui svolge il ruolo di moglie premurosa.  lei la
sola donna a cui  permesso di sedere ai piedi del maestro, come possiamo
leggere nel Vangelo di Luca: Ella aveva una sorella chiamata Maria,
la quale, postasi a sedere ai piedi di Ges, ne ascoltava la parola(82).
La teologa americana, di impronta cattolica romana, Margaret
Starbird, dopo aver letto il best seller The Holy Blood and
th Holy Grail,
era cos indispettita dall'ipotesi ventilata dagli autori che Ges fosse
stato sposato, da decidere che avrebbe smascherato quella costruzione
fasulla con il suo impegno. E cos aveva lavorato e studiato per anni,
arrivando per a risultati da lei stessa inattesi. La sua integrit morale
non le ha comunque impedito di non dare alle stampe ci che aveva
raccolto, edito nell'opera intitolata The Woman with th Alabaster
Jar(83). Si tratta di un libro, scritto in modo egregio, in cui si dimostra in
modo inequivocabile che Ges non solo era sposato ma aveva avuto
anche una prole. La celebre giara di alabastro conteneva un prezioso
unguento profumato che Maria aveva sparso sul capo di Cristo:
Or essendo Ges in Betania, in casa di Simone il lebbroso, venne a lui una donna
che aveva un alabastro d'olio odorifero di gran prezzo e lo vers sul capo di lui
che stava a tavola(84).
A seguito di questo episodio, l'iconografia cristiana occidentale ha da
sempre associato la figura di Maria Maddalena a quella della fiala, della
piccola giara di alabastro. Secondo la tradizione ebraica - ereditata
ancora una volta dalle tradizioni di Sumer, Babilonia e Canaan
- la testa del re veniva ritualmente unta con olio e la funzione veniva svolta
dalla principessa reale o sposa del re, nel suo antico, ancestrale ruolo di
divinit femminile. Per i Greci questa unzione era detta hieros gamos,
ossia matrimonio sacro. L'unzione sacra era un momento cruciale di
estrema importanza se il re voleva essere riconosciuto nella sua divinit
terrena e nella sua piena condizione regale, nei panni di colui che era
stato unto, il messiah(85).
Da tutto quello che si  detto, emergono dunque due diverse visioni di
Ges, del suo essere, dei suoi insegnamenti e dei suoi giorni finali. Si
tratta, come si  visto, di due filoni completamente diversi, addirittura
contraddittori, quando entra in ballo il leader che dovr prendere il suo
posto nella nascente cristianit. In merito al fatto che il suo insegnamento
fosse qualcosa di inedito e di nuovo i dubbi sono fortissimi, in
quanto si trattava di dottrine derivate da un'antichissima tradizione di
misticismo iniziatico, trasmessagli dal suo mentore e maestro, Giovanni
il Battista. Un messaggio che, dopo la sua morte, era stato recepito
dal discepolo prediletto, quello che Ges amava pi di tutti, Giovanni
il divino, l'ispirato. E anche il fulcro del cristianesimo, l'imperativo
che ne costituisce il cuore, ama il prossimo tuo come te stesso, non
era una novit, perch apparteneva da sempre alla tradizione religiosa e
mistica del giudaismo e, in particolare, gi compariva nella Torah, con
la citazione in Levitico(86).
Se vogliamo comprendere fino in fondo, nella sua essenza, i significati
nascosti che si celano nel simbolismo della Chiesa, diventa necessario
essere pronti ad accettare con mente e spirito liberi questi punti di
vista differenti e difformi. Vediamo adesso come una di queste versioni
 prevalsa nel tempo, arrivando a escludere l'altra, e consideriamo come
il simbolismo della Chiesa abbia incominciato a svilupparsi sin dai
primi secoli della sua esistenza.
 Note.
1. Luca 2: 1-5.
2. Matteo 1: 18.
3. Luca 2: 15.
4. Matteo 2: 11.
5. Ivi, 2: 13.
6. Ivi, 2: 16.
7. Ivi, 2: 14.
8. Luca 2: 47.
9. Matteo 3: 17.
10. Ivi, 5: 43,19: 19,22: 39; Marco 12: 31; Luca 10: 27.
11. Paolo, Lettera ai Romani, 21:8-13; Id., Lettera ai Galati, 5: 14; Epistola di Giacomo, 2: 8.
12. Matteo 16: 18-19.
13. Ivi, 21: 8-13; Marco 8: 17; Luca 19: 36-46; Giovanni 11: 11-19 (con l'omissione dell'episodio
del Tempio).
14. Matteo 26: 26-28; Marco 14: 22-24; Luca 22: 19-20.
15. Matteo 26: 51-56; Marco 14: 46-65,22: 54-66; Giovanni 18: 12-24.
16. Matteo 27: 11-26; Marco 15: 1-15; Luca 23: 1-25.
17. Paul Johnson, A History of Christianity, London, Penguin, 1978, p. 10.
18. Strabone, Geographica, 16.2,46.
19. Peter Richardson, Herod, King of th Jews and Friend of th Romans, Columbia, University
of South California Press, 1996, pp. 184, 185.
20. Giuseppe Flavio, Guerre giudaiche, 1.4,22, Torino, UTET, 1998; Id., Antichit giudaiche, Milano.
Mondadori, 1995,16: 1,47.
21. Id., Guerre giudaiche, cit., 1.4,24; Id., Antichit giudaiche, cit., 16.1,47.
22. Id., Antichit giudaiche, cit., 15.2,59-65.
23. Macrobio, Saturnalia, 2.4.1.
24. Giuseppe Flavio, Guerre giudaiche, cit., 1.6,48-55; Id., Antichit giudaiche, cit., 17.1,49-67.
25. Matteo 1: 22.
26. Giuseppe Flavio, Antichit giudaiche, cit., 18.1.2-6.
27. Karen Armstrong, A History of Jerusalem, London, HarpeiCollins, 1996, p. 121.
28. Giuseppe Flavio, Antichit giudaiche, cit., 18.1.5.
29. Ibid.
30. Isadore Epstein, Judaism, p. 112.
31. Paul Johnson, A History of Christianity, cit., pp. 15,16.
32. Giuseppe Flavio, Antichit giudaiche, cit., 18.1.6.
33. Isadore Epstein, Judaism, cit., p. 105.
34. Paul Johnson, A History of Christianity, cit., p.15.
35. Geza Vermes, Jesus th Jew, London, William Collins, 1973, p. 79 (trad. it. Ges l'ebreo,
Roma, Boria, 1983).
36 Karen Armstrong, A History of Jerusalem, cit,, p. 116.
37. Robert Eisenman, James th Brother of Jesus, Lodon, Faber and Faber, 1997, p. 200.
38. Ivi, p. 133.
39. Ezechiele 18: 17-21.
40. Giuseppe Flavio, Guerre giudaiche, cit., 2.5.1; Id., Antichit giudaiche, cit., 17: 10.9.
41. Id., Guerre giudaiche, cit., 2.5.2; Id., Antichit giudaiche, cit., 17: 10,10.
42. Robert Eisenman, James th Brother of Jesus, cit., p. XXI.
43. Giuseppe Flavio, Guerre giudaiche, cit., 1.1.
44. Mark Alien Powell, The Jesus Debate, London, Lion Publishing, 1998, p. 30.
45. R. Lane Fox, The Unauthorised Version: Truth and Fiction in th Bible, London, Penguin,
1991, p.31.
46. Helmuth Koester, Ancient Christian Gospels, Philadelphia, S.C.M. Press, 1990, p. 305.
47. P. A. H. Seymour, The Birth ofChrist, p. 145.
48. Hugh Schonfield, The Essene Odissey, Shaftesbury, Element Books, 1985, p. 59.
49. Ibid.
50. Paul Johnson, A History of Christianity, cit., pp. 19,20.
51. Giovanni 1: 21.
52. John Dominic Crossan, Jesus: A Revolutionary Biography, London, HarpeiCollins, 1994, p.
34. (trad. it. Ges: una biografia rivoluzionaria, Firenze, Ponte alle Grazie, 1994).
53. Joan E. Taylor, The Immerser, John th Baptist in Second Temple Judaism, London, Wm B.
Eerdmans Publishing Co., 1997, p. 278.
54. A. N. Wilson, Jesus, London, HarpeiClollins, 1993, p. XVI (trad. it. Ges, l'uomo e la fede,
Torino, Instar Libri, 1997).
55. Burton Mack, The Lost Gospel, Shaftesbury. Element Books, 1993, p. 2.
56. A. N. Wilson, Jesus, cit., p. 4.
57. Karen Armstrong, A History of Jerusalem, London, HarperCollins, 1996, p. 145.
58. Vangelo di Tommaso, 108.
59. Morton Smith, The Secret Gospel, London, Aquarian Press, 1985.
60. Matteo 10: 5-6.
61. Ivi, 29: 19.
62. Matteo 21: 1-11; Marco 11: 1-11; Luca 19: 28-44; Giovanni 12: 12-19.
63. Giovanni 12: 13.
64. Maccabei 13: 50-51.
65. Matteo 21: 12; Marco 11: 15; Luca 19: 45.
66. Si veda, per questo: Filone di Alessandria, De Legatione ad Gaium, 301; I. Epstein, Judaism,
p. 106; A. N. Wilson, Paul, th Mind of Apostle, London, Pimlico, 1998, p. 56.
67. Epstein, Judaism, cit., p. 107.
68. Tacito, Annali, XV, 44, Roma, Newton & Compton, 1995.
69. Tratto dal Vangelo di Tommaso, versetto 12, nella traduzione di James Robinson del testo rinvenuto
a Nag-Hamadi.
70. Ricognizioni dello pseudo-Clemente, 1: 43.
71. Epifanio, Contro le eresie, 78.7.7.
72. Atti degli Apostoli 12; 17.
73. Robert Eisenman, James, th Brother of Jesus, cit., p. XX.
74. Matteo 13: 55.
75. Eusebio, Storia Ecclesiastica, 2,234-235; Epifanio, Contro le eresie, 78. 14. 1-2.
76. Trasmissione facente parte di una serie dedicata a san Paolo e trasmessa sul canale 4 della BBC.
77. A. N. Wilson, Jesus, cit., p. 101.
78. Fida Hassnain, .4 Search far th Historical Jesus, Bath, Gateway Books, 1994, p. 84 (trad. it.
Sulle tracce di Ges l'esseno, Torino, Amrita, 1997).
79. Giovanni 2: 1-5.
80. Fida Hassnain, A Search for th Historcal Jesus, cit., p. 84.
81. Giovanni 11: 28-29.
82. Luca 10: 39.
83. Margaret Starbird, The Woman with th Alabaster Jar, Santa Fe, Baer & Co., 1993 (trad. it.
Maria Maddalena e il Santo Graal, Milano, Mondadori, 2005).
84. Matteo 26: 6-7.
85. Margaret Starbird, The Woman with th Alabaster Jar, cit., p. 36.
86. Levitico 19: 18.


PARTE TERZA.
IL CRISTIANESIMO DEI PRIMORDI
E LO SVILUPPO DEL SUO SIMBOLISMO.
  Premessa.

Colui che pass alla storia come il padre del cristianesimo non  stato
Ges di Nazareth, bens Saulo di Tarso, meglio noto come san Paolo.
Il suo impianto teologico e la sua predicazione missionaria per portare
e diffondere la buona novella sono diventati le basi di fondamento di
una fede che in breve si diffuse in Europa e in tutto il mondo occidentale.
Questa nuova Chiesa si trasform cos in arbitro di moralit, buon
gusto, arte e architettura, sviluppando un complesso e ordinato insieme
di simboli per trasmettere ma anche rinforzare il proprio messaggio al
mondo. Il cristianesimo, in un verso o nell'altro, divenne la pi potente
singola forza unificante nello sviluppo della cultura dell'Europa occidentale,
al punto che la sua architettura e il simbolismo si trasformarono
nel perno focale attorno al quale and a costituirsi e a svilupparsi la
civilt d'Occidente dopo la caduta dell'impero Romano.
 
Capitolo 5.
San Paolo, la storia della Chiesa
delle origini e la nascita
del simbolismo cristiano.

Il singolare personaggio che la storia ha consacrato come il vero padre
della cristianit - un uomo che non ebbe mai la ventura di incontrare
Ges in carne e ossa - si chiamava Saulo di Tarso, meglio conosciuto
dai fedeli come san Paolo. Dalle sue lettere deduciamo che era
un cittadino di Roma e fariseo, che aveva dedicato in giovent una buona
parte del suo tempo a perseguitare i seguaci del Cristo, negli anni
immediatamente successivi la sua Crocifissione(1). Poi, dopo la miracolosa
conversione avvenuta sulla via di Damasco, questo zelante persecutore
dei cristiani, aveva compiuto un voltafaccia religioso di trecentosessanta
gradi, arrivando addirittura a cambiare il proprio nome. Dopo
aver trascorso un periodo di tre anni in Arabia(2), di cui nulla sappiamo,
Paolo si era aggregato a Giacomo il Giusto e al suo gruppo di seguaci
a Gerusalemme, allineati nella retta via tracciata
da Cristo(3). A
seguito di questo periodo di iniziazione, Paolo aveva inaugurato una
serie di viaggi evangelici che lo avevano portato a predicare in alcune
importanti citt del Mediterraneo orientale. Malgrado tutto questo zelo,
molti dei suoi insegnamenti venivano comunque criticati dai discepoli
di Giacomo e di Ges a Gerusalemme.
Sia nel Nuovo Testamento che in altri testi appare evidente che esisteva
una differenza notevole, e forse sostanziale, fra la via cos come
era interpretata e intesa da Giacomo e dagli apostoli della prima ora e la
nuova versione dottrinale impostata e propugnata da Paolo. Questo
conflitto viene citato, in modo quasi asettico, negli Atti degli Apostoli
quando si parla della Conferenza o Concilio di Gerusalemme. Alla calorosa
discussione era seguita la decisione di accettare come valida la
proposta dottrinale di Paolo(4). Tuttavia, se solo si considerano l'assoluta
dedizione verso la Torah che veniva mostrata da Giacomo e dai suoi, la
stretta proibizione di rivolgersi e mescolarsi ai Gentili e la loro rigida
osservanza nei confronti della Legge e delle sue imposizioni
dietologiche, questo scenario paolino appare completamente incredibile.
 Paolo abbandona la via.

Paolo si mescolava quasi soltanto con i Gentili e aveva una visione
tutta sua della religione: le leggi potevano anche non essere rispettate,
la circoncisione non era un atto rituale necessario per convertirsi alla
nuova fede e questa, la fede appunto, era il solo elemento richiesto. Nel
suo elaborato studio sui rotoli del Mar Morto e sugli antichi documenti
della cristianit, Robert Eisenman sostiene di aver rintracciato spunti
sufficienti a consentirgli di ricostruire un resoconto dettagliato di questi
elementi fondamentali e decisivi.
A pi riprese le parole deviazione e tradimento compaiono nei vari testi,
a sottolineare l'effettivo forte contrasto sorto all'interno della comunit(5).
La disputa pi accesa riguardava, ovviamente, il mescolarsi di
Paolo coi Gentili e le sue ripetute affermazioni che negavano validit
alla Torah. Tutto questo aveva portato a un confronto serrato e drammatico
fra un uomo chiamato il mentitore, Paolo, e un oppositore
detto il giusto, Giacomo. Il rispetto totale della comunit
degli Esseni per la purezza della ritualistica, della Torah e il rifiuto di cibarsi di
quelle carni animali che venivano sacrificate agli idoli erano assoluti,
per non dire del contatto con i Gentili, tassativamente proibito. Nel Rotolo
della Comunit trovato a Qumran si legge questo ammonimento:
Chiunque entri nel Concilio di Santit percorrendo la Via della Perfezione cos
come comandata da Dio e, consapevolmente oppure no, trasgredisca anche soltanto
una parola della Torah di Mos o qualche altro insegnamento... verr espulso
dal consiglio della Comunit e non potr mai pi esserne riammesso. Nessun pio
uomo potr condividere con lui affari o avvicinarlo per qualsiasi altro motivo(6).
E questo  esattamente ci che era accaduto a Paolo. Come conseguenza,
Barnaba, che fino a quel momento lo aveva sempre assistito e
accompagnato, lo aveva abbandonato.  lo stesso Paolo a raccontarlo
nella Lettera ai Galati(7), in cui conferma il suo pressoch totale rigetto
della Legge: per salvarsi  sufficiente essere animati dalla fede e il rifiuto
della Torah  giustificato dal fatto che essa  priva di valore(8).
Qualsiasi analisi che intenda mettere in risalto la separazione fra gli
insegnamenti di Paolo e quelli portati avanti da Giacomo il Giusto arriva
alla certa conclusione che non solo Paolo era blasfemo rispetto a ci
che sosteneva della Torah, ma che fu lui il vero responsabile della deificazione
di Ges. I discepoli della prima ora, i membri della sua famiglia
e gli Ebrei in generale si sarebbero risentiti anche soltanto all'idea
di presentare Ges come un essere divino. Per gli Ebrei ortodossi quest'idea
era considerata il peggiore dei sacrilegi.
D'altra parte, anche negli stessi Vangeli, Ges non dice mai di se
stesso di essere divino, non si definisce mai Figlio di Dio, bens Figlio
dell'Uomo(9), unico appellativo che si attribuisce. Se si scorre l'intero
corpo dei testi del Nuovo Testamento, il primo riferimento in termini
cronologici alla presunta divinit di Ges lo troviamo in una delle
Lettere di Paolo quando scrive: ...aspettando la beata speranza e
l'apparizione della gloria del nostro grande Iddio e Salvatore, Cristo
Ges(10).
Era stato Paolo, contraddicendo l'intera tradizione ebraica da Abramo
in avanti, a insegnare che sulla croce del Golgota, Ges aveva assunto i
panni dell'agnello sacrificale ed era morto per noi(11). Questa possibilit
non era solo aborrita dagli Ebrei, ma era in pieno e totale contrasto con
l'esperienza del patriarca Abramo. Sin dal suo tempo nessun ebreo aveva
mai pi compiuto un sacrificio umano e chi trasgrediva veniva punito.
Infatti, immaginare che il sacrificio di una vittima umana innocente
potesse mondare i peccati altrui contrastava con il principio di fondo
enunciato secoli prima dal profeta Ezechiele secondo il quale nulla poteva
il sacrificio dell'innocente per il perdono del male commesso da
altri(12). Pertanto Paolo ripudiava la Legge, condannava la circoncisione
e i circoncisi - in pratica tutti gli Ebrei - riammetteva il concetto di sacrificio
umano e infine deificava la figura di Ges.
La reazione di tutta quella folta comunit ebraica che ruotava attorno
alla predicazione di Giacomo il Giusto a Gerusalemme, non si era fatta
attendere ed era stata chiara. Persino lo storico devoto alla Chiesa di Roma,
Paul Johnson, ammette che in quel momento storico l'operato di
Paolo sottraeva terreno alle missioni di predicazione dei seguaci di Giacomo
che si presentavano presso le varie comunit con lettere firmate
da lui e portavano il verbo del clero cristiano di Gerusalemme. Paolo si
discosta da questa prassi dell'uso di credenziali scritte e annota: Cominciamo
noi, di nuovo, a raccomandar noi stessi?(13). Sempre Johnson
non esita ad affermare che se non fosse stato per la distruzione di Gerusalemme
da parte dei Romani, probabilmente l'opera di Paolo sarebbe
andata perduta e dimenticata(14). Pochi ebrei, per non dire nessuno, avevano
a che fare con Paolo e lui stesso lo ammette quando dice che coloro
che lo seguivano erano soprattutto dei giudei-greci come, per esempio,
Timoteo figlio di una donna giudea credente, ma di padre greco(15),
la stessa descrizione che d di un'altra convertita, la
principessa erodiana Drusilla, anch'essa cittadina romana(16).
Nelle sue lettere, Paolo mostra di essere molto risentito e fortemente
dispiaciuto per il modo in cui viene accolto e si dispiace dell'accusa di
essere un bugiardo, un traditore e di non essere riconosciuto come un
autentico apostolo: Non sono io libero? Non sono io apostolo?Non ho
io veduto Ges, il Signor nostro?... se per altri non sono apostolo, lo sono
almeno per voi(17). In una lettera successiva scrive: ...e per attestare
il quale io fui costituito banditore e apostolo (io dico il vero e non mentisco)...(18).
Uno dei primi padri della Chiesa, Ireneo, vescovo di Lione (ca. 130-
ca. 200 d.C.), cita un documento ebionita in cui si descrive Paolo come
apostata della fede(19). Gli Ebioniti, ovvero i Poveri, era il nome con
cui erano conosciuti i primi discepoli di Ges al tempo, e anche in seguito
quelli del ministero di Giacomo il Giusto. Nel Kerygmata Petrou,
altro documento ebionita dell'inizio del II secolo, nuovamente Paolo
viene definito apostata della Legge, colui che rinnega e mentisce,
colui che distorce l'insegnamento di Ges. In questo testo si mette in
dubbio e persino in ridicolo la presunta conversione folgorante di Paolo sulla via di Damasco. Questo episodio viene brutalmente descritto
come sogno a occhi aperti e illusioni ispirati dal diavolo. Da tutto
questo risulta chiaro come mai i primi discepoli e i diretti familiari di
Ges mostrassero un certo disprezzo nei confronti di Paolo.
Dalle sue lettere, per, ci rendiamo conto che egli li ripagava con un
atteggiamento analogo. Descrive, per esempio, il suo confronto a muso
duro con la comunit religiosa di Gerusalemme con queste parole:
Cristo ci ha affrancati perch fossimo liberi; state dunque saldi e non vi lasciate
di nuovo porre sotto il giogo della schiavit... ogni uomo che si fa circoncidere 
obbligato a osservare tutta quanta la Legge. Voi che siete giustificati per la Legge
avete rinunziato a Cristo [il corsivo  mio], siete scaduti dalla grazia(20).
Le lettere paoline erano viste da Giacomo il Giusto come blasfeme e
piene di insulti alla Legge e al buon senso, denigratorie del rito della
circoncisione, dei circoncisi e, alla fine, della Legge stessa. Paolo era
inoltre accusato di avere due facce o, per usare la sua stessa definizione,
di essere simultaneamente come uno sotto la Legge per guadagnare
quelli che sono sotto la Legge e come uno che  senza Legge per
guadagnare quelli che sono senza Legge(21). Non deve quindi
sorprendere il fatto che questa violenta querelle non terminasse con la semplice
espulsione di Paolo dalla comunit cristiana di Gerusalemme. La
contesa, infatti, sarebbe passata da l a poco dalla violenza verbale a
quella concreta dei fatti.

L'agguato a Giacomo e l'arresto di Paolo.

Ricordato nelle Ricognizioni dello pseudo-Clemente e in un testo perduto
dedicato a Giacomo il Giusto e citato da Epifanio in alcuni passaggi,
l'Anabathmoi Jacobou (L'ascesa di Giacomo) riporta l'incredibile
accusa a san Paolo di aver tramato un agguato contro Giacomo,
con la chiara intenzione di ucciderlo. Paolo infatti, in un accesso d'ira,
ebbe a spintonare violentemente Giacomo gi dalla scalinata del Tempio,
causandogli la frattura delle gambe. Le indagini pi approfondite e
dettagliate su questo drammatico episodio sono state raccolte dall'esimio
professor Robert Eisenman nel suo capolavoro intitolato James,
th Brother of Jesus(22). A seguito di questo atto di violenza Paolo era stato
arrestato(23). Stando agli Atti degli Apostoli l'arresto sarebbe avvenuto
perch egli con la sua predicazione irritava gli ebrei osservanti quando
al Tempio parlava del Vangelo e della nuova novella. In realt, la versione
rispondente al vero  che si tratt di un arresto preventivo per impedire
che i seguaci di Giacomo, inferociti dall'attentato subito dal loro
capo carismatico, facessero giustizia sommaria di Paolo, dopo tutto -
non dimentichiamolo - cittadino di Roma. Giacomo il Giusto godeva
di una grande fama presso il popolo di Gerusalemme. Venuto a conoscenza
che si stava tramando un progetto per assassinare l'apostata
Paolo, l'ufficiale(24) della prigione aveva deciso di trasferirlo nel carcere
di Cesarea, con una scorta decisamente straordinaria di 200 fanti, 70 cavalieri
e 200 lancieri(25). Un apparato di prudenza decisamente eccessivo
per un giudeo qualsiasi che i Romani avrebbero potuto tranquillamente
lasciare giudicare dal Sinedrio per una certa e inevitabile sentenza di
morte per lapidazione.
Nessun autore cristiano si  mai chiesto il perch di una scorta cos agguerrita
per proteggere san Paolo da una possibile ribellione a suo danno.
Ma - come sovente accade - la risposta migliore la possiamo rintracciare
ancora una volta nel Nuovo Testamento, dove apprendiamo
che Paolo non  soltanto un cittadino di Roma, ma anche un membro
della famiglia reale erodiana, da molto tempo amica e alleata di Roma.
Queste evidenze si possono trovare nelle stesse sue lettere,
quando di suo pugno scrive: Salutate quei di casa di
Aristobulo. Salutate Erodione, mio parente(26).
Aristobulo era il fratello di Agrippa I, Erode di Calci, il cui figlio era
conosciuto come Erodiano, ovvero il Piccolo Erode. Questa parentela
con la famiglia regnante ci fa intendere il riguardo con cui veniva
trattato Paolo e perch gli era stato concesso da parte dei sommi sacerdoti
di fare parte della guardia templare, che aveva fra gli altri compiti
anche quello di perseguitare i seguaci di Ges. Il gruppo dei nazionalisti
e zelanti seguaci di Ges era uno dei bersagli primari da colpire da
parte dei Sadducei del Tempio, incaricati di sedare sin dal nascere ogni
fermento di ribellione contro i Romani. A. N. Wilson scrive: Non  irragionevole
pensare che Paolo occupasse questa stessa posizione all'interno
delle guardie del Tempio al tempo dell'arresto e della condanna
di Ges(27).
Questa sua posizione sociale del tutto particolare giustifica anche il
trattamento speciale che Paolo ebbe nei due anni di carcere scontati a
Cesarea, sotto il comando del governatore romano Felice(28). Sempre dagli
Atti degli Apostoli veniamo a sapere che Felice era il marito di una
donna ebrea di nome Drusilla, una delle figlie di Agrippa I nonch sorella
del futuro Agrippa II. Dopo essersi separata dal primo marito, Drusilla
era andata in sposa a Felice(29), fratello del liberto favorito di Nerone,
Pallas. Giuseppe Flavio racconta che il primo Antipatro, il padre di
Erode il Grande, aveva ricevuto, honoris causa, la cittadinanza romana
per i servigi resi a Cesare(30). Pertanto Paolo e Drusilla, in quanto della
stirpe erodiana e imparentati con il re Agrippa II(31)
potevano godere di
una posizione altamente privilegiata che essi, da parte loro, sapevano
sfruttare appieno. Nella Lettera ai Filippesi si parla di un convertito da
Paolo, un certo Epafrodito, anziano consigliere dell'imperatore romano
Nerone(32). Paolo evidenzia questa importante relazione poco oltre, nella
stessa lettera, quando scrive: Salutate specialmente quelli della casa di
Cesare(33). Per farla breve, Paolo o Saulo - a seconda di come era conosciuto
dai Romani o dagli Erodiani - vantava senza dubbio delle conoscenze
altolocate e molto influenti.
Questo spiega come mai Paolo, apparentemente soltanto un modesto
fabbricatore di tende, potesse girare in lungo e in largo il mondo allora
conosciuto, ma d anche ragione delle numerose fughe dal carcere di
cui egli fu protagonista e del perch venisse cos sovente accolto con
benevolenza da personaggi pubblici e altolocati che amavano ospitarlo
presso di loro. La comunit di Antiochia che, stando a Eisenman, sarebbe
stato il primo consolidato nucleo a farsi chiamare cristiani, era
costituita per la maggior parte da soggetti imparentati, in modo diretto
o indiretto, con la dinastia erodiana. Questo legame e l'accondiscendenza
verso i Romani ci fanno anche capire come mai Paolo abbia cos
fortemente modificato - quasi neutralizzato - il messaggio di Cristo.
Egli, in pratica, lo sradic dalle basi della tradizione ebraica e dalle idee
nazionalistiche, per diluirlo, se cos si pu dire, con una serie di istruzioni
tese a spingere i seguaci a mostrare obbedienza verso qualsiasi
forma di legge e autorit riconosciuta. Paolo, al pari di Erode, viveva
un giudaismo tutto suo, molto all'acqua di rose. Se cos non fosse stato,
non si potrebbe comprendere come mai un qualsiasi studioso devoto
ebreo, infarcito di atteggiamenti farisaici, potesse predicare un messaggio
antisemitico e, soprattutto, contrario all'obbedienza alla Torah, cos
come  facile evincere dalla semplice lettura delle sue Epistole.
In definitiva, il suo caldo invito ai seguaci all'obbedienza nei confronti
degli invasori Romani e l'annuncio della sua buona novella che
non riconosceva pi il valore della Torah, rappresentava l'esatta negazione
dell'insegnamento di Ges e del suo successore, il fratello Giacomo
il Giusto. Il verbo portato avanti da Giacomo aveva oltre che una
dimensione religiosa anche una forte impronta di ordine politico. La
sua rotta, impostata sul rispetto della Legge rappresentata dalla Torah,
nazionalistica, anti erodiana e anti romana non poteva, prima o poi, non
scontrarsi con le autorit di Gerusalemme - in prima battuta con i Sadducei
- e con il loro principale alleato e sostenitore: Paolo, l'influente
parente del re Agrippa II.

L'uccisione di Giacomo il Giusto.

L'inevitabile conflitto sfocia in tragedia quando il re Agrippa nomina
un nuovo gran sacerdote sadduceo, certo Anano, il quale, istigato, convoca
il Sinedrio per processare Giacomo, accusandolo di blasfemia. Le
regole del Mishna Sanhedrin prevedevano che l'esecuzione di un uomo
riconosciuto colpevole dal Sinedrio avvenisse secondo tre fasi successive.
Dapprima tutti i sacerdoti gli andavano addosso e poco alla volta
lo sospingevano verso il baratro, facendolo precipitare dalle mura del
Tempio. Poi veniva pubblicamente lapidato; infine con dei colpi di bastone
gli si fracassava il cranio, assestandogli i colpi fatali(34). Questo fu
quello che accadde esattamente al povero Giacomo. Il fratello di Ges
venne fatto precipitare dalla murata del Tempio, preso a sassate e da ultimo
terminato con dei colpi di bastone sulla testa.
Uno dei primi padri della Chiesa, san Girolamo (ca. 342-420 d.C.),
colui che per primo tradusse la Bibbia in latino, scrive che:
Giacomo era un uomo santo e pio e godeva di una grandissima
reputazione presso
il popolo tutto, tanto che la caduta di Gerusalemme venne ascritta alla
sua morte ingiusta(35). Pi tardi, nel III secolo, sia Origene, il grande
teologo, che Eusebio, vescovo di Cesarea, affermarono di aver potuto
consultare una copia del testo di Giuseppe Flavio - quasi certamente la
versione slava - in cui si diceva apertamente che la caduta della capitale
era stata intesa come diretta conseguenza della morte di Giacomo il
Giusto, non di Ges, un'ammissione senza dubbio molto importante,
per di pi fatta da due luminari del pensiero teologico del primo cristianesimo(36).
Era stato dopo questa tragica morte che gli Ebioniti e gli altri membri
del ma'madot, guidati da Simeone, cugino di Giacomo, avevano lasciato
Gerusalemme e, passato il Giordano, avevano raggiunto Pella(37). Furono
i discendenti della progenie di Ges - noti come i Desposyni -
a ereditare la guida degli Ebioniti, una leadership conservata per oltre
150 anni(38). A Gerusalemme e nella Giudea il popolo era come diviso in
due fazioni: gli Zeloti, che attivamente fomentavano la ribellione contro
Roma; i Sadducei, gli ellenizzati e gli erodiani che cercavano con
tutti i mezzi a loro disposizione di soffocare qualsiasi rivolta. Ovviamente,
esisteva poi il popolino che non si schierava e il cui unico desiderio
era quello di poter vivere in pace. Ma l'uccisione di Giacomo il
Giusto aveva acceso la miccia; con la sua morte crudele il dado era ormai
stato tratto e i preparativi per la guerra si erano avviati.

Paolo ebbe forse un ruolo nella caduta
di Gerusalemme?

A dispetto del fatto che la Chiesa romana affermi che san Paolo venne
martirizzato a Roma, decapitato attorno al 66 d.C., citando non ben precisate
tradizioni orali come fonti primarie, sappiamo che uno storico
contemporaneo, quindi affidabile, offre una versione completamente
diversa dei fatti relativi alla vita di san Paolo, il parente del re Agrippa.
Giuseppe Flavio scrive che quando le forze degli Zeloti occuparono la
citt di Gerusalemme nel 66 d.C.:
Gli uomini che stavano al potere [Sadducei], rendendosi conto che la sedizione
si stava trasformando in qualcosa di troppo grande per le loro forze... pensarono a
mettersi in salvo, inviando ambasciatori ovunque, alcuni anche a Florio [il procuratore
di Roma]... altri al re Agrippa, e fra questi quelli di maggior spicco erano
Paolo, Antipa e Costobaro, che erano anche
imparentati col re(39).
I legati inviati a Florio e Agrippa chiedevano l'immediato intervento
delle legioni romane per sedare la rivolta prima che fosse troppo tardi,
una motivazione, come si vede, perfettamente in linea con la dottrina di
Paolo dell'obbedienza alle autorit legislative. Fallito questo intervento
diplomatico, la ribellione era scoppiata, estendendosi in modo ormai
inarrestabile e quando, nei primi mesi dei moti di rivoluzione, gli Ebrei
ribelli erano riusciti a sconfiggere qua e l i Romani, ancora Paolo torna
a essere menzionato da Giuseppe Flavio, questa volta come membro
di una delegazione inviata all'imperatore Nerone a Corinto, all'epoca
detta Achia: Cestio invi Paolo e i suoi amici, come era loro desiderio,
da Nerone ad Achia, per informarlo personalmente del grave pericolo
che stavano correndo...(40).
A seguito di questo incontro, Nerone aveva nominato Vespasiano comandante
in capo delle legioni in Palestina. Dopo quattro anni di durissima
e prolungata lotta, Gerusalemme veniva posta sotto assedio e cadeva
sotto i colpi dei Romani, in una spaventosa carneficina. I pochi
abitanti che erano riusciti a scamparla erano stati passati a fil di spada,
crocifissi oppure, i pi fortunati, venduti come schiavi. La Citt Santa e
il suo Tempio rasi al suolo. In un sol colpo il popolo di Israele era stato
privato del Tempio della sua religione - la gloriosa Casa del Dio di
Israele - ma anche del cuore pulsante della sua tradizione e della sua
cultura. Da quel momento in avanti ogni cosa sarebbe irrimediabilmente
cambiata per gli Ebrei, per gli autentici eredi del Cristo e, tutto sommato,
per il mondo intero. A questo punto Paolo e i suoi seguaci avevano
campo libero di agire: quelli che ancora avrebbero potuto testimoniare
in merito ai veri insegnamenti di Ges ormai erano stati spazzati
via tutti o erano stati costretti a nascondersi, fatti prigionieri o massacrati
dai Romani.

La Chiesa primitiva.

Sarebbe un grave errore parlare di Chiesa primitiva e immaginare
un'organizzazione coerente, che condivideva in tutti i suoi gruppi le
stesse convinzioni e credenze. I capi carismatici dell'originaria comunit
cristiana o Chiesa di Gerusalemme, vale a dire Pietro e Giacomo,
erano morti e Paolo era semplicemente svanito senza lasciare traccia, e
cos la loro congiunta eredit altro non era che una congerie disorganizzata
di insegnamenti, messi in atto da piccole congregazioni sparse qua
e l nelle nazioni del Medio Oriente, fondate dall'opera missionaria dei
primi apostoli, ciascuno con una sua propria buona novella da predicare
e in genere dissimile da quella di tutti gli altri. Il grosso vuoto lasciato
dalla disintegrazione della comunit di Gerusalemme rest tale per molti
anni. La comunit cristiana di Antiochia, una delle prime, venne poco
alla volta inglobata da sette gnostiche ed era stato solo dopo un'ottantina
d'anni che il nucleo dei cristiani di Roma aveva poco alla volta preso
il sopravvento. Paul Johnson, che gi abbiamo citato, annota: Il cristianesimo
inizi in una grande confusione, controversie e scismi e and
avanti cos per molto. Una chiesa ortodossa, regolare, dotata di una
struttura organizzativa efficiente e riconoscibile, arriv solo gradualmente
e molto dopo... Va da s che, sballottato da tutti questi contrasti, il
cristianesimo non costituiva di certo un esempio
edificante(41).
La struttura della prima Chiesa - allorch incominci a delinearsi -
mostrava in gran parte l'impronta della tradizione, degli insegnamenti e
della ritualistica della setta degli Esseni(42). La Chiesa emergente faceva
uso di un testo intitolato Didache, ossia l'insegnamento del Signore, i
cui brani venivano citati spesso nelle epistole inviate alle varie comunit.
Didache e Regola della Comunit degli Esseni, trovata fra i testi
dei rotoli del Mar Morto, sono pressoch identici. La prima Chiesa in
Gerusalemme, per esempio, era guidata da un triumvirato di anziani, basato
sul modello essendo. I tre erano chiamati i pilastri ed erano Giacomo,
il fratello di Ges, primo vescovo della citt; Simon Pietro e Giovanni(43).
Dunque il simbolismo del pilastro aveva continuato a evolversi
dall'antica matrice egiziana e ora stava a indicare una saggezza o gnosi
divinamente ispirata, concezione passata attraverso il concetto precedente
di presenza divina al tempo dell'Esodo a simboleggiare il pilastro
della giustizia individuale di colui che  approdato all'illuminazione.
Tuttavia, era poco intenso il senso di illuminazione e giustizia che poteva
trovarsi nelle violente dispute che coinvolgevano senza tregua i
leaders della nascente teologia cristiana. Ci vollero pi di due secoli di
riaggiustamenti perch una vaga impressione di ordine incominciasse a
profilarsi dal caos delle contese iniziali di quegli anni cos controversi e
instabili. Eppure anche dopo, quando cio gi era stato stabilito il canone
accettato degli scritti del Nuovo Testamento, le contrapposizioni fra
gruppi e sette diverse erano continuate senza mai cessare, una situazione,
questa, che aveva grandemente favorito coloro che spingevano per
la creazione di una struttura istituzionale della Chiesa romana.
I testi approvati dei Vangeli volgevano tutti verso il rispetto di una
nuova legge divina, che contemplava una tolleranza e una solidariet
universali. Il concetto di legge, per, implicava anche quello conseguente
di autorit? Un'autorit nella Chiesa? Chi l'avrebbe potuta detenere?
Semplice: tutti quegli uomini che stavano dirigendo e indirizzando
la Chiesa. I pilastri della prima comunit cristiana a Gerusalemme
vantavano un grado di autorit carismatica che derivava direttamente
dalla loro stretta colleganza con Ges e che ora era conferito ai vescovi
e ai diaconi della nuova Chiesa dei Gentili. Per validare autorit fasulle
molti di questi nuovi leader si compiacevano di esibire delle false attestazioni
di discendenza dagli apostoli e dai seguaci di prima battuta del
Cristo. La falsificazione pi clamorosa fu per l'appunto quella del mito
della fondazione da parte di Pietro, utilizzata dai vescovi per reclamare
il patronato assoluto sulla citt di Roma, centro nevralgico dal quale
poter esercitare una forte supremazia sull'intero corpo della nascente
cristianit. Una situazione ulteriormente favorita dal fatto che Roma
era anche la grande capitale dell'impero.
Dopo che Costantino il Grande, divenuto imperatore di Roma, aveva
fatto del cristianesimo la religio licita, ossia approvata dall'impero, le
cose avevano incominciato a muoversi molto pi speditamente. Nel
325 d.C. lo stesso Costantino convocava il Concilio di Nicea con il
chiaro scopo di porre la parola fine alle tante diatribe sorte nel tempo a
proposito della figura e della natura di Ges, confermare il potere e
l'autorit del clero e condannare l'eresia in tutti i suoi risvolti e nelle
sue varie forme. In realt, questo atto non faceva che offrire alla Chiesa
una forte base di potere temporale che avrebbe continuato a coltivare e
sviluppare nei secoli.
Dal punto di vista delle dispute teologiche il Concilio si era rivelato
invece un fallimento completo. Dopo Nicea, infatti, i membri di tutte le
correnti religiose e le opinioni che si discostavano dalla regola imposta
dalla Chiesa romana, per poter sopravvivere furono costretti a nascondersi,
certamente terrorizzati dalla sorte toccata al povero Priscilliano
di Avila che nel 383 d.C. fu il primo cristiano arso vivo e condotto sul
rogo con l'accusa di eresia(44).
Durante i primi due secoli della cristianit, le congregazioni e i fedeli
erano usi ritrovarsi soprattutto all'interno di case private, appartenenti
all'uno o all'altro membro. Fu soltanto parecchio tempo dopo - vale a
dire post Concilio di Nicea - che la Chiesa aveva incominciato a disporre
di sue dirette propriet che il simbolismo cristiano prese a manifestarsi
in un modo organico e coerente. Nei primissimi anni era assolutamente
necessario poter individuare simboli e segni che fossero universalmente
accettati e riconosciuti anche all'interno di congregazioni
e gruppi lontani e differenti. Ci permetteva ai cristiani di riconoscersi
reciprocamente quando, per motivi svariati, erano costretti a recarsi in
terre lontane oppure, se la mala sorte li aveva resi schiavi venduti in posti
remoti, potersi scambiare un riconoscimento comune. Forse il primo
di questi simboli cristiani ad avere una diffusione importante  stato il
Chi Ro, un monogramma composto dalla sovrapposizione della X (chi)
e della P (rho), le prime due lettere della parola greca Christos. La figura
risultante mostrava sei bracci, simili ai raggi di una ruota. Sovente da
sei i raggi passavano a otto con l'aggiunta della barra orizzontale della
croce. Anche le due prime lettere dell'alfabeto greco, alfa e
omega, venivano usate come riconoscimento in ricordo del passaggio
in cui si descrive Cristo nel libro dell'Apocalisse(45), unitamente alla parola
ichthus che significava pesce. L'origine di questo segno stava nelle
iniziali delle parole greche Iesous Christos Theou Huois Soter, traducibili
in Ges Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il pesce veniva anche
accompagnato da un uccello, ammali il cui significato simbolico i cristiani
immediatamente intuivano, ma del tutto ignoto a chi non era iniziato
alla religione.
Mano a mano che la Chiesa aveva incominciato a crescere in potenza
e grandezza, i simboli si erano moltiplicati: la tortora, la fenice, il pavone,
le focacce di pane (ostie) e il vino, presto diventati alimenti rituali
comuni alle comunit cristiane, prime pietre di fondamento di quelli
che sarebbero diventati il simbolismo e l'arte della cristianit(46).
 Note.
1. Atti degli Apostoli 7: 59; 8: 1-8; 9: 1-2.
2. Lettera ai Galati 1:7.
3. Atti degli Apostoli 24: 14.
4. Ivi, 11.
5. Robert Eisenman, The Dead Sea Scrolls and th First Christians, Shaftesbury, Element
Books, 1996, p. 146.
6. Rotolo della Comunit, Vili, 20.
7. Lettera ai Galati 2: 11-13.
8. Ivi, 2: 15-16.
9. Matteo 26: 64.
10. Lettera a Tito 2: 13.
11. Lettera ai Romani 5: 6-8; 14: 9; Lettera ai Corinzi 15: 3.
12. Ezechiele 18: 17-21.
13. Seconda Lettera ai Corinzi 3: 1.
14. Paul Johnson, A History of Christianity, London, Penguin, 1978, p. 41.
15. Atti degli Apostoli 16: 1.
16. Ivi, 24: 24.
17. Prima Lettera ai Corinzi 9: 1-2.
18. Prima Lettera a Timoteo 2: 7.
19. Citato da Laurence Gardner, The Bloodline of th Holy Grail, Shaftesbury, Element Books,
1996, p. 154 (trad. it. La linea di sangue del Santo Graal, Roma, Newton Compton, 2006).
20. Lettera ai Galati 5: 1-4.
21. Prima Lettera ai Corinzi 9: 20-21.
22. Eisenman dedica un intero capitolo all'agguato di Paolo a Giacomo citando un notevole numero
di fonti diverse. Si veda il libro dello stesso Eisenman, James, th Brother of Jesus, London,
Faber and Faber, 1997, al capitolo 16 e le Ricognizioni dello pseudo-Clemente.
23. Un resoconto di questi fatti si pu anche trovare in Atti degli Apostoli 21: 33.
24. Atti degli Apostoli 23: 20-21.
25. Ivi, 23: 23-24.
26. Lettera ai Romani 16: 10-11.
27. A. N. Wilson, Paul th Mind ofthe Apostle, London, Pimlico, 1998, p. 54.
28. Atti degli Apostoli 24: 1-27.
29. Ivi, 8: 9.
30. Giuseppe Flavio, Antichit giudaiche, cit., 15.8.3.
31. Robert Eisenman, The Dead Sea Scrolls and th First C.hristians, cit., p. 230.
32. Lettera ai Filippesi 4: 18.
33. Ivi, 4: 21.
34. B. San. 81b-82b.
35. San Gerolamo, Vite di uomini illustri.
36. Robert Eisenman, The Dead Sea Scrolls and th First Christians. cit.. p. 262.
37. Karen Armstrong, A History of Jerusalem, London, HarperCollins, 1996, p. 151.
38. Ute Raoks-Hemnemann, Putting Away Childish Things, London, HarperCollins, 1995, p. 173.
39. Giuseppe Flavio, Guerre giudaiche, cit., 2,17.4.
40. Ivi, 2,20.1.
41. Paul Johnson, A History ofChristicinity, London, Penguin, 1978, p. 43.
42. Adrew Welbum, The Beginnings of Christianity, Edinburgh, Floris, 1991, p. 55.
43. Lettera ai Galati 2:9.
44. R. I. Moore, The Formatimi of a Persecuting Society, Oxford, Basil Blackwell & Co., 1990,
pp. 12,13.
45. Apocalisse 21:6.
46. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, Shaftesbury, Element Books, 1997, p. 29.


Capitolo 6.
Il consolidamento dell'Europa cristiana
e la nascita del simbolismo della Chiesa.

L'eresia frattanto continuava a costituire uno dei problemi pi gravi e
spinosi all'interno della Chiesa nascente. Una questione lucidamente
affrontata e risolta da sant'Agostino di Ippona, il quale definiva eresia
la distorsione di una verit rivelata da parte di un credente o non credente.
Il termine centrale, verit rivelata, era quindi stato definito
dall'establishment gerarchico ecclesiale che l'aveva definita: ci che
la Chiesa dichiara essere verit rivelata. Questa definizione assurda,
circolare, che si morde la coda, divenne lo strumento fondamentale
usato dalle autorit della Chiesa per garantirsi l'assoluto monopolio di
accesso a tutto ci che era considerato sacro(1). L'impellente necessit
della Chiesa in fieri di riuscire a sopravvivere, la spinse a rigettare con
grande accanimento, spacciandolo per eretico, tutto ci che non si
conformava alle sue esigenze, provocando la nascita e la cristallizzazione
di credenze e atti di fede che venivano difesi a spada tratta con
una rigidit dogmatica assoluta. In breve, la crescente e sempre pi forte
Chiesa di Roma si sbarazz di tutti i rivali, sia all'interno della cristianit
stessa, sia al di fuori nel contesto del mondo pagano, lottando
con vigore per la distruzione e la chiusura dei templi e dei centri religiosi
di venerazione delle fedi rivali, sovente sovrapponendovisi con
un'astuta mossa di ricambio e trasformando questi luoghi in luoghi di
culto cristiano. In questo modo i grandi e antichi misteri della religione
greca e, pi in genere, della classicit vennero dimenticati e i loro oracoli
tacitati per sempre(2).
Con il declino e il definitivo crollo dell'Impero Romano, la Chiesa si
propose come unico e principale organismo legiferante per tutti i nuovi
popoli d'Europa sorti dal disfacimento. Le leggi ecclesiastiche e religiose,
un tempo trasmesse soltanto oralmente, incominciarono a essere
scritte da preti, sacerdoti, scribi, codificatori trasformatisi in giudici dal
giudizio inappellabile. Ritrovandosi, per loro stessa iniziativa, unici e
soli arbitri e custodi della storia, i rappresentanti del clero cristiano presero
a riscrivere leggende e miti delle varie e diverse culture antiche,
appositamente trascurando tutto quello che poteva porsi in contrasto
con gli insegnamenti della Chiesa, invece trattenendo, sottolineando,
modificando e arricchendo ci che tornava utile per creare un nuovo,
formidabile supporto di sostegno per una nuova cultura essenzialmente
cristiana.
Un'operazione radicale, che pur non riuscendo completamente a
distorcere miti e leggende dei popoli pagani fece di tutto per convogliarli
nel solco di una matrice religiosa cristiana(3). Questo formidabile processo
di integrazione ad ampio raggio venne ulteriormente rinvigorito e
confermato dall'assunzione in chiave cristiana, all'interno del nuovo
calendario, di tutte le principali festivit pagane: la Pasqua, assimilata
alla festa di Astarte, la dea fenicia dell'amore e della fertilit; la festa
del solstizio d'estate, rimpiazzata da quella dedicata a san Giovanni il
Battista; la celebrazione del solstizio d'inverno in cui il 25 dicembre ricorreva
la nascita del dio Mitra, trasformata nella pi antica e cara tradizione
cristiana, quella della santa Nativit.
La gran parte della mitologia legata alla figura di Mitra venne incorporata
nella tradizione cristiana. Anche nella vicenda terrena del dio si parlava
di una nascita miracolosa, della visita dei pastori adoranti, di una
vita piena di imprese strabilianti, di un gruppo di seguaci fedeli e della
celebrazione di un'ultima cena prima del supplizio finale, prima dell'ascesa
al cielo. Mitra, sotto la forma del Sol Invictus - il dio adorato da
Costantino il Grande - era atteso nuovamente sulla Terra alla fine dei
tempi, per il giudizio definitivo dell'umanit(4). Insomma, una serie di avvenimenti
un po' troppo simili a quelli della successiva vita di Ges e
che dovrebbero aprire gli occhi a tutti coloro che, senza criterio n giudizio,
ritengono che il messaggio della cristianit sia qualcosa di unico e
di assolutamente inedito rispetto a tutto ci che era venuto prima.

La Chiesa stringe la presa.

Non furono soltanto gli accessi ai templi e le porte degli antichi luoghi
di venerazione pagana a essere serrati e chiusi dall'intervento dell'imperante
Chiesa. Nella sua devastante marcia verso un controllo globale
e la conquista di un'autorit assoluta, la Chiesa si premur anche di impedire
qualsiasi altro ritorno o aggancio a tutte le tradizioni sacre antiche
di secoli che non si conformassero alla sua richiesta, al suo insegnamento.
In questa azione, l'educazione e la cultura vennero drasticamente
ristrette al solo clero, al punto che persino Carlo Magno (ca.
742-814), imperatore del Sacro Romano Impero, sapeva a stento
siglare la sua firma. Negando il libero accesso alla cultura e ai libri, alla conoscenza
e alla comprensione, la Chiesa usc allo scoperto, rivelando
il suo vero obiettivo: ottenere il potere e il controllo totale sull'operato di
re, imperatori e principi; su territori e beni, genti e persone, governando
il destino di chi era al mondo con la promessa di un transito pi agevole
nell'altro, quello dell'aldil.
Dando il via a questa imperiosa e totalitaria azione di monopolio nei
confronti di tutto ci che poteva definirsi sacro, annunciandosi come i
soli tenutari della divina realt rivelata, i custodi del vero e autentico
sapere disceso dal cielo inaugurarono un'era di sangue, che si manifester
nei secoli successivi con terribili forme di repressione e persecuzioni,
culminate nell'opera della Inquisizione. La Chiesa ben presto si
fece corrotta, influenzando in modo deleterio anche la vita sociale del
mondo. Tuttavia, nel campo dell'arte e dell'architettura seppe lo stesso
ispirare all'Europa un momento di strepitoso rigoglio culturale.

Lo sviluppo del simbolismo cristiano.

Nei secoli bui, la letteratura redatta dagli scribi cristiani fu la base
ispirativa per la nascita e l'affermazione di alcuni fra i simboli e le icone
pi importanti della nascente cristianit. Le immagini degli evangelisti
- le sole illustrazioni dei manoscritti antichi - agli inizi del X secoloincominciarono a diventare non soltanto oggetto di venerazione, ma
anche il simbolo della trasmissione della conoscenza divina(5). Anche se
in genere gli storici considerano questo periodo in modo negativo, come
barbarico e oscuro, la verit  diversa, in quanto si tratta di secoli a
dir poco sorprendenti. Principi mecenati come Lotario e il re di Francia
Carlo il Calvo, commissionavano la redazione di manoscritti racchiusi
in rilegature e copertine incastonate con gioielli preziosi, ma anche mirabili
reliquari, che erano usi donare ad altri sovrani e autorit ecclesiastiche(6).
In questi manufatti religiosi di rara bellezza, lo sfarzo dell'oro e delle
gemme preziose non viene solamente pi apprezzato come simbolo di
ricchezza o di potenza di un grande condottiero o capo, ma anche - e
forse ormai soprattutto - come un mezzo per celebrare la gloria di Dio.
 entro la fine del X secolo che l'arte cristiana adotta gran parte delle
peculiarit che conserver intatte nel corso di tutto il Medioevo(7).
Prima di dedicarci allo studio di singoli esempi di simbologia cristiana,
 senz'altro opportuno cercare di capire il contesto all'interno del
quale essi debbono essere letti, compresi e sperimentati. Nei primissimi
anni del secondo millennio, il simbolismo cristiano si costitu come una
formidabile forza unificatrice, riuscendo a rendere coese tradizioni artistiche,
mitiche e leggendarie mediate da quelle dei popoli pagani
convertiti e unificate con l'intreccio culturale e tradizionale proprio del
movimento e della fede cristiani(8).  per questo che, come ci accorgeremo,
molti simboli cristiani hanno a che spartire una forte radice comune
con quelli tipici delle precedenti religioni pagane(9).
La rappresentazione della Crocifissione - l'atto redentivo fondamentale,
il cuore della fede cristiana - era raramente eseguita nei primi tempi
del consolidamento della tradizione simbolica cristiana e non rientrava
nei soggetti dominanti dell'arte di questi momenti storici. La motivazione
non era tanto teologica quanto molto pragmatica, perch in
quei momenti la Chiesa aveva assoluta necessit di convertire, di far
passare dalla sua parte, genti e popoli ed era evidente che una scena cos
raccapricciante non poteva certo incoraggiare. Dapprincipio, la prima
arte cristiana si concentr pertanto sui miracoli di Ges, sulle sue
qualit di terapeuta e sugli aspetti, diciamo cos, ispirativi della fede,
come l'Ascensione e la Resurrezione(10).
Mano a mano che il tempo passava, incominciarono a imporsi vari tipi
di croci soprattutto quelle a bracci eguali, anche se corre obbligo
rammentare che l'uso della croce come simbolo di religiosit era ben
precedente l'avvento della cristianit. Due fra le forme pi vetuste erano
la swastika, originaria dell'india, e l'ankh, o croce ansata, molto diffusa
nell'antico Egitto. La swastika rappresentava il sacro fuoco e la
ricchezza ed era simbolo di Maia, la dea della fertilit. L'ankh era il segno
geroglifico che indicava la vita, l'essere vivente. Ambedue, sebbene
simboli maturati presso culture diverse e lontane, stavano a raffigurare
lo stesso concetto, quello della affermazione della vita(11). Quando il
simbolo della croce di Cristo, quella allungata e coronata, incominci a
prevalere nell'iconografia, si presentava sovente caratterizzato da connotati
pagani. A volte, per esempio, era l'albero cosmico, l'axis mundi,
verniciato con una patina di cristianit a rappresentare il peccato originale
o, meglio ancora, l'albero della conoscenza del bene e del male,
trasformato nell'albero della vita, a unire i due Adamo(12).
Anche il costume della Chiesa di fare propri i sacri luoghi delle civilt
pagane precedenti non era una novit. Gi lo avevano fatto i Romani
nelle loro conquiste. I siti sacri votati alle divinit di altre religioni venivano
usurpati, quando non erano distrutti venivano riconsacrati alla
venerazione di una divinit romana. A volte si arrivava persino a lasciare
tutto com'era, semplicemente latinizzando il nome del dio originario
e tutto procedeva senza sussulti. Normalmente, quando ci si avvicinava
a qualche antico villaggio, il primo edificio su cui l'occhio si posava
era la chiesa che spiccava da sola in qualche luogo libero e
isolato, dove solitamente i pagani, dopo aver individuato un sito a forte valenza
sacra ed emozionale, vi avevano in precedenza innalzato i loro templi(13).
Forse l'esempio pi clamoroso  la cattedrale di Chartres, la quale -
come avremo agio di vedere meglio pi avanti - venne realizzata su di
una collinetta gi sacra ai druidi. Un altro uso presto adottato dalla
Chiesa fu quello di assimilare il verso dell'adorazione, volgendo gli altari
a Oriente.  il punto cardinale dove sorge il Sole, altro esempio di
pratica religiosa che precedette di molto l'avvento del cristianesimo.
Stabilito che questa tradizione avrebbe dovuto continuare, per renderla
ancor pi convincente, la Chiesa diede mandato ai suoi scrivani di scovare,
e se il caso di inserire, citazioni bibliche che lo rimarcassero, affermazioni
del tipo: Ed ecco la Gloria del Dio di Israele, veniva dal lato
d'Oriente(14).

Ispirazioni bibliche.

La base per la nascita del simbolismo cristiano era la Bibbia, la sorgente
primaria del credo cristiano, e fu quindi pressoch inevitabile che
le sue storie diventassero soggetti da rappresentare visivamente. I grandi
cicli narrativi delle Sacre Scritture divennero i temi prediletti dagli
artisti di matrice cristiana dell'Occidente. I misteri della Creazione,
dell'Incarnazione e della Resurrezione si imposero come il nucleo centrale,
attorno al quale prese a ruotare con maggiore insistenza la raffigurazione
simbolica cristiana.
Al fine di evitare divergenze, la Chiesa decise di invogliare l'identificazione
e la regolamentazione di queste testimonianze in modo standardizzato
e, in questa veste, presentarle al clero, primo commissionario
delle opere artistiche di scultura, pittura, architettura, lavorazione
dei metalli e del vetro. Da questo momento, nell'arte cristiana e cos
avanti fino al Rinascimento, diventa frequente trovare la rappresentazione
di una coppia di episodi biblici che sono descritti come il fronte e
il retro, il tipo e l'antitipo di una data situazione(15). Ogni scena, una sorta
di prototipo, ha una sua propria, come dire, contro scena. Il primo ricorda
un evento dell'Antico Testamento, il secondo un episodio del
Nuovo(16). Facciamo un esempio, per essere pi chiari. L'avventura di
Giona e la balena  una prefigurazione della Morte e Resurrezione di
Cristo, come narrata nei Vangeli: Poich come Giona stette nel ventre
del pesce tre giorni e tre notti, cos star il figliolo dell'uomo nel cuore
della terra tre giorni e tre notti(17).
Molte immagini venivano tratte dal Libro dell'Esodo: l'agnello
della notte del Passaggio prefigura quello della Santa Pasqua; i quarantanni
consumati dal popolo eletto nel Sinai preannunciano i quaranta giorni
che Ges passa da solo nel deserto; la manna, che scende dal cielo per
sfamare gli Ebrei,  anticipazione di Cristo e del suo corpo o pane mistico
di cui si deve cibare il fedele; la storia di Mos e del serpente di
bronzo prefigura la Crocifissione e la Redenzione di Ges; Mos che fa
sgorgare una fresca vena d'acqua dalla roccia al tocco del suo vincastro,  immagine di Cristo, inteso come acqua di vita rigeneratrice(18). Il
collegamento fra l'avvio della storia del popolo di Israele e la pienezza
dei tempi che si verifica con l'avvento di Cristo si ritrova nel gesto di
Isacco, il figlio, che porta all'altare la fascina di legna per il suo stesso
sacrificio e in Abramo, il padre, che obbediente intende sacrificare il suo
unico erede, anticipazioni perfette del Cristo che porta al Golgota la
croce sulla quale sar sacrificato per volere del Padre.
Questo continuo duplice registro storico e rappresentativo nell'arte fra
il vecchio e il nuovo si manifesta nel simbolismo artistico in svariati
modi. Per esempio nella dualit fra le tenebre e la luce, la carne e
lo spirito, la morte e la vita(19). I testi canonici non costituivano il solo
proficuo momento di ispirazione artistica. Molti spunti venivano anche
da libri non riconosciuti come, per esempio, il Libro o Vangelo di Giacomo
e i tanti bestiari in voga nel tempo medievale(20). Altra sorgente di
ispirazione quanto mai ricca era costituita dalle storie delle vite - reali
o immaginarie che fossero - della moltitudine dei santi, nelle cui figure
e nelle cui imprese erano andate sovente a convogliarsi le peculiarit e
le caratteristiche delle altrettanto numerose, ma ormai dimenticate e declassate,
divinit del paganesimo. Naturalmente, la priorit, il peso pi
importante, veniva concesso, nella chiesa o nella locale cattedrale, al
santo protettore, alla figura di un pio uomo che aveva sotto la sua protezione
l'edificio se non il paese intero.

Il simbolismo del Nuovo Testamento.

Inutile sottolineare come la nascita, la vita e il ministero in terra di
Cristo, e soprattutto il suo sacrificio di redenzione, diventassero in breve
il tema portante e fondamentale del simbolismo cristiano. Non soltanto
Ges  raffigurato secondo i canoni, tradizionali e familiari presso
i fedeli, di un uomo dallo sguardo mite ma fermo, il viso contornato
da una dolce barba, ma anche da una straripante quantit di altre immagini,
a lui associate nelle Sacre Scritture o nella tradizione e negli insegnamenti
della Chiesa. Fra i molti simboli si contano: il sole, la stella,
il ramo, la fonte, il vino, il pellicano, il serpente, il pesce nella forma di
ichthus, l'agnello di Dio(21). Sull'ingresso occidentale di molte cattedrali
gotiche si trovava la figura di Ges seduto in trono nella sua piena maest;
Cristo crocifisso e allusioni all'agnello di Dio, di norma attorniato
da altri personaggi intimamente a lui legati come la Vergine Madre e il
Bambin Ges(22). Un soggetto scultoreo comune  la scena del Giudizio
Universale, dove da una parte si vede la teoria dei santi che procede
verso i cieli e dall'altra la grande massa dei peccatori, che vengono inghiottiti
dalle fiamme dell'inferno. Il tutto raffigurato con grande ricchezza
di particolari e, in genere, per ottenere un forte impatto di contrasto,
sormontato al centro dalla figura di Ges, posta proprio nel cuore
del timpano di molti ingressi di chiese e cattedrali.
Altrettanto frequenti sono le sculture raffiguranti i quattro Evangelisti,
nelle loro simbologie derivate dalla visione biblica di Ezechiele, ancora
decisamente legata a una matrice di evidente stampo babilonese: san
Matteo simboleggiato da un uomo o da un angelo; san Marco da un leone,
il pi delle volte alato; san Luca da un bue o da un toro anch'esso
alato; san Giovanni da un'aquila. Questi quattro simboli sono rappresentati
quasi sempre insieme, raggruppati, oppure separati, ai quattro
angoli della croce, oppure ancora in una serie di pannelli successivi.
Non di rado sono posti accanto alle figure umane dei quattro evangelisti,
affinch il fedele non abbia esitazione nel
riconoscimento(23).
San Giovanni il Battista viene solitamente raffigurato come un uomo
di bassa statura, con una barba incolta, emaciato e sofferente, vestito
con pelli di animale tenute assieme con lacci di cuoio, con in mano una
sottile e lunga croce oppure un labaro col simbolo
dell'agnello di Dio. Molte volte compare nell'icona crudele della testa sul piatto, o
come un uomo con delle canne deposte ai suoi piedi oppure ancora
un'ascia conficcata alla base di un albero(24). Il simbolismo della scure 
legato alle parole che Giovanni era solito dire come riportato nel Vangelo
di Luca: E ormai  anche posta la scure alla radice degli alberi:
ogni albero dunque che non fa buon frutto, viene tagliato e gettato nel
fuoco(25). Invece il simbolismo delle canne deriva dalle parole di Ges,
riportate sempre in questo Vangelo: Che andaste a vedere nel deserto?
Una canna dimenata dal vento? No... Ma che andaste a vedere? Un profeta?
S(26).
Anche san Pietro  raffigurato con la barba - cos come quasi tutti gli
apostoli - e il suo segno distintivo sono le chiavi che tiene in mano. Al
pari dei martiri, palesa gli attrezzi del suo sacrificio, gli strumenti del
martirio, nel suo caso una croce rovesciata. San Paolo, come
gli Evangelisti, ha la barba e una calvizie incipiente, porta
un libro e una spada,
l'attrezzo con cui, secondo la tradizione della Chiesa, and incontro alla
morte(27). I simboli che richiamano la figura di Maria Maddalena sono
l'immagine di una donna dai lunghi e fluenti capelli, vestita con un abito
rosso scarlatto, che tiene tra le mani una piccola giara di alabastro
piena di nardo odoroso(28). Un personaggio che porta un rotolo
non sempre indica un evangelista, ma potrebbe raffigurare un dottore
della Chiesa, il fondatore di un ordine religioso o un pio e colto uomo,
un santo studioso.
Il dogma fondamentale della Santissima Trinit  simboleggiato da un
triangolo equilatero, uno dei segni pi antichi utilizzati dalla Chiesa,
dove la perfetta eguaglianza dei lati e degli angoli di questa figura d
l'idea della identit delle Tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito
Santo. Altrettanto frequente  il simbolo di due triangoli equilateri intrecciati
fra loro. Essi sono il segno della Creazione. Questo perch nella
teologia cristiana la stella a sei punte  il pi antico simbolo dell'atto
creativo, e l'intreccio di due triangoli  figura della Trinit che presenziava
all'atto della Creazione del mondo(29). Come sappiamo, la stella a
sei punte viene anche detta Sigillo di Salomone, una sorta di geroglifico
che indica la Saggezza.  pure nota come Stella di Davide,
a indicare il lignaggio regale della casa di Israele. Altri simboli che riecheggiano
l'idea della Santissima Trinit sono i fiori a tre petali, il fiore
del giglio, il trifoglio(30).
Coloro che, nel tempo, ebbero a definire la simbologia cristiana attinsero
a piene mani dalla realt circostante, tanto  vero che le analogie
fra il mondo naturale e i suoi aspetti e la dottrina cristiana sono infinite.
Un esempio semplicissimo: la bella viola che cresce a terra senza innalzarsi
 diventato simbolo di umilt.
Il cerchio, che gi gli antichi Greci consideravano la figura perfetta,
nel suo equilibrio unico di segno che ha in s l'eternit, poich non presenta
n un inizio n una fine, ha conservato questa associazione anche
nella simbologia cristiana che ne fa immagine del divino e dell'eternit.
Altre raffigurazioni di Dio Padre comprendono la mano di dio (manus
Dei), l'occhio che tutto vede (mediato dall'analogo onnipotente occhio
del dio egizio Horus), simbolo della potenza di Dio cui nulla sfugge e la
nuvola divina o la grande aureola che sovrasta ogni cosa(31).
Il numero 1 simboleggiava l'unicit e l'unit di Dio.
Il 2 era simbolo della duplice natura, quella umana e quella divina di
Ges, ma anche raffigurazione dell'Antico e del Nuovo Testamento.
Il 3 indicava la Santissima Trinit.
Il 4 i quattro Evangelisti, mentre un quadrato o un cubo era la Terra.
Il 5 richiamava le cinque ferite di Cristo sulla croce(32).
Al 7 si agganciavano invece una quantit incredibile di richiami simbolici,
essendo un numero molto citato nei testi biblici e simbolo della
perfezione.  il numero magico di tutti i percorsi spirituali conosciuti(33).
I teologi sottolineano l'importanza delle sette virt teologali e dei sette
peccati capitali. Il settenario  la chiave principale di interpretazione
per leggere l'Apocalisse di Giovanni. In questo testo misterioso troviamo
sette stelle, il candelabro a sette bracci, i sette messaggi, i sette angeli
delle sette chiese, i sette sigilli, lo squillo delle sette trombe, le sette
fiale. Ma il sette era anche un numero rilevante in tutti i sistemi religiosi
pagani antichi, precedenti l'avvento del cristianesimo: Mesopotamia,
Egitto, Grecia, mondo celtico e Roma.
Il numero sette  simbolo del movimento della vita nello spazio e nel
tempo. I sette giorni della settimana, i sette colori dell'arcobaleno e le
sette note della scala musicale non fanno che ricordarci come vita e
morte altro non siano che la testimonianza dell'eternit, della vita che
va e torna in un continuo ed eterno fluire(34).
Il numero 8 o l'ottagono,  simbolo di Ges, nella veste di unificatore
del Cielo con la Terra. Un ottagono viene inteso come una figura che
molto si avvicina al cerchio, dove il cerchio  Dio, mentre il quadrato  la
Terra.
Il numero 9  quello degli angeli, perch nove sono i cori angelici.
Il numero 10  quello che richiama i Comandamenti.
Il numero 12 fa memoria dei dodici apostoli, delle dodici
trib di Israele(35) e, in chiave architettonica, le dodici
porte o ingressi di una cattedrale,
a simboleggiare le dodici porte della Citt Santa(36).
Tutte le sculture che si possono ancora ammirare nelle grandi cattedrali
del Nord Europa erano un tempo brillantemente colorate, come lo
erano, e ancora in parte sono, quelle delle chiese del resto del continente,
specie in Spagna e Italia. Mentre la veste marrone e il manto celeste
con cui vengono raffigurati, per tradizione, Ges e la Vergine sono tonalit
cromatiche assodate, non sembrano esistere regole codificate
nella simbolistica cristiana legate al significato dei colori, anche se, qui
di seguito, si elencano alcune ricorrenti convenzioni fra le pi comuni e
frequenti. Tutto il contrario di quanto invece accade con il simbolismo
cromatico della ritualistica cristiana, che ha invece stabilito con grande
attenzione e accuratezza il significato da attribuire ai colori.
La tradizione della Chiesa ha infatti tramandato una stretta osservanza
per quel che riguarda i colori che devono contraddistinguere, a seconda
del tempo liturgico, gli apparati d'altare e le vesti che l'officiante indossa.
In questo caso i colori stabiliti sono il verde, il porpora, il bianco
e il rosso. Fatta questa precisazione, proviamo egualmente a vedere
quale significato la Chiesa attribuisce ai colori pi diffusi.
Il verde rappresenta la vita nuova e nella liturgia rituale viene utilizzato
quando non  tempo di altri colori.
Il porpora simboleggia il pentimento ed  caratteristico dei periodi
dell'Avvento e della Quaresima.
Bianco  il colore della purezza, del Natale e della Pasqua.
Rosso, il colore del fuoco,  la stagione liturgica della Pentecoste, in
ricordo delle lingue di fuoco che dal cielo erano scese sul capo degli
apostoli per illuminarli di saggezza divina(37).
Oltre all'uso strettamente liturgico, i colori assumono anche un significato
simbolico pi generale:
Il nero  il colore del pentimento e della sofferenza e, sotto l'aspetto
simbolico, quando il bianco e il nero vengono abbinati sono il simbolo
della purezza come nel caso del Beauseant, il gonfalone da battaglia
dei Cavalieri Templari e le vesti dei frati Domenicani.
Il blu, l'azzurro, viene solitamente associato alla Vergine Maria; a volte
 il blu intenso del cielo terso che si associa alla figura di Ges, a sottolineare
l'amore divino.
Il marrone - il tradizionale colore della veste di Ges ripreso nel saio
dei Francescani - ricorda le vesti indossate dai poveri, segno di patimento
e rinuncia.
All'oro, simbolo perfetto della luce, vengono assegnate le stesse valenze
del colore bianco.
Il verde era il colore della vita che trionfa sulla morte, come quando la
primavera rinnova la natura dopo la morte invernale.
Il grigio, colore della polvere, simboleggia la morte e il disfacimento
del corpo, oltre al pentimento e all'umilt. In alcune raffigurazioni del
Giudizio Universale, Cristo  vestito di grigio.
Il porpora, il colore della penitenza in tempo liturgico, simboleggiava
anche il potere imperiale, per cui sovente Dio Padre era raffigurato con
un ampio mantello di questo colore.
Il rosso non  soltanto il colore liturgico della Pentecoste, ma anche
quello della Passione, in tutte le sue forme sia negative che positive, e
dell'amore. Per questo, per sottolineare il suo amore, Maria Maddalena
veniva rappresentata in abiti scarlatti, come a volte accadeva anche per
la figura di Ges. Inoltre, essendo il colore del sangue, il rosso ritornava
sovente anche nelle immagini dei santi e, in specie, dei martiri.
Nella Bibbia sono numerosi i riferimenti al colore bianco come simbolo
della purezza e dell'innocenza. Richiama anche il simbolo della
trascendenza spirituale, cos come appare nelle scene classiche della
Trasfigurazione e della Resurrezione, dove Ges  ritratto con vesti
tanto bianche da risultare quasi sfolgoranti. Il giallo veniva utilizzato
come variante del bianco o dell'oro per indicare la luce e, nei vetri delle
cattedrali, per il disegno delle aureole e delle corone di santit. Era
per anche il segno del tradimento, tanto  vero che a Giuda Iscariota
veniva fatto indossare sovente un mantello di questo colore(38).
Va da s che questi non sono che dei cenni generali, relativi ai principi
di massima del simbolismo cristiano, una semplice introduzione
a un tematismo quanto mai vasto e articolato. Procediamo adesso a un esame
pi dettagliato e approfondito di alcuni dei punti e dei temi gi toccati,
concentrando la nostra attenzione critica su un periodo storico preciso,
quello che ha visto nascere la creativit unica ed eccezionale che ha fatto
dono all'umanit delle gloriose meraviglie dell'architettura gotica.
 Note.
1. Paul Johnson, A History ofChristianity, London, Penguin, 1978, pp. 116,117.
2. T. Ravenscroft - T. Wallace-Murphy, The Mark ofthe Beast, London, Sphere Books, 1990, p.
79 (trad. it. Il potere occulto della lancia del destino, Roma, Newton & Compton, 2003).
3. Paul Johnson, A History of Christianity, cit., pp. 135-38.
4. Ute Ranke-Heinemann, Putting Away Childish Things, London, HarperCollins, 1995, p. 278.
5. Kenneth Clark, Civilisation, London, John Murray, 1980, p. 17.
6. Ivi, p. 24.
7. Ivi,p. 19.
8. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, Shaftesbury, Element Books, 1997, p. 32.
9. Ivi, p. IX.
10. Kenneth Clark, Civilisation, cit., p. 29.
11. Richard Taylor, How to Read a Church, London, Rider, 2004, p. 39.
12. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, cit., p. 47.
13. Richard Taylor, How to Read a Church, cit., p. 24.
14. Ezechiele 43: 2.
15. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, cit., p. 10.
16. Ivi, p. 41.
17. Matteo 12: 40.
18. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, cit., p. 51.
19. Ivi, p. 45.
20. Ivi, p. 33.
21. Richard Taylor, How to Read a Church, cit., p. 52.
22. Ivi, p. 27.
23. Ivi, p. 101.
24. Ivi,p. 93.
25. Luca 3: 7-9.
26. Ivi, 7: 24-26.
27. Richard Taylor, How to Read a Church, cit., p. 99.
28. Ivi.p. 97.
29. Ivi, pp. 48,49.
30. Ivi, p. 49.
31. Ivi,p. 51.
32. Ivi, pp, 13-15.
33. T. Wallace-Murphy - M. Hopkins, Rosslyn: Guardian ofthe Secrets ofthe Holy Grail, Shaftesbury,
Element Books, 1999, p. 90 (trad. it. Sulle tracce del Santo Graal, Roma, Newton
Compton, 2006).
34. Lionel Frederic, Mirrars of Truth, Archedigm, 1991.
35. Richard Taylor, How toReada Church, cit., pp. 13-15.
36. N. C. Nieuwbam, Church Symbolism, London, Sands & Co., 1910, pp. 12,13.
37. Richard Taylor, How to Read a Church, cit., pp. 15,16.
38. Ivi.pp. 17,18.


Capitolo 7.
Le meraviglie del Gotico.

I geniali monaci, costruttori e architetti che attorno all'anno 1000 inventarono
e proposero lo stile gotico nelle costruzioni architettoniche,
furono costretti a vivere e non solo per qualche decennio, ma per secoli,
in un'epoca storica completamente pervasa dal terrore di guerre continue,
dalle invasioni vichinghe e da tanti altri sommovimenti che andarono
ad aggiungere confusione a confusione nel cuore di un'Europa
che gi era in grande travaglio per la forzata, ma progressiva, imposizione
della religione cristiana. I modelli che i creatori del gotico presero
a prestito erano quelli dei Romani e dell'antichit classica, sapientemente
mescolati con i fermenti in crescita della prima tradizione cristiana
europea e bizantina. Il risultato di questa sintesi architettonica fu
la creazione di una strabiliante catena di massicce e gigantesche cattedrali
in pietra che lo storico inglese William Anderson ha poeticamente
definito castelli dello spirito, in chiara antitesi con i castelli e le fortezze
di pietra dei signori medievali(1). Un altro storico Kenneth Clark,
descrive la creativit artistica del Medioevo nei seguenti termini: Sono
convinto che la civilt occidentale debba la sua salvezza proprio a
quest'arte e a questa sublime architettura(2).
Mi sento di condividere pienamente queste opinioni e, dir di pi, mi
pare che i creatori dell'arte gotica possano senz'altro essere considerati
come degli eroi. Essi furono costretti a riscoprire tutta l'esperienza artistica,
scultorea e costruttiva andata perduta da tempo immemorabile,
sin dai tempi delle grandiose opere dell'antica Grecia e di Roma. Ci
nonostante quanto riuscirono a rivitalizzare e a riportare all'onore del
mondo si rivel egualmente troppo limitato per gli incredibili aneliti
espressivi che letteralmente esplosero immediatamente dopo; per le
spinte innovative di pensiero, sentimento e percezione che stavano per
pervadere, come per magia, il XII secolo. Un'era in cui tecnica e tecnologia
fecero passi da gigante, portando un nuovo slancio al concetto di
salvezza personale dell'anima umana; il periodo in cui incominci a
fiorire la filosofia scolastica e, soprattutto, un momento in cui nella
consapevolezza della gente comune seppe riproporsi, quasi con un sacro
vigore, l'immagine dell'Eterno Femminino che si manifestava nel
culto della Vergine Maria e nelle liriche e nelle cantate dei trovatori(3).
Una forma di venerazione che richiamava alla mente vasti e forti echi
delle ancora pi antiche venerazioni della Grande Dea Madre, la Terra,
dell'era neolitica e delle culture pagane.
La quasi improvvisa esplosione dell'architettura gotica segn non soltanto
un notevole balzo in avanti nel campo delle forme e della bellezza,
ma anche, all'interno dell'arte pi in generale a essa legata, un rinnovamento
nella creativit, nell'ambito dottrinale e della speranza. Quelle
maestose e potenti preghiere in pietra, le cattedrali del Nord Europa,
ancora ornano il paesaggio europeo e intrigano il visitatore. Quel genio
dell'architettura e del restauro che fu nel XIX secolo Viollet Le Due
scrisse in proposito: Gli artisti medievali hanno realizzato il tempio cristiano,
un modo nuovo di concepire i luoghi sacri, dove, come in un meraviglioso
poema fatto per di pietra e cemento, hanno saputo proporre
l'intero universo, le creature visibili e invisibili del mondo(4).
Tutte queste tensioni, queste aspirazioni trovarono espressione in un
nuovo stile architettonico arricchito da un idealismo devozionale come
mai era stato registrato prima. I nuovi templi gotici vennero innalzati a
figurazione della Gerusalemme celeste, come descritta da san Giovanni
nell'Apocalisse. Ogni cattedrale, al pari della citt santa, presentava
quattro facciate, ciascuna dotata di tre ingressi, per consentire di
entrarvi nel nome della Santissima Trinit; tre accessi per lato, vale a
dire dodici a rappresentare le dodici pietre preziose, i dodici apostoli
sulla missione dei quali la Chiesa di Roma aveva posto il suo fondamento(5).
L'ingresso principale della chiesa o della cattedrale era affiancato
da una selva di colonne, a ricordo dei boschi sacri dentro ai quali i
progenitori pagani erano usi andare a pregare e a rendere voti agli di(6).
Ingressi, porticati e portali venivano decorati in modo superbo con
sculture che rappresentavano i concetti pi importanti della fede cristiana.
Decorazioni parietali, grandi vetrate e un'infinit di statue, tutto
indicava la via di una vita retta, religiosa e santa e, di conseguenza, la
strada che l'anima del fedele doveva imboccare per meritarsi il premio
celeste.
I costruttori, artefici di queste montagne di pietra lavorata, ben sapevano
che questo simbolismo evocava in forma diretta la natura dei principi
universali della Chiesa. Le forme artistiche a cui essi davano sostanza
avevano valenze molteplici e operavano sulla psiche e sulla fantasia
di ciascuno su livelli diversi, sempre per per andare a cogliere un
unico e solo scopo, quello di richiamare alla fede anche chi se ne fosse
allontanato e cercasse di evitarla. I simboli non sono aggressivi, ma
quanto mai evocativi, forti. Essi lavorano, operano in modo sottile e subliminale,
cos che il fedele o l'interessato non ha alcun bisogno che gli
vengano spiegati, perch li sente propri in virt del loro lavorio interiore
che opera in perfetta sintonia in un reame che sta oltre la mente consapevole
dell'essere umano(7).
I grandi maestri medievali intuirono alla perfezione quanto le immagini
possano essere imperiosi ed eloquenti maestri. San Tommaso d'Aquino,
il celebre padre della Chiesa, ebbe a dire: L'uomo non  in grado
di comprendere senza immagini.

La prima chiesa gotica.

L'abate Suger - colui che con la chiesa di St. Denis a Parigi fece realizzare
la prima chiesa gotica conosciuta - era quanto mai diretto ed
esplicito nei suoi intendimenti:
Il nobile lavoro deve risplendere, perch un lavoro brillante illumina le menti, le
quali, trovandovi ispirazione, possono viaggiare, attraverso la vera luce, e andare
a raggiungere quella autentica, unica e sola, del Cristo, la vera porta. Le menti ottuse
giungono alla verit solo attraverso ci che  materiale [il corsivo  mio],
concreto e scorgendo la luce, solo cos una mente opaca riesce
a emergere, riacquisendo il suo antico fulgore(8).
Inutile sottolineare come l'abate Suger e gli artefici, architetti e maestri
d'opera, che inventarono e crearono lo stile gotico fossero uomini
di una fermezza e di una decisione a dir poco eccezionali, personaggi
straordinari, capaci di lasciarci un'eredit architettonica e artistica davvero
unica.
Essi seppero creare una sorta di organizzazione internazionale che
nell'arco di oltre quattro secoli - dal 1140 al 1540 circa - sforn generazioni
e generazioni di artisti dall'ingegno purissimo; uomini capaci di
mantenere vivo e alto il tenore dell'arte da loro a suo tempo creata, ma
anche di offrire sempre un prodotto al passo coi tempi, attuale e moderno.
Per tutto questo lungo periodo questi artisti furono i maestri della
scienza applicata e della tecnologia pi avanzata. Per queste loro spiccate
e uniche qualit, sono passati nel ricordo delle generazioni successive
come i Maestri del Gotico(9).
 La Massoneria medievale.

Gli ordini iniziatici non costituivano nulla di nuovo perch erano da
sempre esistiti in mezzo alle gilde dei costruttori di chiese, cattedrali e
castelli in Europa. All'interno di ciascuna congregazione o mestiere le
tradizioni di cavalleria e moralit erano osservate con scrupolo. I diversi
membri erano tenuti insieme da forti legami e dall'umilt di eseguire
con precisione i lavori che venivano loro commissionati; nel caso dei
costruttori si trattava sempre di persone colte, in grado, per esempio, di
fare uso con piena cognizione di uno strumento come il compasso(10).
Raoul Vergez - compagno maestro d'arte, il restauratore che subito dopo
la seconda guerra mondiale segu i lavori di ripristino di molte chiese
e cattedrali della Bretagna e della Normandia - afferma che i membri
delle gilde condividevano fra loro il pane, azione intesa come un segno
della fratellanza(11). Coloro che conoscevano l'arte di usare proficuamente
un compasso erano stati iniziati ai grandi segreti della cosiddetta
geometria sacra. Questa peculiarit permetteva loro di raggiungere la
qualifica di massone. La presunta origine divina di questa particolare
disciplina viene rammentata dall'autore inglese Ian Dunlop, il quale ha
scritto: Non  per niente infrequente rintracciare nell'iconografia medievale
la figura di Dio inteso come elegans architectus intento a operare
con un compasso aperto(12).
I massoni iniziati all'arte erano distinti in una gerarchia di tre gradi
ascendenti: apprendista, compagno e maestro. Gli apprendisti imparavano
il mestiere e maturavano il loro grado spostandosi da un cantiere
all'altro in quello che era iniziaticamente conosciuto come il tour de
France, nel corso del quale avevano modo di ricevere preziose informazioni
da altri membri della Fratellanza, abili ed esperti pi di loro, i
companions. Quando l'apprendista era considerato pronto per progredire
di un grado, veniva nuovamente iniziato durante conclavi segreti
detti cayennes. I Figli di Salomone  il gruppo di iniziati massonici cui
dobbiamo la realizzazione della maggior parte delle cattedrali e delle
chiese gotiche della Francia medievale. Il loro gruppo, ispirato nella
denominazione alla figura leggendaria del biblico re Salomone costruttore
del grande Tempio di Gerusalemme, aveva appreso i principi superiori
della geometria sacra dai monaci cistercensi.
Per questo esisteva, senza dubbio, un legame segreto e misterioso fra i
Figli di Salomone e l'Ordine dei Cavalieri Templari. Non 
facile discernere fino a che punto i maestri massoni fossero anche affiliati all'Ordine
o se, pi semplicemente, fossero un gruppo di artigiani e
artisti utilizzato dai Cavalieri del Tempio per la realizzazione delle loro
opere. Ci che  certo  che i Cavalieri Templari, seguendo le indicazioni
di Bernardo di Chiaravalle, nel marzo del 1145 investirono i Figli
di Salomone di una importante commessa:
Noi, Cavalieri di Cristo e del Tempio, seguiamo il destino che ci conduce al sacrificio
della vita nel nome di Cristo. Noi desideriamo affidare questa regola di vita,
lavoro e onore ai maestri costruttori, affinch grazie alla loro opera e alle chiese
da loro costruite la cristianit si possa diffondere sulla Terra tutta e non perch
il nostro nome venga per sempre ricordato, oh Signore, ma perch viva il Tuo Nome
per sempre(13).
 indubbio che i Figli di Salomone avessero a che fare in modo intimo
con i Cavalieri e per loro con la Chiesa, in quanto godevano di notevoli
privilegi sia da parte della Chiesa stessa che dello stato, come per
esempio la libert di non pagare le tasse e la garantita immunit dalle
eventuali accuse da parte dei costruttori di altri edifici. Altra nota a
margine interessante, ma che testimonia quanto detto finora, 
che quando l'Ordine dei Cavalieri Templari venne sciolto e perseguitato,
solo la confraternita dei Figli di Salomone, fra tutte quante, ebbe a perdere
i privilegi acquisiti.

Il simbolismo del gotico

Fred Gettings, storico inglese dell'architettura, annota che l'Ordine
dei Cavalieri Templari fu senza dubbio uno degli artefici principali della
forte spinta creativa e innovativa che port alla realizzazione delle
cattedrali gotiche e, ancora pi in generale, dell'arte gotica: I Cavalieri
Templari, in apparenza fondati per proteggere i pellegrini lungo le
strade che conducevano alla Terra Santa, furono senz'altro coinvolti nel
finanziamento e nel sostegno morale delle costruzioni delle grandi cattedrali
gotiche in Europa(14).
Dal momento che i Templari giocarono un ruolo significativo nel sostenere
anche economicamente la costruzione delle cattedrali gotiche
specie in Francia, dell'influenza da loro esercitata sul simbolismo relativo
ci occuperemo con ricchezza di particolari in un capitolo successivo.
Quel che ora conta  sottolineare come il loro concreto intervento,
per il tramite del braccio costruttivo e operativo dei Figli di Salomone,
stia alla base della realizzazione di alcuni fra i pi straordinari e ispirati
capolavori dell'arte della cristianit di tutti i tempi.
Stando agli insegnamenti cristiani, l'umanit  una singolare miscellanea
di santi e peccatori. Chi pecca ha per la possibilit di redimersi e di
essere salvato dalla dannazione dell'inferno grazie al sacrificio di Cristo
in croce sul Golgota. La Chiesa, sia nel suo insieme strutturale che nella
forma delle sue chiese e cattedrali, riprende questo messaggio in ogni
momento, forse mai chiaro e nitido come appare nella cattedrale di Notre-Dame
a Parigi. Ogni singola scultura che abbellisce questa montagna
di pietra  una celebrazione dell'opera di redenzione e della missione di
Ges, che trova radici profonde nell'Antico Testamento e nella sua eredit
spirituale e ancestrale. Il triplice portale d'ingresso, cos familiare ai
visitatori di tutto il mondo, domina il fronte occidentale della costruzione
e sembra maestoso anche se, in realt, occupa meno del 10% dell'intera
superficie(15). Al di sopra del triplice ingresso sfila un corteo composto
da ventotto statue, alcune ripristinate in tempi moderni dopo le devastazioni
della Rivoluzione Francese. I rivoluzionari pensarono bene di distruggerne
alcune, perch i personaggi raffigurati erano coronati ed erano
immaginati come re e sovrani di Francia. Si tratta, invece, degli antenati
di Ges cos come elencati nel Vangelo secondo Matteo, partendo da
Jesse, il padre del re Davide, per arrivare a Giuseppe, padre di Ges(16).
Per vero miracolo, le teste delle statue decapitate riuscirono lo stesso a
salvarsi e ora sono conservate al Museo di Cluny, dove sono preservati
anche altri pezzi della cattedrale, come per esempio la celebre colonna
del nocchiero, venuta alla luce nel 1710 durante scavi effettuati sotto il
pavimento del coro. La fattura della colonna dimostra in modo chiaro
come i Romani si fossero appropriati di un luogo di venerazione celtico,
dove avevano innalzato un tempio dedicato agli di Marte e Giove(17).
Poi i cristiani avevano preso possesso del luogo, dedicandolo a St.
Etienne (Stefano), attorno alla fine del V secolo,
inizio VI(18). Nei pressi
della facciata settentrionale della cattedrale di Orleans si trovano le rovine
di un altro tempio di origini romane, ulteriore esempio che dimostra
come questo palleggiarsi la titolarit dei luoghi sacri nell'antichit
fosse una politica diffusa e comune.

Notre-Dame a Parigi.

L'arco dell'ingresso principale della cattedrale parigina di Notre-Dame
 composto da sei stupende costole decorate con le statue di patriarchi,
profeti e sovrani dell'Antico Testamento, mentre nella costola pi
interna compaiono santi dell'era cristiana. Si tratta di una cornice meravigliosa
per ancor pi esaltare il tema centrale, quello della natura redentiva
del sacrificio di Cristo. Seduto nella gloria, Ges  ripreso scalzo,
con i piedi che poggiano sulla volta di una citt scolpita che  la
Nuova Gerusalemme. Le mani, che mostrano le stimmate, sono
sollevate, nel classico gesto benedicente che tutto abbraccia. La sua divinit
viene rappresentata nel modo canonico e tradizionale da un'aureola
che contiene una croce. Alla sua destra, un angelo mostra i chiodi
che gli hanno trapassato le mani e la lancia che gli ha trafitto il costato.
A sinistra, un altro angelo, regge la croce del sacrificio sul Golgota. A
destra dell'angelo che mostra chiodi e lancia c' Maria, la Madre di
Dio, mentre a fianco dell'altro angelo si distingue san Giovanni Evangelista,
il discepolo che Ges prediligeva.
Al di sotto della figura di Ges, due pannelli raffigurano il messaggio
cardine della redenzione e della remissione dei peccati. In quello pi in
basso si vedono i morti - fra cui vari profeti dell'Antico Testamento e
figure dell'era cristiana - che si destano dai sepolcri, al suono delle
trombe squillanti degli angeli. Appena sopra, in un altro pannello distinto,
 presentato il momento e il motivo per cui queste anime si risvegliano,
vale a dire ci che attende ogni fedele, la fine dei tempi e il
Giudizio Universale. Al centro si erge l'arcangelo Michele che tiene in
mano i piatti di una bilancia usata per pesare le anime delle persone che
vengono giudicate dalla quantit di amore che hanno profuso mentre
erano in vita sulla terra. Le figure di alcuni demoni sembrano aggrapparsi
alla bilancia nel disperato tentativo di alterare il giudizio. Alla destra
dell'arcangelo stanno quelli che gi sono stati giudicati come buoni
e quindi si sono salvati. Sono ripresi in atteggiamento di preghiera e
contemplazione, gli occhi rivolti in estasi verso il trono di Ges, che li
sovrasta. A sinistra di Michele, invece, compaiono i dannati, scortati
dai diavoli che gi li incatenano per precipitarli all'inferno.
A separare i due battenti del portale centrale si trova un grande Ges,
la mano destra atteggiata a benedire, mentre la sinistra regge un libro,
le sacre scritture della Nuova Alleanza, ossia i Vangeli. Ai suoi piedi si
vede il serpente diabolico e un leone in lotta nella polvere. Ai lati del
duplice ingresso sono rappresentati i dodici apostoli, sei per parte. Pietro
tiene in mano le chiavi del regno, i quattro evangelisti il loro sacro
libro, mentre gli altri, quando il caso, ostentano gli strumenti del loro
martirio. Ai due lati della porta centrale stanno le sette virt teologali e
i sette vizi capitali, ma anche scene dell'Antico Testamento, compresa
quella di Giobbe che riflette desolato sulle sue sventure, ma accetta
egualmente il volere di Dio.
Sulla destra del portale principale troviamo sant'Anna, la madre della
Vergine Maria. La figura principale e centrale del timpano che sta sopra
 quella della Madonna col Bambino. Maria  seduta in gloria,
incoronata nella sua veste di regina dei cieli. Ges  seduto in grembo,
la mano destra nell'atto di benedire. Da ambo i lati vi sono degli angeli;
quello a destra di Maria  accompagnato dalla figura di un vescovo, comunemente
ritenuto Maurice de Sully, uno dei sostenitori della realizzazione
della cattedrale. L'angelo che sta a sinistra  invece accostato
da un re, forse Luigi VII. Fra i due grandi portoni di ingresso si staglia la
serafica figura di san Marcello, uno dei pi popolari patroni della citt
al tempo della costruzione della cattedrale. Il santo porta il bastone vescovile
infilato nella bocca di un dragone che gli sta ai piedi soggiogato,
simbolo del trionfo della fede e del bene sul male oppure, leggendo
il messaggio su un livello diverso, della conoscenza della sacra gnosi.
Il terzo portale  nuovamente dedicato alla Santa Vergine, solo che vi
ritroviamo la morte e la glorificazione. La statua pi in alto all'interno
del timpano rivela Maria che viene incoronata dagli angeli come regina
dei cieli, assisa in gloria in atteggiamento di totale obbedienza verso il
figlio Ges, la cui mano destra, come prassi,  in atto benedicente. Sotto
questa scena si trova un pannello dove  rappresentata la morte di
Maria, coricata e attorniata dagli apostoli. Il collegamento con l'Antico
Testamento  reso evidente dal fatto che il corpo di Maria poggia su un
feretro a sua volta sostenuto dall'Arca dell'Alleanza. In questo modo la
Madonna svolge la funzione di ponte di unione fra l'Antica e Nuova
Alleanza, per il tramite della figura del figlio divino, Ges.
Ancora sotto il timpano, nello spazio che separa i due portoni torna di
nuovo una statua della Vergine col Bambino. Maria  ripresa in piedi,
sovrastante la scena del peccato originale .Vi si vedono Adamo ed va,
con tanto di foglie di fico sulle pubenda, mentre si stringono la mano
accanto all'albero della conoscenza del bene e del male, con va intenta
a gustare del frutto proibito, la simbolica mela, incoraggiata nell'atto
di disobbedienza da un serpente avvolto attorno all'albero. Il busto dell'animale
 umano ed  chiaramente quello nudo di una donna, evidente
e simbolica rappresentazione dell'ambivalente contrasto della Chiesa
nei confronti dell'atto generativo e del sesso femminile.
Uno dei primi grandi padri della Chiesa, sant'Agostino,
vescovo di Ippona, fu uno di coloro che proposero il dogma del
peccato originale,
considerando il fatto che tutti gli uomini erano come fatalmente condannati
alla perdizione a causa della perversione insita nell'atto sessuale,
a meno che non si decidessero ad abbracciare la salvezza offerta dal
verbo della Chiesa, perch al di fuori di Santa Madre Chiesa non c'
salvazione. In questa prospettiva, anche un uomo pio che aveva vissuto
una vita intera di santit, avrebbe potuto correre il rischio di essere
precipitato all'inferno, se non si fosse mondato del peccato originale,
trovando conforto e riscatto spirituale nell'abbraccio della Chiesa.
L'accanimento di Agostino verso il femminino diventa palese quando
in un suo scritto definisce la donna vaso di escrementi, senza stranamente
escludere chiaramente la Vergine Maria da questa considerazione.
Questo suo drastico atteggiamento impront per secoli il diffidente
modo di affrontare il dono divino del sesso da parte della Chiesa, ingenerando
in merito una scomoda quanto imbarazzante ambivalenza capace
di distorcere, nel corso dei secoli, la vita di milioni di fedeli e tuttora
viva anche ai nostri giorni.
San Marcello non  il solo santo locale raffigurato sulla facciata occidentale
della cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Troviamo anche una
statua di san Dionigi, il leggendario primo vescovo della capitale
francese, attorniato da uno stuolo di angeli. Il sant'uomo tiene fra le mani
la sua stessa testa, addobbata con la tipica mitra. Questa figura si rintraccia
nella fila di personaggi che compaiono a sinistra del triplice portale.
San Dionigi venne martirizzato sul colle di Montmartre. La leggenda
racconta che quando venne decollato, il corpo, rimasto senza testa,
avrebbe continuato a vivere. Dopo aver raccolto a terra la testa spiccata
dal busto, Dionigi se n'era tranquillamente sceso dal colle, inaugurando
una tradizione molto cara poi a tanti altri martiri transalpini.
Le basi dei tre portali sono tutte decorate con raffigurazioni legate allozodiaco. L'opposizione, l'odio della Chiesa verso l'astrologia  un
sentimento successivo a quest'epoca, perch, per quanto questo possa
sembrare bizzarro, la conoscenza divina rivelata sarebbe stato un processo
in continuo sviluppo e dunque solo in un secondo momento le autorit
ecclesiastiche si sarebbero rese conto della non canonicit cristiana
della scienza astrologica. Appena sotto ciascun segno zodiacale
compaiono degli inserti circolari sui quali sono raffigurati contadini all'opera,
intenti in attivit manuali strettamente legate ai mesi dell'anno
rappresentati simbolicamente dai segni astrali. Dettagli simili ritornano
in modo forse ancora pi suggestivo anche sulla facciata ovest
della cattedrale di Amiens.

La cattedrale di Amiens.

La cattedrale di Amiens  la pi grande delle cattedrali gotiche francesi,
con la volta che si spinge verso il cielo fino a toccare 42.5 metri in
altezza. Indubbiamente, si tratta del pi illustre e sublime esempio di
architettura gotica europea, quella che viene definita l'eglise ogivale
par excellence.
Realizzata in una variante del gotico detta rayonnante, in questa cattedrale
si apprezza con stupore la qualit misteriosa della luce che sembra
squarciare le pareti attraverso le grandi vetrate, in netto e forte contrasto
con la relativa tetraggine rabbbuiata della cattedrale di Notre-Dame.
Il senso dello spazio e il sapore della luce che fluiscono all'interno
vengono ulteriormente amplificati dalle semplici, severe linee dei pilastri
e pilastrini che reggono gli archi gotici e la volta gloriosa, quasi a
ricordare l'immagine simbolica di un grande e potente dio che sorregge
la volta del cielo con le sue stesse mani. Il timpano che sovrasta il portone
centrale della facciata occidentale ripropone, grosso modo, i temi
della cristianit gi celebrati a Parigi, soltanto con lievi varianti nella figurazione
e nel disegno. Di nuovo Cristo  seduto in trono nella gloria
e mostra le piaghe della crocifissione, mentre gli fanno corona alla destra
Maria, affiancata da un angelo che porta la croce della redenzione,
e a sinistra san Giovanni, pure lui accompagnato da un angelo che reca
i chiodi del supplizio in croce e la lancia del destino. Subito sotto, ai loro
piedi, si notano i salvati e i condannati. I giusti e i santi sono vestiti e
mostrano volti che esprimono serenit mentre stanno salendo al cielo;
viceversa i dannati, nudi e tormentati, stanno per essere precipitati all'inferno,
fra le fiamme.
Sopra a questi gruppi ecco l'arcangelo Michele in atto di soppesare le
anime dei morti per il giudizio finale, circondato dai defunti che si stanno
destando alla nuova vita al suono delle squillanti trombe del Giudizio
Universale.
I gloriosi esempi dell'arte scultorea medievale ritornano, praticamente,
sotto una forma piuttosto che un'altra, in tutte le cattedrali d'Europa
di questo periodo storico, dalle grandi chiese alle modeste cappelle votive.
Forse soltanto l'Inghilterra fa eccezione, per via del puritanesimo
in seguito imposto da Cromwell e dai suoi eserciti, capaci, nella loro furia
iconoclastica, di devastare e deturpare, ovviamente in nome di Dio,
alcuni fra i pi fini e ricercati capolavori architettonici in territorio britannico.
Dunque, che dire a proposito di tutta quella parte di fedeli che avevano
maturato idee diverse in merito alla figura di Ges? Anche essi, lo si
 scoperto, hanno lasciato il segno del loro intervento in alcune delle
chiese e delle grandi cattedrali europee.
Il loro messaggio, per, si  insinuato segretamente e come tale  stato
tramandato e conservato, pur restando, sia chiaro, sempre visibile a
tutti. Segreto per evitare i pericoli di essere intrappolati nella rete dell'Inquisizione,
ma palese, perch riconoscibile dagli iniziati, i quali seguirono
il flusso di una spiritualit sotterranea che vivific un po'
ovunque i Secoli Bui e che, all'atto del fiorire della misteriosa e travolgente
arte gotica, intendeva finalmente cercare di venire allo scoperto,
di rendersi sempre meno esoterico e sempre pi riconoscibile.
 Note.
1. William Anderson, The Rise ofthe Gothic, London, Hutchinson, 1985, p. 9.
2. Kenneth Clark, Civilisation, London, John Murray, 1980, p. 9.
3. William Anderson, The Rise ofthe Gothic, cit., p. 10.
4. Viollet Le Due, citato da Emile Male nell'opera Notre-Dame de Chartres, Paris, Flammarion,
1983.
5. M. C. Nieuwbam, Church Symbolism, London, Sands & Co., 1910, pp. 12,13.
6. Richard Taylor, How to Read a Church, London, Rider, 2004, p. 29.
7. lohn Baldock, The Elements of Christian Symbolism, Shaftesbury, Element Books, 1997, pp.
IX-X.
8. Brano tratto da E. Gilmore, A Documentary History of Art, volume 1, p. 25.
9. William Anderson, The Rise ofthe Gothic, cit., p. 12.
10. Louis Charpentier, The Mysteries of Chartres Cathedral, London, RILKO, 1993, p. 145 (trad.
it. / misteri della cattedrale di Chartres, Torino, Arcana, 1972).
11. Ivi, p. 86.
12. Ian Dunlop, The Cathedrals Crusade, London, Hamish Hamilton, 1982, p. 6.
13. Brano tratto dal documento intitolato La Rgie de St. Devoir de Dieu et de la Croissade.
14. Fred Gettings, The Secret Zodiac, London, Routledge and Keegan Paul, 1987.
15. Jacques Perrier, Notre-Dame de Paris, Paris 1996, p. 24.
16. Matteo 1: 1-16.
17. T. Wallace-Murphy - M. Hopkins, Rosslyn: Guardian of th Secrets ofthe Holy Grail, Shaftesbury,
Element Books, 1999, p. 174 (trad. it. Sulle tracce del Santo Graal, Roma, Newton
Compton, 2006).
18. Jacques Perrier, Notre-Dame de Paris, cit., p. 1.

 PARTE QUARTA.
LA CORRENTE SOTTERRANEA RISALE IN SUPERFICIE.


Premessa.

La segreta e sotterranea corrente di spiritualit, guidata dalle famiglie
dei discendenti e degli eredi dei sommi sacerdoti dell'antica Gerusalemme,
imbocc diverse interpretazioni e vie del messaggio cristico,
continuando comunque a mantenersi per oltre un millennio in condizioni
di totale segretezza.
Questi lignaggi sacerdotali - che presero a riconoscersi reciprocamente
con l'appellativo di Rex Deus -, dopo essere riusciti a eludere la soppressione
e soprattutto la repressione ideologica della Chiesa di Roma,
erano riusciti a trasmettere una conoscenza segreta che era stata ampiamente
collaudata dalla tradizione genealogica: i padri trasmettevano ai
figli e alle figlie, esattamente come ancora prima avevano fatto gli iniziati
all'antico sapere d'Egitto.
Oltre alle famiglie definite genericamente come Rex Deus ne esistevano
poi altre dette dei Desposyni che erano quelle discendenti in modo
diretto dal Cristo, il maestro.
L'intento generale di queste dinastie era di preservare l'autentico insegnamento
di Ges fino a quando avrebbe potuto essere diffuso, segretamente
e senza paura di persecuzioni, anche al di l dei membri delle famiglie
stesse, a discepoli prescelti attentamente.
Questi personaggi pur non partecipando alle dispute teologiche e alla
vita religiosa attiva, esteriormente davano l'impressione di conformarsi
ai dettami correnti, mentre invece, sotterraneamente, si trasmettevano
il vero e autentico insegnamento di Ges il Nazareno, cos come era
stato tramandato da Giovanni il Battista e dall'altro Giovanni, il discepolo
prediletto.
Trasmessa da padre in figlio con continuit, questa conoscenza esoterica
si arricchiva nell'ombra, mentre alla luce non dava segni di discostarsi
da quella riconosciuta e ufficiale. Questi fermenti, a un tratto,
avevano incominciato a delinearsi apertamente, a uscire allo scoperto,
soltanto agli albori del XII secolo, esprimendosi sia nelle forme architettoniche
che in quelle simboliche.
La fondazione dell'Ordine dei Cavalieri Templari, le azioni intraprese
da Bernardo di Chiaravalle e l'esplosione artistica creativa che accompagn
la costruzione delle cattedrali gotiche, erano tutti segni che
le antiche famiglie dei Rex Deus avevano incominciato a
manifestarsi e,
grazie alla relativa tolleranza dei tempi, stavano facendosi portatrici di
un messaggio nuovo ed esaltante da diffondere presso tutti. Poco alla
volta, astutamente, mescolarono il loro messaggio eretico all'interno
del flusso principale dell'iconografia canonica della Chiesa e della cristianit,
utilizzando racconti, favole, allegorie e, soprattutto, l'architettura
gotica, un concetto assolutamente inedito e rivoluzionario.
 
Capitolo 8.
La geometria sacra e la langue verte.

L'immagine simbolica di Dio nei panni del geometra o architetto divino,
mentre, compasso alla mano, crea l'universo, venne certamente mediata
dal verso scritturale che recita: Tu che hai regolato ogni cosa con
la misura, il numero e il peso(1). Questo preciso simbolismo geometrico
ritornava inoltre in alcuni passi biblici, dove si descrivono le forme e le
dimensioni accurate di certi oggetti o strutture: l'arca di No, l'Arca dell'Alleanza,
il Tabernacolo, il Tempio di Salomone, la citt santa della
Nuova Gerusalemme. In particolare, le caratteristiche costruttive del
Tempio di Salomone suscitavano il forte interesse degli aderenti alla
Massoneria(2). Inoltre il divino geometra o, come i massoni preferivano
chiamarlo, il Sublime Architetto dell'Universo, compasso alla mano,
aveva diviso la luce dalle tenebre, il cielo dalla terra e questa dalle acque.
Col tempo si era arrivati a ritenere che la geometria pitagorica dove
tutte le cose sono espresse da numeri, fosse il veicolo perfetto di
espressione e manifestazione dell'intrinseca armonia rintracciabile nella
natura e nel cosmo(3). Ecco che cosa ha scritto lo storico dell'architettura
John James in merito: Un processo creativo che non contenga in s il
senso dell'unit non pu considerarsi arte, che  invece quello che i
grandi maestri architetti del tempo medievale, pur se lacerati da molti
contrasti, seppero brillantemente raggiungere nella creazione delle loro
opere, dove il concetto di unit  sovrano(4). In questo modo la rappresentazione
architettonica e artistica si era configurata secondo una
scienza governata da leggi fisse e segrete che non potevano in alcun modo
essere prevaricate dall'iniziativa di nessuno. Questo concetto, molto
importante, nel corso del Medioevo venne incapsulato in un aforisma
massonico: Ars nihil scientia est, vale a dire l'arte non  nulla senza la
conoscenza. Le mastodontiche cattedrali gotiche medievali non furono
erette per poter essere intese soltanto sotto una prospettiva umana, ma
addirittura per simulare quella di Dio stesso, dell'Altissimo. Altre considerazioni
erano del tutto secondarie per questa gente; sia i massoni
iniziati che il clero erano convinti di rappresentare in terra
il paradiso. Anche
alle intenzioni di Dio erano dunque assegnate forme e misure e tutto
questo si poteva raggiungere solo ricorrendo alla geometria sacra. In
quel tempo nell'arte dell'architettura non era presa alcuna decisione
progettuale che non fosse conforme alle regole della geometria sacra(5).

La geometria sacra.

La nuova scienza della geometria sacra govern imperterrita per molti
secoli, perch era comune convinzione presso i costruttori e gli iniziati
massoni medievali che nel numero si nascondessero le chiavi occulte
del creato. Sant'Agostino di Ippona diceva che i numeri erano il
pensiero di Dio: La sapienza divina si manifesta nei numeri che informano
tutte le cose. Un concetto questo sviluppato da mile Male che
afferma: La costruzione del mondo fisico e morale si basa allo stesso
modo sui numeri eterni(6). Il senso dei numeri come espressione del volere
divino e dell'ordine superiore delle cose create non era ristretto alle
opere della Grecia classica o ai pochi studiosi volenterosi che si dedicavano
alla geometria sacra. Era anche applicato da tutti coloro che
tramandavano i concetti della cabala, il massimo veicolo di trasmissione
degli aspetti esoterici e conoscitivi della
cultura giudaica(7). Paradossalmente,
queste ardite cattedrali celebravano l'eresia di Paolo, proiettate
nella loro realizzazione nella pi antica tradizione giudaica, che,
come ben sappiamo, era alquanto distante dagli insegnamenti autentici
di Ges. Cos, la riscoperta delle leggi della geometria sacra dell'universo,
mescolate con la antica tradizione mistica giudaica, era stato il
germe concreto dello sviluppo dell'architettura gotica, con la nascita
delle grandi chiese e cattedrali dell'Europa occidentale.
Il simbolismo, ovviamente, non si riduceva alla scultura, alla pittura o
alla lavorazione delle vetrate, legate in piombo, ma era patrimonio comune
anche dell'architettura, al punto che, sotto certi versi, l'iconografia
simbolica di pitture e sculture delle cattedrali sovente assomigliava
a una grandiosa lavagna di conoscenze, sviluppata su un insieme bi-tri
dimensionale; una sorta di promemoria, di libro della conoscenza, aperto
a beneficio di tutti gli illetterati. Per i maestri dell'arte che le avevano
innalzate fino al cielo, il vero mistero era condensato nell'architettura
stessa perch al di l della pur ammirevole bellezza di tutte le decorazioni
presenti, era la struttura dell'edificio, della cattedrale, a vibrare
all'unisono con le frequenze dell'energia della creazione(8).
Ricorrere
costantemente a regole costruttive codificate era simbolicamente come
stringere un patto con il divino architetto del mondo, con l'impegno di
affidare quanto realizzato nelle sue mani per garantirne la stabilit nell'ordine
delle cose.
Gli studiosi moderni di storia dell'architettura,
John James(9) e
George Lesser(10) hanno applicato valutazioni e schemi geometrici
differenti al lay-out dell'edificio della cattedrale di Chartres, diversi
da quelli, per esempio, proposti dallo studioso francese Louis
Charpentier(11). Anche se, a essere sinceri, queste interpretazioni
mostrano aspetti che si discostano fra loro, si deve riconoscere che tutte
hanno dei fuochi comuni che si vanno a concentrare al centro del labirinto,
che sta sul pavimento della navata principale, nel punto centrale
del transetto (oggi postazione del moderno altare) e nell'altare superiore
che sta nel coro. Per di pi, anche se non concordanti,  bene osservare
che queste ipotesi non si escludono a vicenda, anzi sembrano
persino completarsi reciprocamente per offrire un quadro sempre pi
comprensivo e completo. Ecco il pensiero di Colin Ward a proposito
dei maestri massoni costruttori del tempo medievale:
...glorificavano con la loro opera la molteplice variet del mondo, come parte dell'ordine
divino e per questo non ci dobbiamo meravigliare quando capita di intuire
in un disegno o in un progetto una molteplice valenza di approccio interpretativo,
laddove ogni sistema geometrico intuito sembra quasi confluire, e in parte
confondersi, con un altro e un altro ancora, pur essendo tutti quanti collegati intimamente
fra di loro da punti essenziali, come per esempio il centro del labirinto o
l'altare, punti che sembrano mettere in risalto i luoghi
maggiormente sacri all'interno della costruzione(12).
Non c' da stupirsi, dunque, se lo studio e l'analisi attenta dell'antica
geometria sacra abbia intrattenuto, nel tempo, alcune fra le menti pi
audaci e brillanti dell'umanit, costringendole a dure fatiche, durate a
volte anche per una vita intera. Tuttavia, i problemi legati a questo genere
di analisi non sono oggetto di queste mie pagine e quindi non posso
occuparmene oltre. Tengo per a contestare quanto qualcuno asserisce,
ossia che la sola scienza in grado di conservare e tramandare il
flusso segreto della sotterranea tradizione antica sia stata la geometria
sacra, perch questo non  vero. Torniamoci sopra comunque. Essa non
solo ha il merito di aver trattenuto e preservato il flusso principale del
cristianesimo e della tradizione esoterica, ma ha anche quello di trascendere
tutti i confini religiosi, perch la si pu riscontrare nella costruzione
dei templi sacri di ogni credo e cultura, cos come lo storico
dell'architettura Keith Critchlow dimostra con chiarezza.
In certi casi determinate figure geometriche rivelano un significato
occulto e alcuni esempi in merito verranno presi nella dovuta considerazione
in queste pagine. Nel flusso dominante dei principi arcani della
geometria sacra, a prescindere dall'unit di misura utilizzata, il sistema
proporzionale pi usato era quello ad quadratum, una forma basata sul
quadrato, a simboleggiare la Terra, e ad triangolum, sagome derivate
dal triangolo equilatero che, come gi abbiamo puntualizzato, era simbolo
della Santissima Trinit.
Gli influssi della geometria sacra nel periodo gotico furono veramente
notevoli. William Anderson scrive che un'architettura gotica  in grado
di determinare un nuovo, diverso stato di coscienza dentro di noi, una
condizione di piacere estetico diffuso, una sorta di inno di gioia della
mente(13). Un risultato che in un sito come quello di Chartres, per esempio,
ulteriormente esaltato dalla presenza di forti correnti telluriche amplificate
artificialmente e dalla prodigiosa energia della qualit della luce
che penetra nella chiesa attraverso i preziosi e magici vetri, opera
realmente una trasformazione, capace di indurre uno stato superiore di
coscienza, del tutto simile a una condizione di tangibile, evidente iniziazione.
In questo senso l'applicazione della geometria sacra andava anche
inteso come sacramentale, iniziatico e comunque sempre simbolico
del divino. Non per nulla, infatti, gli stessi maestri dell'arte, i costruttori
delle grandi cattedrali, erano soliti affermare che mettevano in pratica le
loro capacit non perch il nostro nome venga trasmesso ai posteri, oh
Signore, ma perch sia il tuo Nome a essere esaltato per sempre!(14).
Una simile, ispirata forma d'arte comprendeva, ovviamente, molti altri
aspetti oltre quelli architettonici, quali l'ingegneria, la costruzione,
la tecnica, la progettazione. Le conoscenze base di questa sacra scienza
- stando alla tradizione della Massoneria - erano state tramandate dai
maestri agli apprendisti, secondo una catena ininterrotta che dai tempi
antichi era giunta integra almeno fino alla caduta di Gerusalemme, nel
70 d.C. Quella stessa catena di segreto sapere preservato, esaltato e custodito
dai costruttori egiziani e da questi trasmesso a quelli israeliti(15).
Dopo la caduta di Gerusalemme, sembr che queste conoscenze fossero
andate disperse. A recuperarle furono i crociati e, soprattutto, gli
adepti al neonato Ordine dei Cavalieri del Tempio, fondato in Terra
Santa nel 1118. A questo proposito, non si pu davvero fare a meno di
interrogarsi rispetto a una singolare coincidenza: non appena i Templari
avevano fatto rientro in Europa, lo stile gotico era improvvisamente
sbocciato come dal nulla. I Templari possedevano la chiave per mettere
in opera questo inedito e sconcertante nuovo modo di erigere
delle costruzioni imponenti, avendolo riportato alla luce
negli scavi da loro
condotti nelle fondamenta dell'antico Tempio salomonico? Oppure furono
altre spinte, sempre comunque maturate nella citt santa di Gerusalemme,
a determinare questa vera e propria esplosione di meraviglie
architettoniche e di tecnologie completamente innovative?

La nascita del Gotico.

In mie opere precedenti ho proposto che forse la fonte ispirativa dei
Templari avrebbe potuto essere qualche reperto, qualche documentazione
rintracciati nel corso delle loro perlustrazioni sotto il Monte del
Tempio, ma l'ho fatto senza avere alcuna testimonianza d'appoggio a
quanto sostenuto e, a dir il vero, con non poche remore e dubbi.
Due illustri storici, quali sono l'inglese William Anderson e il francese
Jean Boney, affermano invece che la vera scaturigine dei principi
dell'arte e dell'architettura gotica sarebbe stata la cultura islamica(16). Il
mio caro amico e collega Gordon Strachan ha elaborato un'idea che gode
di buona credibilit. La prima volta che ho incontrato Gordon  stato
a Edimburgo, in un seminario organizzato da Keith Critchlow. L'ipotesi
di Gordon, sebbene per molti non del tutto convincente, ha comunque
il pregio della semplicit e inoltre si inserisce in quel contesto di
scambi culturali tipici del periodo delle crociate.
Gordon  convinto che l'origine dell'arco a sesto acuto e del conseguente
nuovo stile dell'arte gotica sia da ricercare al di fuori del contesto
europeo. Al pari di Anderson e Boney, condivide un possibile influsso
islamico, ma si spinge ancora oltre e parla di Terra Santa. Per lui, dunque,
l'arco acuto sarebbe nato da una felice sintesi di influssi architettonici
locali e tipici della Terra Santa, mescolati con altri di impronta
islamica(17).
 storicamente provato che nel corso dei primi nove anni trascorsi dai
Templari a Gerusalemme vennero intrecciati intensi scambi culturali
con l'Ordine dei Sufi, che proprio in quel periodo storico stava vivendo
un momento di grande fulgore e riscoperta(18). I Sufi costituivano il principale
ordine mistico esoterico dell'Islam. Dal punto di vista religioso
abbracciavano una sorta di sincretismo misticheggiante capace di convogliare
valori elaborati da fedi diverse, un concetto ben sintetizzato
dalle parole di Jalaluddin Rumi: La religione dell'amore si discosta da
tutte le altre religioni. Chi ama Dio non ha alcuna altra religione se non
l'amore di Dio. Un sentiero iniziatico ideale molto simile a quello poi
intrapreso dai Templari e dalle famiglie Rex Deus nel territorio europeo.
Secondo Strachan, sarebbe stato da questo continuo e proficuo
contatto con la cultura sufi che i Templari avrebbero mediato non soltanto
l'arco a sesto acuto - il mukhammas islamico - ma anche alcuni
altri principi architettonici poi confluiti nel gotico. La controprova sarebbe
un primo tentativo eseguito nella realizzazione di un triplice portale
con archi a sesto acuto realizzato nella stessa Gerusalemme e visibile
ancora oggi(19).
La commistione fra questi diversi elementi culturali - quelli del Sufismo
e quelli dell'Ordine dei Templari - avrebbe pertanto originato una
nuova concezione del costruire, una geometria sacra rinnovata, sbocciata
in uno stile nuovissimo nella realizzazione degli edifici sacri e in
particolare nelle stupefacenti e grandiose cattedrali gotiche europee.
Due illustri pensatori e mistici del XX secolo hanno sottolineato l'importante
influsso dei Templari su questo stile architettonico. Il primo 
lo scrittore iniziatico Ouspensky, il quale parla di collegamento stretto
fra la nuova architettura gotica e la corrente segreta e sotterranea dello
spiritualismo:
La realizzazione delle cattedrali faceva parte di un colossale progetto, abilmente
concepito, che consentiva l'esistenza di scuole filosofiche e psicologiche completamente
libere nel mondo medievale, duro, assurdo, crudele, superstizioso. Queste
scuole ci hanno lasciato un'immensa eredit, che in gran parte abbiamo gi disperso,
senza comprenderne significato e valore(20).
Il secondo  l'iniziato e alchimista francese Fulcanelli, il quale sottolinea
come una chiesa o una cattedrale non era soltanto un semplice luogo
di venerazione o un santuario dove malati e poveri trovavano
conforto spirituale e materiale, ma anche un luogo di attivit pubbliche,
commerciali, un centro di fermento sociale:
La cattedrale gotica, quel meraviglioso santuario di tradizione, scienza e arte che
conosciamo, non deve essere guardata soltanto come un edificio dedicato alla gloria
del Signore e della cristianit, ma piuttosto come l'espressione sotto forma concreta
degli ideali, delle tendenze delle credenze popolari; un insieme, un unico perfetto
a cui ci possiamo volgere senza timore ogni volta si intenda penetrare un po'
meglio la conoscenza religiosa, secolare, filosofica e sociale dei nostri antenati(21).
Sempre Fulcanelli, poi, non esita a osservare anche il forte, innegabile
legame della corrente sotterranea della spiritualit sintetizzata nella
pietra e nelle sculture delle cattedrali gotiche con aspetti eretici e arcani
della religione e della filosofia segrete, bellamente esposti agli occhi
di tutti, ma incomprensibili a quelli di un clero tardo e, in questo caso,
addirittura privo di sospetti(22).

Il simbolismo esoterico della langue verte".

Fulcanelli e il suo principale biografo, Kenneth Rayner Johnson, affermano
categoricamente che l'architettura gotica - frutto dell'apprendimento
da parte dei Cavalieri Templari dei principi della geometria sacra
- non era soltanto un superbo esempio di stile, ma anche un codice
tridimensionale latore di un messaggio occulto esposto per il tramite
delle forme architettoniche, la cosiddetta langue verte (la lingua verde),
ovvero il linguaggio iniziatico. Qualche anno prima, sul finire del XIX
secolo, J. F. Colfs aveva scritto: Il linguaggio delle pietre parlato da
questo nuovo stile architettonico  al tempo stesso chiaro e sublime, in
grado di rivolgersi sia ai cuori degli umili che delle persone colte(23).
La langue verte era nata dalla comprensibile esigenza avvertita dai
maestri d'opera, studiosi, eretici e iniziati di trovare un codice segreto
per portare avanti i loro pensieri, senza che strutture religiose repressive
potessero nutrire sospetti. Agli eretici, in particolar modo, tornava
quanto mai utile disporre di un codice verbale segreto, cos da poter comunicare
fra loro senza mettere a repentaglio la loro vita e la loro incolumit.
Col trascorrere dei secoli, questa preziosa e utile barriera difensiva
contro la persecuzione era diventata non solo il linguaggio degli
eretici ma anche dei poveri, di tutti coloro che erano perseguitati e oppressi,
coloro che dovevano poter comunicare senza che nobili, sovrani,
signorotti e ministri del clero potessero intendere ci che dicevano.
In altre parole, la langue verte era lo slang segreto dei nostri padri medievali,
qualcosa di molto simile ai linguaggi di controtendenza (tipo il
cockney inglese, o il rap o l'hip-talk delle nuove generazioni americane
d'oggi, costrette a vivere in veri e propri
ghetti urbani)(24).
Una forma analoga di camuffamento si concret anche nelle comunicazioni
tramite il simbolismo, che paludato con gli aspetti canonici del
cristianesimo, in realt, sottintendeva interpretazioni diverse, che in
quella chiave potevano essere intese soltanto da adepti e iniziati. Laddove
non si coglieva il riferimento nascosto, il significato simbolico era
quello tradizionale cristiano; quando, al contrario, il richiamo all'allusione
esisteva, allora ci si doveva rifare all'interpretazione occulta del
simbolo, perch quella sua valenza segreta era quella autentica, quella
che davvero contava.
La conoscenza, intesa come informazione, pu acquisirsi attraverso
molteplici modi di apprendimento. Tuttavia, nel caso del simbolismo
esoterico siamo di fronte a un modo speciale, a qualcosa che la tradizione
indica come la vera conoscenza. Quella che non pu essere assimilata
con la lettura di un libro, ma che deve essere trasmessa e suscitata
nell'allievo da un maestro, oppure vivificata dalla piena comprensione
di un simbolo che la rappresenta nella sua essenza sacra, o gnosi, che
esiste in ogni persona a un livello sottile e inconsapevole. Questa conoscenza
innata o intuitiva viene anche detta sesto senso ed  in grado di
farci avvicinare alla percezione del vero che giace come sonnecchiante e
nascosto nell'animo dell'uomo(25). Questo particolarissimo modo di conoscere
trascende e va al di l di qualsiasi religione, tanto  vero che uno
dei seguaci del Profeta dice: Chi conosce se stesso conosce Dio.
Nel solco della tradizione esoterica del flusso segreto della spiritualit,
una frase simile, capace di concentrare in s molte idee ermetiche,
si trova in uno dei tanti vangeli gnostici, cio non riconosciuti dalla
Chiesa: Quando fai s che il doppio si faccia unit, e quando fai s che
il fuori entri e diventi il dentro, che il sopra si identifichi con il sotto...
ebbene in quel momento potrai entrare nel regno dei cieli(26). Le idee
dell'ermetismo - di quasi certa origine greca - avevano radici che
affondavano nell'occultismo egizio, come chiaramente induce a pensare
la citazione cos in alto cos in basso che riscontriamo nel Vangelo
di Tommaso. In pratica, non c' immagine o idea iniziatica all'interno
della tradizione esoterica giudaica che non derivi dalla cultura mistica
d'Egitto. Da parte sua, la geometria sacra abbraccia sia la corrente principale
del simbolismo cristiano, sia tutti quegli aspetti facenti capo al
flusso sotterraneo e segreto della rivelazione iniziatica di Ges il Nazareno.
Tuttavia, con il nascere delle grandi cattedrali gotiche, poco alla
volta venne a imporsi un terzo codice simbolico, altrettanto importante
e che sembra sfuggire a ogni spiegazione razionale, quello intimamente
legato alla scienza alchemica.

Il simbolismo alchemico.

Sulla bellissima facciata occidentale della cattedrale di Notre-Dame a
Parigi, un piedritto decorato con raffigurazioni delle scienze medievali
fa da divisore fra gli ingressi. Nel gruppo  compresa anche l'alchimia.
Questa scienza, rappresentazione allegorica dei percorsi segreti che conducono
all'iniziazione,  rappresentata da una donna seduta su un trono,
la testa che tocca le nuvole. Nella mano sinistra stringe lo scettro del potere
regale, mentre nella destra sostiene due libri, uno aperto e l'altro
chiuso. Il primo simboleggia il sentiero esoterico, la via maestra canonica,
riconosciuta dalla Chiesa; il libro chiuso, invece, simboleggia la
via che conduce all'illuminazione. Fra le ginocchia, la donna ha una
scala a pioli che appoggia la parte superiore sul suo petto ed  composta
di 9 pioli: la scala philosophorum(27).
Nicolas Valois interpreta
questa simbologia in questo modo: La Pazienza  la scala dei filosofi,
la porta che conduce al loro giardino; perch chiunque perseveri senza
orgoglio n invidia, a lui Dio manifester la sua misericordia(28).
Secondo Fulcanelli questa scultura sta alla cattedrale come la prima
pagina, quella del titolo, sta a un libro. Nella fattispecie, la cattedrale 
il libro che racconta una storia biblica occulta; un libro straordinario e
scolpito, dove pagine di pietra disvelano i segreti ermetici della Grande
Opera. Secondo tradizione, il processo alchemico in s  diviso in piccola
e grande opera. Ciascuna di queste parti consta di tre momenti.
Ecco che cosa scrive l'alchimista Titus Burchkhart:
I primi tre gradini corrispondono alla spiritualizzazione del corpo, gli ultimi tre
alla incorporazione dello spirito detta anche la fissazione del volatile. Mentre
la piccola opera ha come scopo primario quello di riconquistare e ripristinare
l'originaria purezza e recettivit dell'anima; la grande opera si prefigge di approdare
all'illuminazione dell'anima stessa, grazie alla rivelazione dello spirito
che  dentro di lei(29).
In quest'ottica l'alchimia, lungi dall'essere la ricerca della pietra filosofale,
 un paravento che nasconde il procedimento esoterico alchemico
di trasformazione del vile metallo dell'imperfetta natura umana
nell'oro della perfezione spirituale. Insomma, un'allegoria che nasconde
il percorso iniziatico della segreta eresia.
Per Fulcanelli, la Vergine Maria, alla quale la cattedrale  dedicata,
una volta liberata la sua immagine dalle incrostazioni del dogma teologico,
altro non  che il simbolo dell'Eterno Femminino, la personificazione
stessa della Grande Opera(30). Paradossalmente, persino lo stesso
dogma cristiano lascia intendere questo principio di eterna verit, quando,
per esempio, descrive la Vergine come vas spirituale, vale a dire il
vaso che contiene lo spirito di tutte le cose. Lo studioso francese del
XVIII secolo Etteila ebbe a scrivere: Su di una tavola che arrivava al
petto dei magi stavano da una parte un libro oppure la serie di placche
dorate che compongono il sacro libro di Thot; dall'altra un calice, un
vaso colmo di liquido celestiale... il segreto, l'eterno mistero stava dunque
in quel vaso(31).
Alcuni testi ecclesiastici ci presentano Maria come trono di saggezza,
con ci, volenti o nolenti, echeggiando gli insegnamenti della corrente
segreta della vera spiritualit. La ridondanza dei simboli alchemici
che fregiano il portale principale della cattedrale di Notre-Dame costituisce
davvero un preludio per lo meno bizzarro e curioso per chi si
accinge a entrare in una delle pi rinomate chiese di Francia.
Sulla facciata occidentale della cattedrale di
Notre-Dame di Parigi  rappresentata l'allegoria
dell'alchimia nelle vesti di una donna, che seduta su un trono
tocca con la testa le nuvole mentre tiene nella mano
sinistra uno scettro, nella destra due libri e, appoggiata sul
petto, una scala philosophorum.
Altre sculture di grande interesse si trovano sul portale settentrionale
della cattedrale. Scolpita all'interno di una cornice nel mezzo del timpano,
si nota l'immagine di un sarcofago sul quale sono ripresi sette
simboli, a raffigurare i sette metalli planetari: il Sole abbinato all'oro;
Mercurio, al mercurio; Saturno, al piombo; Venere, al rame; la Luna,
all'argento; Giove, allo stagno; Marte, al ferro. Disquisendo su queste
figure, Fulcanelli cita il maestro Jean d'Hourey ricorrendo a parole
quanto mai adatte nel momento in cui descrive il pellegrinaggio post-
templare iniziatico: Mira al cielo e alle sfere dei pianeti; ti accorgerai
che Saturno  il pi alto di loro; seguito da Giove e da Marte, il Sole,
Venere, Mercurio e infine la pallida Luna(32).
Ovviamente, il simbolismo alchemico non  limitato soltanto alle sculture
citate, lo si pu rintracciare, per esempio, nella sezione inferiore del
triplo portale d'ingresso di Notre-Dame. E, ancora, la cattedrale parigina
non  un'eccezione, perch possiamo citare le decorazioni a quadrifoglio
che ornano la facciata occidentale della cattedrale di Amiens,
oppure quelle dello zodiaco o la rassegna delle stagioni e dei lavori gi
menzionata, in replica superbamente perfetta dei motivi presenti a Notre-Dame
a Parigi. Da quanto considerato, possiamo dedurre alcune
considerazioni importanti. Primo, il flusso sotterraneo della spiritualit
si era lentamente avviato per poi uscire allo scoperto e offrire chiari riferimenti
lungo il cammino che conduceva all'iniziazione. Secondo, il
corpo dottrinale della Chiesa  qualcosa di continuamente mutevole, si
evolve di tempo in tempo e sovente decide di tollerare ci che solo fino
a poco prima ripudiava e perseguitava. Infine, in tempi di incombente
persecuzione, la forma della allegoria rappresent il modo pi sicuro
per trasmettere e diffondere presso gli iniziati, ma anche gruppi umani pi estesi, messaggi di natura potenzialmente eretica.

 Note.
1. La saggezza di Salomone 11: 20.
2. O. von Simson, The Gothic Cathedral, Princeton, Princeton University Press, 1988, p. 11.
3. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism. Shaflesbury, Element Books, 1997, p. 17.
4. John James, The Master Masons ofChartres, London, D.S. Brewer, 1991, p. 145.
5. Ivi, p. 148.
6. mile Male, The Gothic Image, Glasgow, Fontana, 1961, p. 10.
7. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, cit., p. 35.
8. Ivi, p. 34.
9. John James, The Master Masons of Chartres, cit., p. 145.
10. George Lesser. Gothic Cathedrals and Sacred Geometry, volume 3, pianta menzionata nel
volume di Colin Ward, Chartres, th Making ofaMiracle, London, Folio Society, 1986, p. 33.
11. Louis Charpentier, The Mysteries of th Chartres Cathedral, London, rilko, 1993, p. 109
(trad. it. I misteri della cattedrale di Chartres, Torino, Arcana, 1972).
12. Colin Ward, Chartres, th Making ofa Miracle, cit., p. 34.
13. William Anderson, The Rise ofthe Gothic, London, Hutchinson, 1985, p. 169.
14. Dall'introduzione alla Regola dei Figli di Salomone, La Rgie de St. Devoir et de la Croissade.
15. T. Wallace-Murphy - M. Hopkins, Rosslyn: Guardian ofthe Secrets ofthe Holy Grail, Shaftesbury,
Element Books, 1999, p. 111 (trad. it. Sulle tracce del Santo Graal, Roma, Newton
Compton, 2006).
16. William Anderson, The Rise ofthe Gothic, cit., p. 39; Jean Bony, French Goihic Architeclure
ofthe 12"' and 13* Centuries, Berkeley, University of California Press, 1992, p. 17.
17. Gordon Strachan, Chartres, Edinburgh, Floris Books, 2003, p. 14.
18. Idries Saha, The Sufis, London, Jonathan Cape & Co., 1969, pp. 166-93.
19. Gordon Strachan, Chartres, cit., p. 29.
20. P. D. Ouspensky, A New Model ofthe Universe, London, Arkana, 1931, p. 345.
21. Fulcanelli, Le Mystre des Cathdrales, London, Neville Spearman, 1977, p. 36 (trad. it. Il
mistero delle cattedrali, Roma, Mediterranee, 1988).
22 Ivi, pp. 39-41.
23. J. F. Colfs, La Filiation Gnalogique de toutes les Ecoles Gothiques, Paris, Baudry, 1884.
24. T. Wallace-Murphy, The Templar Legacy and th Masonic Inheritance within Rosslyn Chapel,
Edinburgh, The Friends of Rosslyn, 1994.
25. John Baldock, The Elements of Christian Symbolism, cit., p. 70.
26. Dal Vangelo di Tommaso.
27. Fulcanelli, Le Mystre des Cathdrales, cit., p. 70.
28. Les Ouvres de Nicolas Graspony et Nicolas Valois, manoscritti della Bibliothque de l'Arsenal,n.
2516, p. 176.
29. Titus Burchkhart, Alchemy, p. 189.
30 Fulcanelli, Le Mystre des Cathdrales, cit.
31 Etteila, Le Dernier du Pauvre, tratto da Sept nuances de l'oeuvre philosophique, 1786, p. 57.
32. Jean d'Hourey, Nouvelle Lumire Chymique, Traite du Mercure, 1695, capitolo IX, p. 41.


Capitolo 9.
Le correnti segrete in seno alla Chiesa
San Bernardo di Chiaravalle e i Cavalieri Templari.

All'inizio del XII secolo una catena di eventi particolari, avvenuti nella
regione francese della Champagne, indica che le famiglie Rex Deus
stavano operando una forte influenza sulla Chiesa di Roma, i cui dogmi
detestavano. In prima battuta, paiono singolari alcune curiose decisioni
assunte dalla famiglia di un nobile quanto sconosciuto cavaliere, certo
Bernardo de Fontain, grazie alle quali le dinastie locali appartenenti alla
stirpe Rex Deus ebbero a guadagnare grande potere. Quando Bernardo
aveva rivelato alla famiglia la sua intenzione di diventare monaco
cistercense, lo shock era stato forte per tutti. Se dapprima la resistenza
a questa iniziativa era stata compatta, a un tratto, all'improvviso, per
motivi che non conosciamo, l'atteggiamento era completamente mutato
e la vocazione era stata addirittura caldeggiata. Perch, non solo il
contrasto era evaporato come neve al Sole, ma anche tutti gli altri maschi
della casata, parenti e amici stretti, si erano pure loro aggregati all'ordine
scelto da Bernardo, al punto che nel 1112 la bellezza di trentadue
fra parenti e conoscenti di Bernardo si erano fatti cistercensi(1).
Qualunque sia stata la spinta che port a questa singolare decisione 
indubbio che dovette essere alquanto forte e impellente. Questo improvviso
sbocciare di fervore religioso fra i membri delle famiglie Rex Deus
coinvolse anche il fratello pi anziano di Bernardo - l'erede dei beni di
famiglia, per intenderci -, i suoi due fratelli pi giovani e uno degli zii,
il cavaliere Gaudri di Touillon. Alla fine, il reclutamento dei numerosissimi
rappresentanti delle famiglie Rex Deus aveva fatto s che il numero
degli aderenti all'Ordine dei cistercensi quasi raddoppiasse nel giro di
pochissimo tempo(2). Ma, fatto ancora pi strano, la maggior parte di questi
nuovi adepti aveva rapporti di alleanza feudale con uno dei grandi
nobili francesi del tempo, il conte Ugo di Champagne.
La casa dei conti di Champagne non soltanto era fra le pi illustri della
ramificata dinastia dei Rex Deus, ma era riuscita a
ritagliarsi una vasta indipendenza e i suoi rappresentanti
governavano territori pi estesi
del Galles a est e sudest di Parigi. Si dichiaravano fedeli al re di Francia,
al Sacro Romano Impero e al duca di Borgogna ed erano imparentati
per stretti vincoli di sangue e matrimoni incrociati con la stirpe dei
re capetingi, i nobili normanni, i sovrani Plantageneti d'Inghilterra e i
St. Clair di Normandia e Rosslyn. Nel 1108, prima di partire alla volta
della Terra Santa, Ugo di Champagne aveva organizzato un grande incontro
fra tutti questi illustri personaggi, riunendo famiglie di impronta
Rex Deus provenienti da Joinville, Brienne,
Chaumont e Angi(3).
Il conte era fortemente coinvolto nella spiritualit gnostica e, proprio
sotto i suoi auspici e la sua protezione, l'illustre studioso ebreo Solomon
ben Isaac, meglio noto come Raschi, aveva fondato nel 1070 una
celeberrima scuola cabalistica a Troyes, uno dei centri pi vivi dal punto
di vista culturale dell'intera contea(4). Quando, nel 1115, il conte Ugo
era tornato da una visita in Palestina, la sua prima preoccupazione era
stata quella di donare all'Ordine Cistercense terre e possedimenti dove
fondare una nuova, grandiosa abbazia e riconoscerne in Bernardo de
Fontain l'illustre primo priore(5). Qui, Bernardo era stato subito raggiunto
dai due fratelli di un certo Andrea di Montbard, che sarebbe in seguito
diventato uno dei fondatori dell'Ordine Templare.

Bernardo di Chiaravalle.

Bernardo di Chiaravalle, cos come oggi lo conosciamo, assunse con
una rapidit quasi incredibile, un ruolo incontestabile di leadership all'interno
della Chiesa del suo tempo, diventando consigliere privato di
un papa che precedentemente era stato un suo allievo e abate e, soprattutto,
potendo esercitare un'immensa influenza su tutti gli affari della
Chiesa di Roma, estendendo il suo carisma presso re e sovrani, imperatori
e membri illustri della nobilt e dell'aristocrazia. Il suo coinvolgimento
nella dottrina e negli insegnamenti iniziatici era ben noto e, da
parte sua, non faceva nulla per mantenerlo segreto. Bernardo predicava
tramite sermoni e omelie, che traeva (se ne contano oltre 120) dal testo
biblico il Cantico dei Cantici, che la tradizione assegna alla sapienza di
re Salomone(6). Inoltre, la sua influenza si estendeva anche nella guida
spirituale di una confraternita iniziatica, la gilda dei cosiddetti Figli di
Salomone.
In men che non si dica, Bernardo era diventato uno degli uomini pi
potenti dell'Europa del XII secolo, e gioc, senza dubbio, un ruolo fondamentale,
per quanto misterioso, nella seconda fase della scalata al
potere assoluto delle dinastie Rex Deus, vale a dire la nascita, la creazione
e la strutturazione dell'Ordine dei Templari.
Nove anni dopo la fondazione dei Templari, Bernardo scriveva un discorso
Sull'Ordine - dal titolo In lode della Nuova Cavalleria - indirizzato
a Ugo di Payns, uno dei cofondatori e primo Gran Maestro. Nell'ultimo
paragrafo di questo documento si legge: Salve, terra di eterne
promesse, che un tempo generavi latte e miele per i tuoi fedeli e ora [il
corsivo  mio] offri il pane della vita e indichi al mondo intero il modo
per salvarsi(7).
Che cosa intendeva dire esattamente Bernardo con queste affermazioni?
Nella dottrina della Chiesa, il solo atto che aveva portato alla salvazione
dell'uomo era la Crocifissione ed era evidente che Bernardo, nel
suo ruolo di ufficiale e influente rappresentante ecclesiastico, non poteva
pensarla diversamente e su questo non possono esserci dubbi. Che
credere, allora? Si potrebbe immaginare che Bernardo avesse voluto fare
riferimento a qualcosa d'altro, per esempio, alla scoperta di una antica
conoscenza sacra, rimasta sepolta per secoli e ora ritrovata in qualche
luogo della Terra Santa. Documenti preziosi, oggetti di conoscenza
essoterica tornati alla vita grazie alla loro riscoperta da parte dei crociati
e dei Cavalieri del Tempio?
Nel cosiddetto rotolo di Rame venuto alla luce a Qumran in mezzo
agli ormai famosi rotoli del Mar Morto, vengono elencati alcuni luoghi
e siti segreti dove si riteneva fosse celato il famoso tesoro del Tempio di
Gerusalemme(8). Trattando argomenti cos delicati e importanti credo
che fosse poco economico e utile disporne di una sola copia, quella, per
l'appunto, rintracciata nel 1948 durante gli scavi presso il
sito di Qumran. Perch non immaginare che Bernardo abbia
potuto mettere le mani
su una copia di questo testo? Oppure che, nella sua qualit di membro
illustre della dinastia Rex Deus avesse accesso ad alti segreti iniziatici,
facenti parte delle tradizioni di famiglia?  stato ormai ampiamente
assodato che i nove membri fondatori dell'Ordine Templare, prima
di tornare in Europa, avevano avuto agio di trascorrere alcuni anni
di intense ricerche nelle segrete del Monte del Tempio(9). Certamente,
ben sapevano dove indagare e dove scavare. Una ricorrente tradizione
asserisce infatti che essi ebbero modo di scoprire uno straordinario e
unico tesoro, composto da numerosi, importanti documenti e oggetti,
fra cui la preziosa Arca dell'Alleanza(10). Un autore moderno, il principe
Michael di Albany, sostiene che i Templari riuscirono a mettere le mani
sopra documenti che costituivano il frutto di migliaia di anni di tradizioni
e conoscenze. Afferma anche che, fra questi documenti, ce ne sarebbero
stati alcuni in cui si sconfessava la realt della Crocifissione e
quindi della conseguente Resurrezione di Ges(11).

I Cavalieri Templari.

La vera storia della fondazione dell'ordine cavalleresco ovunque conosciuto
col nome di Cavalieri Templari continua ancora oggi a essere
avvolta nel mistero.  addirittura in discussione la data della fondazione
e il primo resoconto credibile di questo evento  datato una settantina
di anni dopo la presunta data di avvio. Lo troviamo nell'opera di uno
storico del tempo, Guglielmo di Tiro, il quale scrive che l'Ordine dei
Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone era stato fondato
nel 1118 da Ugo di Payns, Andrea di Montbard e da altri sette cavalieri.
L'Ordine era anche noto come Milizia di Cristo e, stando alla leggenda,
era stato costituito per proteggere i fedeli e i pellegrini lungo le
strade che portavano alla Terra Santa(12). Inutile sottolineare che i due
membri pi illustri - Ugo di Payns e Andrea di Montbard, imparentati
sia con il duca di Borgogna che con Bernardo di Chiaravalle che era loro
zio - erano vassalli del potente duca di Champagne(13).
Stando ad alcuni antichi documenti rintracciati presso il municipio del
piccolo Principato di Seborga, nel nord dell'Italia, Bernardo di Chiaravalle
avrebbe fondato proprio in quell'enclave un'abbazia destinata in
modo esclusivo a custodire i grandi tesori portati in Europa dalla Terra
Santa e a mantenere protetto un grande segreto. All'interno di questa
comunit - guidata dal priore, l'abate Edoardo - vi erano due monaci
che avevano aderito all'Ordine Cistercense assieme con Bernardo:
Gondemar e Rossal. In un documento d'archivio, si attesta che nel febbraio
del 1117 Bernardo in persona aveva fatto visita all'abbazia col
preciso compito di sciogliere dai voti Gondemar e Rossal. Qualche
tempo dopo - nel novembre del 1118 - questi due ex monaci venivano
benedetti da Bernardo mentre erano sul piede di partenza per la Terra
Santa, unitamente a Ugo di Payns, Andrea di Montbard e gli altri cinque
cavalieri che avrebbero fondato l'Ordine dei Templari: Pagano di
Montdidier, Goffredo di St. Omer, Arcibaldo di St. Amand, Goffredo di
Bisol e il conte Ugo di Champagne. Lo stesso documento ricorda anche
che era stato Bernardo a nominare Ugo di Payns primo Gran Maestro
della Povera Milizia di Cristo e che quella investitura era stata benedetta
dal priore Edoardo dell'abbazia di Seborga(14).
Questo racconto - per quanto non confermato da altra fonte indipendente
- sarebbe per perfettamente in linea con il fatto che Ugo di
Champagne avrebbe contributo in modo decisivo alla nascita e fondazione
del tanto controverso Ordine Templare. In poche parole, tutti coloro
che presero parte alla fondazione dell'Ordine avevano qualche legame,
pi o meno stretto, con rami delle famiglie Rex Deus. Da parte
sua, Ugo di Payns apparteneva a un ramo cadetto della casa dei conti di
Champagne.
Una volta a Gerusalemme, al neonato Ordine erano stati assegnati alloggiamenti
e quartiere generale nell'antico sito dove un tempo si ergeva
il Tempio di Salomone, da cui anche il loro nome. Qui, i membri fondatori
avevano trascorso circa nove anni in scavi e ricerche(15), sotto l'alto
patronato del re di Gerusalemme. Gli scavi dei Templari vennero rinnovati
in epoca recente (primi anni del XX secolo) dal luogotenente Warren,
del genio militare inglese. Warren ebbe modo di scavare ed esplorare
alcuni cunicoli verticali che scendevano per oltre 25 m per poi sfociare
in una serie di altri tunnel e stanze che si diramavano e aprivano al di
sotto delle fondamenta dell'antichissimo Tempio. Qui Warren e i suoi
collaboratori erano ancora riusciti a trovare alcuni manufatti di stampo
templare come una spilla, il resto di una lancia, una piccola croce e una
spada. Nulla era invece trapelato in merito a quanto i primi scavi avevano
portato alla luce.
Tuttavia, scolpito su un piastrino del portale settentrionale della cattedrale
di Chartres esiste un'indicazione che potrebbe essere significativa:
l'Arca dell'Alleanza che viene trasferita
a bordo di un carro(16).
Stando a una leggenda ricorrente, Ugo di Payns sarebbe stato prescelto
dai compagni come custode e protettore dell'Arca nel suo lungo e periglioso
viaggio di trasferimento in Europa(17).
Una volta terminati gli scavi, i Templari avevano fatto rientro in Europa.
Su esplicita richiesta di Ugo di Payns, il re di Gerusalemme, Baldovino
II, aveva scritto a Bernardo di Chiaravalle chiedendogli di intercedere
formalmente presso la sede papale per il riconoscimento ufficiale dell'Ordine.
D'altra parte, Bernardo era il primo e pi fidato consigliere del
papa Onorio secondo, che in giovent era stato un suo allievo(18). E cos Ugo di Payns e i suoi fedeli compagni cofondatori dell'Ordine avevano fatto  rotta per la Provenza. Da qui si erano spinti in Inghilterra dove si erano fermati in Scozia, dando origine alla casata dei St. Clair di Roslin. In Scozia,
il re Davide aveva elargito al nuovo Ordine vasti appezzamenti di
terreno nei dintorni di Ballantradoch, che era diventato il quartier generale
dell'Ordine presente in Scozia, tanto da essere rinominato Temple.
All'Ordine vennero affidate molte altre terre oltre a quelle scozzesi, in
Inghilterra, Champagne e Provenza. Ai possedimenti terrieri erano poi
seguite donazioni di castelli, citt, fattorie e villaggi, sparsi un po' ovunque
in tutta Europa. Intanto, l'Ordine Templare veniva fortemente sostenuto
da Bernardo e dal papa(19), che lo benediceva. All'uopo, il papa
aveva dato ordine al legato vaticano, il cardinale Matteo d'Albano, di
convocare un concilio ecclesiastico, perch, alla presenza dei massimi
dignitari della Chiesa, l'Ordine venisse ufficialmente riconosciuto anche
con la formale assegnazione di compiti di natura religiosa. Il concilio
venne aperto il 14 gennaio 1128 a Troyes e il 31 dello stesso mese
Ugo di Payns e i suoi compagni vennero convocati per comparire di
persona al cospetto del concilio riunito, al fine di ricevere
la loro Regola dalle mani dello stesso Bernardo di
Chiaravalle, che ne era stato l'estensore(20).
Dieci anni dopo questo avvenimento decisivo, il papa Innocenzo II
emanava la bolla intitolata Omne datum optimum in cui, per il tramite
della figura del suo Gran Maestro, l'Ordine veniva sottomesso all'autorit,
unica e sola, del papato ed affrancato dalla servit nei confronti di
vescovi, arcivescovi, imperatori e re. Questa clausola rendeva all'Ordine
Templare un'autonomia straordinaria, pressoch unica nel pur vasto
panorama delle istituzioni cavalleresche e religiose del mondo cristiano
di quel tempo. E cos, grazie a questo provvedimento, i Templari poterono
diventare in un tempo brevissimo l'ordine militare-religioso pi
forte, influente, potente e ricco d'Europa.
Stilando la Regola dell'Ordine, Bernardo aveva previsto una specifica
obbedienza da parte degli adepti a Betania ed alla casa di Maria e Marta(21).
Questa singolare precisazione corrobora un'opinione da tempo
condivisa da molti studiosi, ovvero che la realizzazione delle grandi cattedrali
gotiche di Notre-Dame sia stata finanziata o, per lo meno, fortemente
voluta, dai Cavalieri Templari e che in realt queste immense chiese
fossero dedicate non tanto a Maria, la madre di Ges, quanto a Maria
Maddalena, la compagna di Cristo, simbolo della sapienza divina.
Sappiamo che nella tradizione nazorea, Maddalena viene sempre descritta
come vestita di nero, esattamente come erano solite vestirsi le sacerdotesse
di Iside, avendo sul capo la corona di stelle della Sophia, mentre il
divino fanciullo portava quella dorata simbolo della sua regalit.

La crescita dell'Ordine Templare.

A partire dal 1140 i Templari incominciarono a insediarsi anche in Portogallo
e a ricevere le prime donazioni territoriali nella parte orientale
della Spagna. In breve erano diventati cos potenti e attrezzati da riuscire
a sostenere eserciti e mercenari in grado di opporsi agli infedeli musulmani
contemporaneamente su due fronti: quello della Terra Santa e
quello della penisola iberica.
Immediatamente dopo il trionfale concilio di Troyes, la popolarit dell'Ordine
era cresciuta in modo esponenziale e le donazioni di terreni,
possedimenti, citt, castelli e villaggi erano state cos copiose che a volte
gli stessi Cavalieri non erano in grado di poterne prendere possesso o
di presidiarli per mancanza di uomini.
Il compito principale dei Templari consisteva comunque nella difesa
del regno cristiano di Gerusalemme. Tutti i giovani Templari in grado
di potersi arruolare venivano spediti in Oriente appena
possibile, seguendo l'esempio del loro illustre Gran Maestro;
Ugo di Payns ci era
andato, accompagnato da oltre 300 cavalieri reclutati presso le pi nobili
e aristocratiche famiglie europee, e aveva fatto ritorno in Terra Santa
nell'anno 1129(22). Se solo ci fermiamo per un attimo a pensare quale
tremendo sforzo organizzativo doveva costare preparare, armare e predisporre
al lungo viaggio gruppi cos consistenti di uomini e soldati,
convocandoli da ogni angolo d'Europa in un punto di ritrovo unico, per
poter quindi passare in Terra Santa, ci rendiamo conto di quanto le famiglie
Rex Deus fossero potenti e capaci di portare a buon fine progetti
anche a lunga scadenza e molto articolati.
Il combattivo Ordine dei Cistercensi, che aveva conosciuto una nuova
fioritura dopo che Bernardo e i suoi compagni erano entrati nelle sue file,
visse anch'esso uno straordinario periodo di espansione. Durante la
vita di Bernardo furono fondate 300 nuove abbazie, il pi rapido sviluppo
che un ordine monastico abbia mai avuto, prima e dopo di allora.
Inoltre, almeno finch fu in vita Bernardo, i Cistercensi e i Templari
erano considerati come due braccia dello stesso corpo: contemplativo e
monastico il primo, militare l'altro, che costituiva la forza della medesima
organizzazione.
In Europa nazioni e regioni come la Francia, la Provenza, la Champagne,
il Bar, l'Inghilterra, la Toscana e il territorio dell'attuale
Linguadoca-Rossiglione francese divennero presto i punti
nevralgici e strategici
degli stanziamenti templari, unitamente al regno di Aragona e della Galizia
in Spagna, alla Normandia, a nazioni come il Portogallo e la Scozia,
e a tutte le altre del Sacro Romano Impero. All'acme del loro potere,
i Cavalieri Templari possedevano territori che andavano dal Mar Baltico
alle coste del Mediterraneo, da quelle dell'Oceano Atlantico alle rive
della Terra Santa. In altri termini, possiamo tranquillamente affermare
che furono i precursori delle grandi multinazionali odierne.
Un consulente manageriale, il professore americano S. T. Bruno, descrive
l'organizzazione dell'Ordine con queste parole:
La realt  che i Templari gestivano una rete mondiale di luoghi, fattorie, porti,
villaggi e centri finanziari potentissimi. Nella Valle del Giordano spremevano le
olive per ottenere l'olio; in Francia coltivavano l'uva per dell'ottimo vino; in Irlanda
moltiplicavano le greggi per ottenere la pregiata lana. L'agricoltura, per
quanto importante, non era dunque la loro sola attivit. Possedevano flotte che attraccavano
ad Edessa e trasferivano frotte di pellegrini attraverso il Mar Mediterraneo;
fiumi di persone che si muovevano dalla Lombardia ad Acri. Sempre loro
avevano inventato l'antesignano del traveller cheque a uso e consumo di chi
viaggiava ed erano i primi finanziatori di re e sovrani. Anche se si potrebbe immaginare
che, come da statuto, il loro compito fondamentale fosse quello di proteggere
militarmente le strade che portavano alla Terra Santa, in realt l'Ordine si
occupava di una straordinaria quantit di cose e di affari diversi(23).
In effetti, non risulta agevole immaginare che in tempo medievale, potesse
esistere un organismo internazionale cos organizzato, grandioso,
vasto, onnipresente, capace oltre che di gestire affari e mercati finanziari
anche di scendere sul campo di battaglia. Eppure i Templari ci riuscivano
brillantemente, anche se, ancora oggi, alcuni opinionisti all'interno
della Chiesa sostengono che i Cavalieri Templari erano dei rozzi
illetterati! Stando a Bruno, per oltre 180 anni, quasi due secoli, i Templari
riuscirono a gestire tutta questa complessa organizzazione in modo
unico e straordinario, inventandosi una managerialit cos sofisticata
da poter essere paragonata solamente a quella di questi nostri convulsi
giorni di modernit(24).
 evidente che un'organizzazione cos articolata non avrebbe potuto
svilupparsi e sostenersi non fosse stata supportata da un'altrettanto robusta
organizzazione finanziaria ed economica(25), con ci aggiungendo
al gi ricco panorama delle conquiste e delle capacit di questi guerrieri
illetterati un ulteriore merito. I Templari curavano il trasferimento o
lo spostamento di grandi quantit di oro e denaro nei vari paesi del continente,
al fine di finanziare e sostenere la campagna militare in Terra
Santa e diventarono in breve i finanziatori privilegiati non solo della nobilt,
ma anche di quella classe intermedia che sarebbe poi diventata la
ricca borghesia di mercanti e commercianti. Utilizzavano un metodo ingegnoso,
mediato dai contatti avuti in Oriente con il movimento dei
Sufi dell'Islam. Si trattava della cosiddetta nota al portatore, una sorta di
assegno che aveva validit internazionale e che veniva pagato sulla fiducia,
consentendo a chi viaggiava di non portarsi appresso del denaro,
ma di poterlo riscuotere una volta giunto a destinazione. I Templari prestavano
denaro a mercanti, nobili, principi, prelati, cardinali, re e imperatori
e tutte le loro operazioni economiche e finanziarie erano garantite
da un marchio di correttezza, onest, limpidezza e sicurezza. Non ci
volle molto che diventarono la pi potente e ricca istituzione del mondo
cristiano del tempo, i cui immensi profitti venivano destinati a uno e
uno solo scopo: la difesa assoluta del regno di Gerusalemme, la citt
santa.
Come detto, i possedimenti, i castelli, le fortezze, le chiese, i villaggi
dei Templari - quella singolare mescolanza di preti-guerrieri, monaci e
banchieri - erano presenti in ogni angolo d'Europa, la maggior parte
strategicamente situata lungo le rotte commerciali e di pellegrinaggio
pi battute. Molti di questi siti sono ancora oggi identificabili con una
certa sicurezza perch la traccia della loro derivazione templare non 
andata perduta. In Inghilterra, per esempio, troviamo Temple, in Cornovaglia;
Templecombe, nel Somerset; a Londra, il cuore dell'Ordine,
Inner Temple. Nel Galles incontriamo Templeton e Temple Bar
nella contea del Dyyfed. In Scozia, Temple - una volta
chiamata Ballantrodoch - nel Midlothian; Temple nello
Strathclyde; Templehall nel Fyfe e Templand nella regione del Dumfries-Galloway; mentre in Francia - la
nazione dove l'Ordine vantava il maggior numero di possedimenti -
troviamo Doncourt-le-Templiers, Templehof et Colmar, Bureles-Templiers,
Moissy-le-Temple e Ivry-le-Temple(26), per non citarne che alcuni.
Ovviamente, anche altre nazioni come il Portogallo, la Spagna, la Germania
vantano il loro discreto numero di preesistenze templari a sostegno
di quella parte della loro storia collegata alle imprese dell'Ordine.
In effetti, l'Ordine dei Cavalieri Templari divenne in pratica pi ricco e
potente di qualsiasi regno d'Europa, per quanto florido fosse. Fra i possedimenti
militari vi erano molte postazioni strategiche e fortificate, collocate
proprio a ridosso delle maggiori strade del Continente, che con il
loro operato le milizie templari tenevano sicure. Con questo mezzo, i
Templari contribuivano, per quanto possibile, a creare e diffondere quel
clima di tranquilla pace, ovviamente ben accetto soprattutto dalle gilde
mercantili e commerciali, ai cui rappresentanti era ora possibile coprire
distanze di gran lunga superiori a quelle percorse fino a quel momento.
Come diretta conseguenza di tutto questo, l'Europa assistette a una
vera e propria esplosione di benessere, fondato sulla sicurezza nel trasferimento
delle merci, nella certezza dei mercati, nella crescita economica
diffusa, con grande vantaggio delle classi mercantili, avviate a
sviluppare quella nuova strada d'interessi e di liberi scambi che possiamo
a buon diritto ritenere antesignana del capitalismo. Ed anche in
questo caso, assai stranamente, tutto questo progresso venne attuato dai
Templari coniugando con grande abilit programmazione strategica di
sviluppo e, al suo opposto, conoscenze esoteriche e gnostiche.
Va da s che l'esplosione della ricchezza maturata dall'Ordine nel breve
arco di meno di due secoli non pu essere in alcun modo paragonata
con il movimento e le attivit di tutti gli altri organismi che l'avevano
preceduto: l'abisso che li separava copriva secoli, non decenni. Eppure,
tutte le volte che si affronta questo problema sembra che non lo si voglia
mai sviscerare fino in fondo, che non si abbia intenzione di valutare
quali siano effettivamente state le condizioni favorevoli che ebbero il
potere di innescare una cos straordinaria situazione, offrendo risposte
scontate, di scarso peso, se non addirittura cercare di nascondere il problema
sotto il tappetino, come certa gente fa con la polvere. Dopo la
terribile soppressione dell'Ordine, tutti i cavalieri erano stati oggetto di
persecuzione, le loro testimonianze i loro diari di vita distrutti dagli
sgherri dell'Inquisizione. Ma qualcosa ebbe comunque a salvarsi.  per
questo che ci  ancora stato possibile mettere insieme un
quadro sufficientemente coordinato, sebbene in parte
incompleto, di ci in cui i
Templari credevano e del simbolismo da essi adottato, come per esempio
quello segreto, disseminato non solo nelle grandi cattedrali
innalzatesi per loro volere e grazie ai loro finanziamenti, ma
anche nelle chiese
meno importanti, nei luoghi di preghiera dedicati ai santi e ai culti a
cui i Templari erano particolarmente legati.

Le croci templari.

Il primo simbolo assunto dai Cavalieri del Tempio come loro intimo segno
di riconoscimento, non fu la croix patte come qualcuno 
solito credere e che da sempre  associata all'Ordine,
conosciuta per
l'appunto come croce templare. La prima insegna era stata un'altra e diversa
croce, quella di Lorena(27). Questa particolare croce era stata
assegnata all'Ordine dal patriarca di Gerusalemme, guarda caso, un altro
parente di Bernardo di Chiaravalle, un suo cugino, per la precisione.
La croix patte(28) era entrata in uso soltanto qualche anno appresso.
Poi il papa Eugenio III aveva consacrato all'Ordine una terza croce ancora,
detta delle otto beatitudini(29), a far data dal 1147. Si
trattava di
una croce pressoch identica nella forma a quella gi in dotazione all'Ordine
cavalleresco per antonomasia rivale dei Templari, i Cavalieri Gerosolimitani
di San Giovanni, meglio noti come Ospedalieri. Questi ostentavano
una croce bianca, mentre quella templare era rossa. Ma i membri
templari pi eminenti non si erano mostrati niente affatto soddisfatti di
questa faccenda e cos avevano segretamente concordato che,
per non dispiacere al Vaticano, avrebbero conservato quella croce, ma con qualche
modifica, ricavando un nuovo simbolo in una croce dai bracci lievemente
curvati, grafica perfetta che, fra l'altro, rivelava una volta di pi quanto
fossero addentro alla conoscenza della geometria sacra.
I Templari facevano uso di questa croce come strumento geometrico
per la suddivisione in parti regolari del cerchio. Un
bell'esempio si trova nel disegno di progetto utilizzato come base per la realizzazione della
Cappella di Rosslyn(30).
Cos la croce possedeva una duplice valenza: a livello esoterico costituiva
un segno di riconoscimento; a livello essoterico indicava la padronanza
di manipolare le tecniche della geometria e delle costruzioni sacre.
Un'altra croce templare ricca di un profondo significato gnostico era
la croce discoide o croix cleste(31). Quest'altra particolare croce
- che compare sulla copertina di un mio precedente libro dedicato
all'analisi della Cappella di Rosslyn(32) - indicava l'applicazione universale
dei concetti della sacra gnosi o sapienza segreta, in diretta allusione
al sentiero esoterico di illuminazione spirituale imboccato dai
Templari. Infine, ogni sigillo templare conteneva in qualche modo nel
suo insieme o disegno un'altra croce ancora la cosiddetta
croix templire terrestre, una forma squadrata della croix
patte.
Tutte queste sagome tipiche delle croci templari sopravvissero all'Ordine.
Una  quella poi adottata dall'Ordine di Cristo, ossia la croce scelta
in Portogallo dall'ordine cavalleresco subentrato a quello templare
perseguitato. Si tratta di quella croce che Colombo portava in bella vista
impressa sulle vele delle sue caravelle, quelle navi che nel 1492 lo fecero
approdare sulle coste del Nuovo Mondo, quelle stesse croci, in definitiva,
che ornavano in modo vistoso tutte le navi della potente flotta del
sovrano portoghese Enrico, detto il Navigatore. Esistono molte e molte
versioni della croce distintiva dei Templari, mi sono limitato a segnalarne
solamente alcune, quelle senza dubbio pi importanti e diffuse.
 I sigilli templari.

I Templari, essendo iniziati gnostici, non condividevano il dogma della
salvezza individuale delle anime, ma preferivano pensare a una salvazione
finale che contemplasse interi gruppi umani e nazioni. Da pi parti
si  detto che il loro vero scopo era riportare in auge nel mondo l'autentico
messaggio gnostico, quello capace di dare unit alle grandi
religioni rivelate, cristianesimo, giudaismo e islamismo(33). Per nostra fortuna,
un'altra consistente serie di oggetti e rappresentazioni giunti fino a
noi ci consente di calibrare ancor meglio le nostre conoscenze sull'Ordine
e sulle sue concezioni dualistiche gnostiche. Mi riferisco ai numerosi
simboli dei sigilli templari che sono sopravvissuti e sono stati analizzati
in numerosi libri sull'argomento.
Il concetto di dualismo era sempre presente nella simbologia artistica
templare. Un esempio tipico ci viene offerto dalla scultura dei due fratelli
cavalieri, ripresi dietro al grande scudo normanno a forma di mandorla
- il cosiddetto escarboucle - che decora le facciate occidentali delle
cattedrali gotiche di Chartres, Reims e Amiens. Altre riprove
sono il sigillo che riprende due cavalieri in groppa allo stesso destriero, il semplicissimo stendardo templare che veniva portato in
battaglia, il beauseatit, diviso in bianco e nero, e anche il fatto che moltissimi
fra i possedimenti dell'Ordine erano gemelli, ovvero doppi.
Tutte queste duplicit sono state intese da alcuni studiosi come un richiamo
ai gemelli divini della paganit Castore e Polluce, come il duplice
volto del dio Giano, ma anche - ipotesi forse pi credibile -
come raffigurazione dei due gemelli divini della cristianit: Ges e il fratello
Tommaso Didimo(34).
Un altro sigillo templare di indubitabile origine gnostica  quello su
cui compare una figura detta Abraxus. Questo sigillo, usato
dal Gran Maestro per evidenziare quei documenti che oggi, modernamente,
potremmo definire top secret o altamente confidenziali,
trattiene in s un simbolismo gnostico del tutto inaccessibile e incomprensibile
da parte dell'ortodossia cristiana. Trova certa radice nella
tradizione ermetica greca. A volte faceva le veci dell'antico simbolo
della sapienza sacra, il mitico serpente che, volgendosi su se stesso, si
morde la coda. Il grande esperto di esoterismo del XIX secolo, Eliphas
Levi, riteneva che i Templari si considerassero ...i soli e autentici depositari
dei pi grandi secreti religiosi e sociali... custoditi per evitarne
la contaminazione e la corruzione da parte del tempo e del potere(35).
Levi sviluppa ancor di pi questa idea quando scrive:
I successori degli antichi rosacrociani, modificando poco a poco gli austeri e ieratici
metodi dei loro predecessori e compagni lungo il sentiero dell'iniziazione, si
trasformarono in una setta mistica, trovando comunione con molti fra i Templari,
al punto che, a un certo momento, le due diverse, ma simili, concezioni, mescolandosi
fra loro in una sola, erano assurte come il solo ricettacolo autentico dei
profondi segreti racchiusi e celati all'interno del Vangelo secondo Giovanni(36).
C' forse qualcuno che si stupisce che, naturalmente, gli antichi rosacrociani
cui si riferisce Levi altri non erano che i rappresentanti delle
vetuste e segrete famiglie Rex Deus? L'autore inglese Graham
Hancock scrive: ...la ricerca che ho condotto all'interno delle credenze e
del comportamento di questo davvero strano gruppo di monaci guerrieri,
mi ha convinto che essi riuscirono a mettere le mani o ereditare
un'antica tradizione sapienziale(37).
Attraverso le dinastie Rex Deus era cos stato possibile mantenere un
contatto continuo e mai spezzatosi con la saggezza della tradizione biblica
di Israele e, per il suo tramite, con quella ancora pi antica dell'Egitto.
Tutti i sigilli templari riflettevano questo indubbio influsso, anche
se tendevano, per ovvi motivi, a camuffarlo sotto sembianze cristiane. I
sigilli che riportavano l'immagine dell'agnello pasquale, per esempio,
a una prima, veloce occhiata sembrano perfettamente canonici, ma se
solo si fa pi attenzione, si nota che la croce che compare alle spalle
dell'agnello non  quella di Cristo, bens quella del suo predecessore,
Giovanni il Battista. Altri sigilli sui quali si credeva fosse raffigurato
il Tempio di Salomone, in realt riportavano un edificio
ben diverso: la moschea di Al Aqsa. Evidentemente, queste lievi, a
volte impercettibili, differenze, erano appositamente volute dai Templari,
avendo una valenza sia gnostica che un valore simbolico nel continuo
perpetuare la fondazione dell'Ordine e nel riconoscerne l'assoluta
supremazia.
Altri simboli significativi erano la falce lunare, la stella di mare e il giglio
(fleur-de-lys), tutte immagini da sempre associate alla tradizione di
una conoscenza antica ed esoterica. Queste, in sintesi, alcune fra le
simbologie templari pi diffuse e comuni, anche se camuffate. Figurazioni
riconoscibili soltanto dagli iniziati in quanto icone di una sapienza
iniziatica che veniva ricordata e confermata nei sigilli di approvazione
apposti su ogni documento rilasciato dall'Ordine.

Gli edifici templari.

Nel corso della loro storia i Cavalieri Templari furono artefici di grandi
costruzioni: comanderie e commende, casematte, edifici fortificati,
grandi fattorie, castelli, fortilizi, porti, prigioni, cappelle, chiese e cattedrali.
Per la maggior parte si trattava di costruzioni di ordinaria amministrazione,
caratterizzate a volte da qualche riferimento specifico all'Ordine
nelle lavorazioni dei capitelli, delle colonne e nulla pi. Le
chiese erano solitamente a pianta squadrata e di piccole dimensioni,
terminanti con un'abside rivolta a Oriente. Quelle circolari erano rare e,
di norma, ricche di allusioni cabalistiche di difficile interpretazione.
L'attribuzione all'Ordine di questi edifici genera da due osservazioni
nodali: dalla consultazione degli archivi storici, dove, per l'appunto, si
attribuiscono queste attivit ai Cavalieri del Tempio (atti di donazione o
vere e proprie fatture per lavori effettuati) e dal caratteristico modo costruttivo
con cui venivano eretti questi edifici di varia natura. Da questo
punto di vista l'attribuzione non risulta sempre agevole, dal momento
che a volte si  attribuita una paternit templare a costruzioni che in
realt non la potevano vantare.
Lo studioso francese J. A. Durbec ha stabilito quelli che vengono considerati
i parametri distintivi di valutazione, anche se, in una materia
delicata come questa, le discussioni e i contrasti non mancano mai. Secondo
il suo giudizio sono almeno sei i segni che autenticano un genuino
edificio di matrice costruttiva templare. Essi sono:
1. La stella: sculture della stella a cinque punte.
2. I due fratelli sullo stesso cavallo: sculture del sigillo templare dei
due fratelli che galoppano sullo stesso destriero.
3. La rappresentazione del sigillo templare noto come agnus Dei: un
agnello pasquale, dotato o meno di aureola, che trattiene fra le zampe
una croix patte.
4. Il Mandylion: la rappresentazione stilizzata del volto di Cristo impresso
sopra un telo, tipo quella che si pu ammirare nella Sindone di
Torino o nel velo della Veronica.
5. Una colomba in volo che tiene nel becco un ramoscello d'olivo.
6. La croce floreale: una croce di origine orientale dalla forma particolare(38).
Come il lettore sa, sono tutti simboli che appartengono alla tradizione
iconografica cristiana e dunque non  cos strettamente rigoroso immaginare
che la loro presenza possa certificare in modo assoluto una validazione
templare, specie se presenti uno solo alla volta. Chiaramente, in
questi casi,  la valenza prettamente cristiana che prevale. Tuttavia, nei
casi in cui queste simbologie compaiano assieme e in edifici costruiti in
un arco di tempo compreso fra il 1127 ed il 1307  ragionevole ritenere
che si tratti proprio di costruzioni nate sotto l'egida templare.

Il culto di san Giovanni Battista.

L'origine dell'importanza attribuita dai Templari alla figura di san
Giovanni Battista sta non solo nel fatto che era stato il precursore di
Ges, ma anche nella frase del Vangelo gnostico di Tommaso dove parlando
di Ges si pu leggere: Fra i nati da uomo, da Adamo a Giovanni
il Battista, non vi  alcuno superiore a Giovanni, nessuno che davanti
a lui non debba abbassare lo sguardo(39).
In tutti i territori un tempo posti sotto la giurisdizione
templare e soprattutto in Linguadoca e Provenza, sono numerosi
i luoghi di culto dedicati
a san Giovanni Battista. A Trigance, nella Provenza centrale, la
piccola chiesa  oggetto di un fatto singolare: nel giorno dedicato al
santo - cui  consacrata la chiesa - un raggio di luce penetra attraverso
uno spazio prestabilito all'interno di una finestra e va a cadere con
estrema precisione proprio sull'altare, andando a definire un raggiante
globo dorato. In molte chiese e cappelle del Sud della Francia, le statue
o le sculture che riprendono l'immagine del Battista sono numerose e
prevalenti, mentre non compaiono quasi mai scene della Crocifissione.
Molti di questi posti sono anche famosi per la loro simbologia alchemica,
oppure per il culto dedicato alla Madonna o Vergine Nera, argomento
di cui ci occuperemo con attenzione in un successivo capitolo.
Questa speciale venerazione per il Battista non si registra soltanto nel
Meridione francese, dal momento che uno dei luoghi pi straordinari a
lui dedicati sta a nord, nella citt di Amiens.
Questa cattedrale - detto per inciso, la pi grande di Francia -  il
gioiello della citt di Amiens e si spinge in alto, verso il cielo, con una
volta che supera i 40 metri di altezza. La facciata occidentale  dominata
da due sculture che fanno riferimento diretto alla sapienza segreta
della tradizione iniziatica del passato. La prima  una statua che raffigura
Ges, conosciuta come il Beau Dieu di Amiens, che poggia i piedi
su di un leone e un drago(40). Con Ges  simboleggiata anche la wouivre,
l'energia sottile tellurica conosciuta dai druidi, la cui effettiva realt
pu essere riscontrata tramite le tecniche rabdomantiche. La seconda
scultura raffigura l'adepto supremo per eccellenza dell'Antico Testamento,
il re Salomone, collocato subito sotto Ges. Sulle pareti che
contornano i tre ingressi della facciata occidentale compaiono delle forme
a quadrifoglio dentro le quali spiccano simboli alchemici, in riferimento
evidente alla trasmutazione simbolica del vile metallo nel nobile
oro, all'autentico valore dell'antica tradizione sapienziale iniziatica come
simbolo della trasformazione dell'umanit nell'oro purissimo dell'illuminazione
dello spirito(41).
Lo scrittore francese di misticismo Francis Cali scrive che viaggiando
da Chartres ad Amiens ci si rende conto di un'impalpabile, impercettibile
transizione, il passaggio dall'amore di Dio a quello della Sapienza
- che si manifesta nell'ordine, nel numero e nell'armonia - che
pu paragonarsi e accostarsi a Dio, pur egli non essendo soltanto questo(42).
Le qualit dell'ordine, del numero e dell'armonia sono tutti attributi
della dottrina della sacra gnosi templare. La cattedrale di Amiens,
un meraviglioso, inarrivabile capolavoro di spazio, pietra e
luce mirabilmente architettati fra loro, non era soltanto un monumento creato per
celebrare il principio cardine della gnosi, la Sophia o la saggezza sacra,
ma anche un luogo dove poter conservare la pi preziosa fra le reliquie
preservate dai Templari: la teca contiene la testa decollata di Giovanni
il Battista. Stando allo studioso templare Guy Jourdan di Provenza questa
reliquia sarebbe l'autentica vrai tte Baphometique Templier, cio il
Baphomet, la mitica testa venerata dai Cavalieri del Tempio.
Nel transetto della cattedrale, una serie di pannelli scolpiti e policromi
offre scene di vita relative alla vita di Giovanni il Battista. Un tema,
questo, che compare ripetuto sulla parete esterna del coro, decorato in
modo mirabile con altre sculture in bassorilievo dedicate alla vita e alla
morte, compresa, ovviamente, la scena della decollazione, ma in questo
caso la testa  trapassata da un lungo coltello. Il vero significato di questa
allusione non  chiaro, ma sembra avesse a che fare con le sepolture
dei Templari e con le loro pratiche funebri. In una chiesa templare a
Bargemon, sempre in Provenza, una parte del pavimento  stata proprio
di recente sostituita con delle lastre trasparenti per consentire di osservare
la cripta sotterranea dove sono custodite alcune tombe di cavalieri
templari. Vi si trovano anche file ordinate di femori e crani. In particolare
si pu notare che tutti i teschi sono forati come se avessero subito
la stessa sorte di quello del Battista visibile nel coro della cattedrale di
Amiens.
Nelle regioni francesi anticamente impregnate di templarismo ancora
oggi si festeggia con grande enfasi la festivit di san Giovanni il Battista.
Non si deve inoltre dimenticare che anche la Fratellanza massonica
- al pari dei Templari - teneva in grande considerazione due santi nel
ruolo di protettori assoluti: san Giovanni l'Evangelista e san Giovanni
il Battista, i due Giovanni. E ora la spontanea domanda che sorge : come
fecero i Templari a mantenere nel segreto per cos tanto tempo queste
loro convinzioni e credenze eretiche?

Il cerchio del comando.

Come abbiamo detto, l'Ordine dei Cavalieri Templari venne fondato
da membri illustri delle famiglie Rex Deus, abituate nei secoli a dissimulare
per evitare le continue, feroci persecuzioni. Sin dall'inizio,
l'Ordine si identific come un'organizzazione militante ligia alla Chiesa.
Ed  effettivamente probabile che la maggior parte dei maggiorenti,
dei militanti, dei sergenti, degli ausiliari e dei semplici militi fosse di
acclarata e indiscussa fede cristiana. Tuttavia,  indubbio che l'autentica
forza dell'Ordine derivava dal fatto che al proprio interno i segreti
venivano conservati gelosamente, come, per esempio, occulta restava
la matrice eretica e gnostica abbracciata dai fondatori dell'Ordine,
mentre in apparenza il credo templare risultava canonico e rispettoso
dei dettami della Chiesa.
Gli studiosi francesi Georges Caggar e Jean Robin scrivono: L'Ordine
dei Cavalieri del Tempio era costituito da sette strati o cerchi esterni
dedicati ai misteri minori, e di tre altri cerchi interni corrispondenti
all'iniziazione ai grandi misteri. Questo nucleo centrale era composto
da settanta cavalieri, i pi illustri...(43).
Che cosa in realt distinguesse o che cosa fossero i piccoli e i grandi
misteri non  ancora stato chiarito, tuttavia  ragionevole ipotizzare che
essi rappresentassero la stessa divisione o distinzione che esisteva fra le
conoscenze minori e supreme all'interno dell'alchimia, dove ovviamente
i grandi misteri erano prerogativa di conoscenza soltanto degli
adepti ai pi alti gradi. In questo modo, gli adepti devotamente cristiani
dell'Ordine appartenevano ai circoli esteriori e quasi mai potevano
avere accesso ai misteri dei cerchi pi interni. L'lite decisionale era ristretta
ai soli membri delle dinastie Rex Deus con la possibile, sebbene
rara, aggiunta di altri - attentamente selezionati - esterni che avevano
dato ampia prova di essere all'altezza e, soprattutto, rispettosi dei capi
carismatici riconosciuti. In tutti i modi, il nucleo centrale, quello del
comando, era composto sempre e soltanto da membri di casate appartenenti
alla schiatta Rex Deus. Si trattava di personaggi dediti allo studio,
alla ricerca dell'illuminazione e della sacra conoscenza; gestivano lo
stesso ruolo dei loro antichissimi antenati egizi ed ebrei dei quali cercavano
di sfruttare le conquiste spirituali, al fine di migliorare la qualit
della vita delle comunit all'interno delle quali vivevano e operavano,
oltre a mantenere il predominio su quella che per loro era l'eredit pi
sacra e preziosa, vale a dire la Terra Santa.
 Note.
1. Michel Kluber, Une Vie par Reforme l'Eglise, pubblicato in Bernard de Clairvaux, Editions
de l'Argonante.
2. Ibid.
3. Recueil des Historians, volume 15, n. 245, p. 162.
4. Haim Beinhart, Atlas of Medieval Jewish History, London, Simon & Schuster, 1992, pp. 52,81.
5. M. Baigent - R. Leigh - H. Lincoln, The Holy Blood and th Grail, London, Jonathan Cape,
1982, p. 59 (trad. it. Il Santo Graal, Milano, Mondadori, 1984).
6. Da Bernard de Clairvaux, cit.
7. In Liber ad milites Templi: de laude novae militiate.
8. Si tratta del rotolo di Rame decifrato dal professor John Allegro.
9. Graham Hancock, The Sign and th Seal, London, Hodder & Stoughton, 1992 (trad. it. Il mistero
del Santo Graal, Casale Monferrato, Piemme, 1995).
10. T. Ravenscroft - T. Wallace-Murphy, The Mark of th Beast, London, Sphere Books, 1990, p.
52 (trad. it. Il potere occulto della lancia del destino, Roma, Newton & Compton, 2003); C.
Knights - R. Lomas, The Hiram Key, London, Century, 1996 (trad. it. La chiave di Hiram, Milano,
Mondadori, 1997).
11. HRH Prince Michael of Albany, The Forgotten Monarchy of Scotland, Shaftesbury, Element
Books, 1998, p. 61.
12. Charles Addison, The History ofthe Knights Templars, London, Black Books. 1995, p. 5.
13. M. Baigent - R. Leigh - H. Lincoln, The Holy Blood and th Grail, cit., p. 61.
14. T. Wallace-Murphy - M. Hopkins - G. Simmans, Rex Deus, Shaftesbury, Element Books,
2000, pp. 113, 114 (trad. it. Il codice segreto del Graal, Roma, Newton Compton, 2006).
15. Graham Hancock, The Sign and th Seal, cit., pp. 94, 99; T. Ravenscroft - T. Wallace-
Murphy, The Mark ofthe Beast, cit., p. 52.
16. Graham Hancock, The Sign and th Seal, cit., pp. 49-51.
17. T. Ravenscroft - T. Wallace-Murphy, The Mark ofthe Beast, cit., p. 52.
18. John J. Robinson, Born in Blood, London, Arrow Books, 1993, p. 37.
19. Malcom Barber, The Trial of th Templars, Cambridge, Cambridge University Press, 1994, p.
6 (trad. it. Processo ai Templari: una questione politica, Genova, ECIG, 1998).
20. Anonimo, Secret Societies ofthe Middle Ages (1884), London, R. A. Kessinger Publishing Co.,
2003, p.195.
21. Graham Hancock, The Sign and th Seal, cit., p. 334.
22. Anonimo, Secret Societies of th Middle Ages, cit., p. 199.
23. S. T. Bruno, Templar Organisation, pubblicato privatamente, p. 65.
24. Ivi, p. 165.
25. Peter Jay, Road to Riches, p. 118.
26. Chi desidera, potrebbe consultare la pubblicazione Les Sites Templiers de France, edito dalle
Editions Ouest-France. Vi compare un elenco dettagliato ed esaustivo di tutti i luoghi templari,
identificati in modo certo, presenti sul territorio francese.
27. Si veda la pubblicazione dal titolo Sur les traces des Templiers dans le Var edito dal Muse
des Empreintes et Traditions Maures et Provence de Cogolin, p. 2.
28. Ibid.
29. Ivi.pp. 15,16.
30. T. Wallace-Murphy - M. Hopkins, Rosslyn: Guardian of th Secrets ofthe Holy Grail, Shaftesbury,
Element Books, 1999, p. 53 (trad. it. Sulle tracce del Santo Graal, Roma, Newton
Compton, 2006).
31. Sur les traces des Templiers dans le Var, cit., p. 2.
32. T. Wallace-Murphy - M. Hopkins, Rosslyn: Guardian ofthe Secrets ofthe Holy Grail, cit.
33. Nel libro di Baigent. Leigh e Lincoln, questo  indicato come l'obiettivo primario di tutto il
movimento templare.
34. T. Wallace-Murphy - M. Hopkins, Rosslyn: Guardian ofthe Secrets ofthe Holy Grail, cit., pp.
117,118.
35. Eliphas Levi, Histoire de la Magie, Paris, Michael Joseph, 1860 (trad. it. La storia della magia,
Roma, Atanor, 1984).
36. Ibid.
37. Graham Hancock, The Sign and th Seal, cit., p. 333.
38. J. A. Durbec, Les Templiers dans les Alpes Maritimes, in Nice Historique, gennaio-febbraio
1934, pp. 4-6.
39. J. M. Robinson, Il Vangelo di san Tommaso, nella traduzione del testo apocrifo rinvenuto nella
biblioteca di Nag Hammadi, p. 131.
40. Dalla Guida alla Cattedrale di Amiens, p. 15.
41. Fulcanelli, Les Mysteres des Cathdrales, London, Neville Spearman, 1967, p. 132 (trad. it.
Il mistero delle cattedrali, Roma, Edizioni Mediterranee, 1988).
42. T. Wallace-Murphy - M. Hopkins, Rosslyn: Guardian of th Secrets of the Holy Grail, cit.,
p. 176.
43. G. Quespel, Gnosticismi in Man, Myth and Magic, n. 40, p. 115.
...
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FINE Parte 1.